
Caso Garlasco, Marina Baldi: «Il DNA può dirci chi, non quando»
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Nel caso Garlasco, la genetista forense Marina Baldi, consulente di Andrea Sempio, analizza il valore scientifico delle tracce di DNA e spiega perché una compatibilità genetica non equivale automaticamente a una prova. Al centro anche il clamore mediatico, tra social, TV, falsi scoop e dati investigativi spesso interpretati o diffusi in modo improprio.
Il “caso Garlasco” ha sicuramente segnato l’ultimo anno e mezzo della cronaca giudiziaria italiana, trasformando quella che era una vicenda processuale discussa per anni in TV, ma ormai chiusa per la giustizia italiana, in un caso sì, ma mediatico. Gigantesco. Mai visto prima forse con questa forza crossmediale. Tanto da divenire tema di discussione sui giornali, nelle TV, sui social network (eccome) e persino nella politica.
Un punto di non ritorno forse per chi crede nell’informazione seria e combatte il diffondersi di “fake news”, le fughe in avanti, le notizie nate da uno spiffero riportato e piegato al proprio interesse di parte. In un intreccio di accuse reciproche, in un dedalo di nuovi opinionisti spuntati dal nulla senza una benché minima preparazione professionale, si sono ritrovati una contro l’altra purtroppo due squadre, fatte di innocentisti e di colpevolisti. Nel mezzo, innalzati a protagonisti indiretti, una schiera di avvocati, consulenti, giornalisti. Non sempre titolati a proferire verbo.
Una traccia non racconta tutta la storia

Chi sicuramente di titoli ne ha è Marina Baldi, biologa di lungo corso, che nella vicenda Garlasco assume il ruolo di consulente della difesa di Andrea Sempio. Chiamata al compito peggiore e più difficile, forse: rispondere alle accuse scientifiche fatte all’indagato. Dottoressa Baldi, lei è una delle massime esperte di genetica forense in Italia. Come si traduce il lavoro del genetista in un’aula di tribunale?
«Il lavoro del genetista forense consiste prima di tutto nel dare il giusto significato a una traccia biologica. Non basta trovare del DNA e dire che appartiene o potrebbe appartenere a una determinata persona.
Bisogna capire quanto quel dato sia affidabile, se il profilo è completo o parziale, se si tratta di una miscela, se il materiale è degradato e quali siano i possibili fenomeni di trasferimento o contaminazione. In aula il nostro compito è spiegare tutto questo in maniera comprensibile, senza semplificare troppo e senza attribuire alla scienza più di quanto possa realmente dire. Il DNA può aiutarci a capire da chi possa provenire una traccia, ma nella maggior parte dei casi non ci dice quando sia stata lasciata, come sia stata depositata e in quale preciso contesto».
Nello specifico, parliamo della famosa “impronta 33”: che cosa è realmente, a suo avviso?
«L’impronta 33 è una traccia palmare rilevata su una parete della scala interna dell’abitazione. Il punto, però, non è soltanto stabilire a chi possa appartenere. Anche se venisse attribuita con certezza ad Andrea Sempio, rimarrebbe da capire quando sia stata lasciata e in quale circostanza. Andrea frequentava quella casa perché era amico del fratello di Chiara.

Un’impronta non porta con sé la data e non è possibile dire automaticamente che sia stata lasciata il giorno dell’omicidio. Bisogna inoltre valutare la posizione della traccia, il modo in cui potrebbe essere stata prodotta, lo stato della superficie e tutta la documentazione relativa alla repertazione. Un’impronta può dirci chi ha toccato una superficie. Non necessariamente quando l’ha toccata e ancora meno perché».
Sappiamo (forse) chi, ma non quando...
“Il DNA di Sempio è sulle unghie di Chiara Poggi”: questa affermazione è giusta o sbagliata? E, se quel DNA c’è, come potrebbe esserci finito?
«Detta così è un’affermazione troppo netta e, dal punto di vista scientifico, non corretta. Non abbiamo un profilo autosomico completo, pulito e individualizzante che permetta di dire semplicemente: “questo è il DNA di Andrea Sempio”. Il materiale recuperato dalle unghie è molto limitato, complesso e di difficile interpretazione. Si parla di una possibile compatibilità con una linea genetica maschile, ma compatibilità non significa identificazione certa. È come se avessimo individuato un codice fiscale con una lettera sì e una no.

