Roberta Bruzzone: «Garlasco? C’è una strategia mirata ad alimentare il dubbio e i media fanno parte del copione»
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Roberta Bruzzone non ha dubbi: la “radice del male” risiede nella famiglia, dove genitori fragili e impreparati sono incapaci di crescere figli equilibrati.
Quella di Roberta Bruzzone è una voce che non si piega alla diplomazia e non addolcisce le parole. Dopo l’ennesimo funerale di una ragazza uccisa, il dibattito pubblico si accende per qualche giorno, poi si spegne. Ma per lei, la criminologa più famosa della TV, il filo rosso che lega questi delitti non è episodico: è strutturale. Un’emergenza culturale e familiare che affonda le radici in modelli educativi fragili e in una generazione cresciuta senza argini emotivi. Dalla gestione della rabbia ai segnali ignorati nell’infanzia, fino ai grandi casi di cronaca come l’omicidio di Chiara Poggi, la criminologa traccia un’analisi severa, articolata, che chiama in causa prima di tutto gli adulti.
Quell’impossibilità di reggere la frustrazione
Dottoressa, dopo gli efferati delitti di donne come Federica Torzullo e Zoe Trinchero, lei ha parlato apertamente di emergenza generazionale.
«Noi abbiamo un’emergenza strutturale di tipo valoriale, legata a stereotipi patriarcali che non sono mai stati davvero scardinati. A questa si è aggiunta un’emergenza generazionale: stiamo raccogliendo i frutti di una genitorialità inconsistente, fragile, spesso immatura, che ha prodotto soggetti profondamente disregolati dal punto di vista emotivo. Ragazzi incapaci di tollerare la frustrazione, di accettare un rifiuto, di reggere la rabbia senza trasformarla in agito. Al primo “no” che incontrano fuori dal perimetro familiare, che sia una fidanzata che li lascia, un insegnante che li richiama, esplodono. Diventano belve, perché non hanno mai imparato a stare dentro un’emozione negativa senza esserne travolti».
Che cosa distingue questa fase storica da quelle precedenti?
«Io ho 52 anni e appartengo a una generazione cresciuta in un contesto in cui la frustrazione era la regola, non l’eccezione. I “no” erano frequenti, talvolta persino eccessivi. Le regole erano rigide e le conseguenze per chi le violava erano chiare. Non sto dicendo che fosse un modello perfetto, perché non lo era. Però una cosa ce l’ha insegnata: a stare nei limiti. A sopportare la frustrazione quotidiana senza sentirci annientati. Oggi siamo passati all’estremo opposto: una genitorialità in cui va bene tutto, in cui anche le condotte più distruttive vengono minimizzate, giustificate, talvolta addirittura difese. Non è mai colpa dei figli, è sempre colpa di qualcun altro. Così li si deresponsabilizza completamente e quando si trovano davanti alla vita reale, che non fa sconti, crollano o aggrediscono».
Ci sono segnali precoci che genitori e insegnanti dovrebbero riconoscere?
«I segnali ci sono sempre, e sono precocissimi. Il problema è che non vengono colti o vengono negati. Si vedono già in tenera età: bambini che non sanno gestire i “no”, per cui il capriccio non è un episodio che si esaurisce nel tempo necessario a rielaborare l’emozione, ma diventa una tempesta che non si placa. Sono incapaci di autorassicurarsi, non si tranquillizzano neanche con il genitore accanto. Spesso sono ipercompetitivi, hanno bisogno costante di stare al centro dell’attenzione, alzano la posta ogni volta che non ricevono ciò che vogliono. Possono essere aggressivi verso fratelli, compagni, animali. È evidente che c’è una difficoltà profonda nella regolazione emotiva. Dire che non si vede non è credibile».
Qual è l’errore più grave dei genitori?
«Non è solo il non saper