Quelle leggibili sono compatibili con la Y familiare di Andrea, ma nulla ci impedisce di pensare che se il profilo fosse completo potrebbero essere presenti altri elementi non corrispondenti alla famiglia Sempio. Questo è un passaggio fondamentale, perché il cromosoma Y è condiviso dai maschi appartenenti alla stessa linea paterna e, a seconda della frequenza dell’aplotipo, può essere condiviso anche da altri soggetti non imparentati. Inoltre, anche ammettendo la presenza di materiale genetico compatibile, resta da stabilire come e quando sia arrivato sotto le unghie.
Il DNA può essere trasferito direttamente, ma anche indirettamente, attraverso oggetti, superfici, strette di mano o contatti avvenuti con altre persone. Può inoltre essere coinvolto in fenomeni di trasferimento secondario o contaminazione. Il materiale subungueale non è necessariamente la fotografia dell’ultimo contatto avuto da una persona. Può contenere DNA raccolto durante le normali attività quotidiane. Per sostenere che quel materiale sia stato depositato durante una colluttazione occorrono ulteriori elementi. Il dato genetico, da solo, non è sufficiente».
Sommare elementi deboli non li rende forti
La Procura sembra molto determinata, con una ricostruzione fondata su orari, indizi scientifici, aspetti psicologici e intercettazioni. Come valuta complessivamente questo impianto?
«La determinazione della Procura è legittima, ma non può essere considerata una prova. Ogni elemento deve essere analizzato singolarmente e poi inserito nel quadro generale. Non si possono prendere dati deboli o ambigui e considerarli forti soltanto perché vengono sommati tra loro. Anche la ricostruzione dell’orario del delitto deve basarsi su elementi medico-legali e oggettivi. Non può essere modificata per far coincidere una persona con una determinata ipotesi investigativa.
Lo stesso vale per gli elementi scientifici. Un’impronta non databile, un profilo genetico non individualizzante e alcune frasi interpretabili in modi differenti non diventano automaticamente una prova schiacciante. Il pericolo, in casi così esposti mediaticamente, è il cosiddetto pregiudizio di conferma: una volta individuata una persona, si tende a leggere tutto ciò che emerge come conferma della sua colpevolezza. Il metodo scientifico impone invece di valutare anche le ipotesi alternative».
Partiamo dalla psicologia: che tipo è il suo assistito? Cosa pensa dei suoi post sessisti trovati in alcuni forum?
«Io non sono la psicologa di Andrea Sempio e non posso formulare un giudizio psicodiagnostico sulla sua personalità. Posso dire che ho conosciuto una persona sottoposta da anni a una pressione enorme e a un’esposizione mediatica difficile da immaginare per chi non la vive direttamente. Per quanto riguarda alcuni post attribuiti a lui, posso trovarli sgradevoli, immaturi o sessisti. Non ho alcun interesse a giustificarli.
Ma una cosa è esprimere un giudizio negativo su certi contenuti, un’altra è trasformarli in una prova di omicidio. Non possiamo dire che una persona ha scritto frasi misogine, quindi possiede una personalità con qualche disagio nei confronti del mondo femminile, quindi può avere ucciso. Questo non è né un ragionamento scientifico né un ragionamento giuridico. La responsabilità penale deve essere dimostrata con le prove, non con un giudizio morale sulla persona».
Le frasi vanno inserite nel loro contesto
I soliloqui: Sempio “confessa”? Ha parlato con Chiara quella mattina? E sapeva dei video intimi?
«Per quello che ho potuto ascoltare, non ho sentito una confessione. Ho sentito frasi estrapolate da conversazioni o da soliloqui di una persona che sa di essere indagata e che vive da anni sotto una pressione eccezionale. Le intercettazioni devono essere ascoltate integralmente. Una frase isolata può assumere un significato completamente diverso se inserita nel contesto. Bisogna considerare ciò che è stato detto prima, ciò che è stato detto dopo, il linguaggio usato, gli eventuali riferimenti impliciti e anche tutte le informazioni che una persona può avere acquisito negli anni attraverso giornali, televisioni, internet, amici o familiari.

Per quanto riguarda l’eventuale conversazione con Chiara quella mattina o la conoscenza dei video intimi, si tratta di aspetti che saranno valutati nelle sedi opportune. Posso però dire una cosa molto semplice: conoscere l’esistenza di un video non significa averlo visto prima del delitto e, soprattutto, non significa avere commesso un omicidio. Anche qui bisogna evitare di trasformare un’interpretazione in una certezza».
Si sarebbe mai aspettata questa veemenza nelle discussioni social? C’è una “regia” dietro le schiere di hater?
«Ho lavorato in molti casi mediatici, ma una situazione di queste dimensioni non l’avevo mai vista. Ogni indiscrezione viene trasformata immediatamente in una verità. Ogni frase viene tagliata, commentata e interpretata. E molto spesso chi interviene non ha letto gli atti e non possiede alcuna competenza specifica. Non ho elementi per dire che esista una regia unica. Sarebbe un’affermazione seria e dovrebbe essere dimostrata.
È però evidente che esistono gruppi molto organizzati, profili che rilanciano gli stessi contenuti e dinamiche di comunicazione che si alimentano reciprocamente. Esiste poi una regia che conosciamo bene, che è quella degli algoritmi. Più un contenuto è aggressivo, categorico e divisivo, più genera reazioni e viene diffuso. La prudenza, purtroppo, fa meno rumore delle accuse».
I fatti accertati e le ipotesi investigative
C’è qualche accusa che l’ha ferita maggiormente?
«Le critiche professionali non mi feriscono, se sono fondate e argomentate. Fanno parte del confronto scientifico. Mi feriscono le falsità personali e il tentativo di presentare il consulente della difesa come una persona disposta a piegare la scienza alle esigenze del proprio assistito. Non è così. Essere consulente della difesa significa verificare che il dato scientifico sia stato raccolto, analizzato e interpretato correttamente. Significa controllare che non gli venga attribuito un valore superiore a quello che possiede. Il contraddittorio tecnico non è un ostacolo alla giustizia. È una garanzia di giustizia».
Gemelle Cappa, pista del santuario, poteri occulti, festini: sono state decine le piste false cavalcate anche da una cattiva informazione e dissoltesi nel nulla…
«Il caso Garlasco è diventato, nel tempo, un contenitore nel quale è stato inserito di tutto, ogni voce è diventata una pista, ogni coincidenza un indizio o un complotto, ogni fotografia un possibile mistero. Il problema è che dietro queste narrazioni ci sono persone reali, famiglie reali e danni reali. Un giornalista dovrebbe distinguere sempre tra un fatto accertato, un’ipotesi investigativa, una dichiarazione di parte e una semplice indiscrezione.

Quando si attribuiscono a persone riconoscibili comportamenti gravissimi senza prove, non si sta facendo informazione. Si sta costruendo una narrazione. In questo caso molte piste sono state cavalcate per settimane o mesi e poi si sono dissolte senza lasciare alcun riscontro concreto».
Il massacro del circeo e l’omicidio resinovich
Guardiamo oltre Garlasco: lei ha seguito in prima linea molti casi in Tribunale. Quale l’ha colpita di più?
«È difficile scegliere un solo caso, perché ogni vicenda porta con sé una sofferenza diversa. Il massacro del Circeo mi ha segnata profondamente, sia per la brutalità di ciò che è accaduto sia per il rapporto umano con la famiglia di Rosaria Lopez. È una vicenda che ha segnato un’epoca e che ancora oggi rappresenta una ferita nella storia del nostro Paese.
Mi colpiscono molto anche i casi irrisolti o quelli in cui le famiglie attendono per anni una risposta. In questi procedimenti si sente in maniera fortissima il peso del tempo, delle occasioni perdute e delle domande rimaste senza risposta. Bisogna mantenere il distacco professionale, ma non significa diventare insensibili».
Più di recente, il suo nome è apparso nelle cronache per il caso di Liliana Resinovich. Cosa può dirci sulle sfide affrontate?
«Il caso di Liliana Resinovich è molto complesso, perché riguarda un corpo ritrovato dopo diversi giorni, una scena particolare e valutazioni medico-legali che nel tempo non sono state sempre concordanti. Il mio compito, come consulente nell’interesse della nipote Veronica, è stato quello di valutare gli aspetti genetici e biologici, le modalità di repertazione e la coerenza dei dati con le diverse ipotesi.

Ho ritenuto che alcuni elementi meritassero ulteriori approfondimenti e che non tutto fosse compatibile in maniera lineare con una ricostruzione suicidaria. Quando si affrontano casi di questo tipo è necessario evitare che la prima interpretazione della scena diventi una sorta di verità immodificabile. Bisogna rivedere tutto con un approccio multidisciplinare, coinvolgendo medicina legale, genetica, tossicologia, entomologia e criminalistica. Segnalare che alcuni elementi non tornano non significa sostituire una certezza con un’altra. Significa chiedere che ogni ipotesi venga verificata fino in fondo».
La scienza ha fatto passi da gigante
Come si è evoluta la genetica forense da quando ha iniziato a oggi? C’è stato un punto di svolta?
«La genetica forense è cambiata completamente. Quando ho iniziato erano necessarie quantità di materiale biologico molto maggiori. Oggi possiamo ottenere informazioni anche da tracce minime, profili degradati e miscele genetiche estremamente complesse. La PCR e l’introduzione dei marcatori STR hanno rappresentato una svolta fondamentale. Successivamente sono arrivati lo studio del cromosoma Y, il DNA mitocondriale, i sistemi automatizzati, i software probabilistici e il sequenziamento di nuova generazione.

Tutto questo ha aumentato enormemente la sensibilità delle analisi. Ma maggiore sensibilità non significa automaticamente maggiore certezza. Oggi siamo in grado di rilevare DNA depositato attraverso contatti molto limitati o anche indiretti. Questo significa che dobbiamo essere ancora più prudenti nell’interpretazione».
Quali sono i principali errori che la televisione e le serie crime trasmettono sul suo lavoro?
«Il primo errore è far credere che il DNA dia sempre una risposta certa e immediata. Nella realtà possiamo avere profili parziali, misti, degradati o non interpretabili. Possiamo avere contaminazioni, perdita di alleli, artefatti e quantità di DNA talmente ridotte da rendere il risultato molto delicato.
Il secondo errore è pensare che il DNA o un’impronta possano essere datati. Nella maggior parte dei casi non è possibile stabilire esattamente quando una traccia sia stata lasciata. Il terzo errore riguarda i tempi. In televisione tutto avviene in pochi minuti. Nella realtà servono controlli, ripetizioni, validazioni e valutazioni statistiche. Poi c’è un altro aspetto: nelle serie televisive lo stesso personaggio raccoglie la traccia, la analizza, interroga il sospettato e risolve il caso. Nella realtà le competenze devono essere separate e il lavoro è necessariamente multidisciplinare».
L’utilità e i limiti dei “cold case”
Oggi le cronache parlano spesso di “cold case”. Quanto è importante tornare su vecchi delitti con le nuove tecnologie?
«È molto importante, perché le nuove tecnologie possono consentire di ottenere risultati da reperti che anni fa non erano analizzabili. Possiamo ricavare profili da quantità minime di DNA, rivalutare miscele complesse e utilizzare strumenti statistici molto più avanzati. Tutto dipende però da come i reperti sono stati raccolti e conservati. Riaprire un cold case ha senso quando esiste una nuova tecnologia realmente utile o quando emerge un nuovo elemento concreto. Non deve diventare il tentativo di adattare vecchi reperti a una nuova teoria».





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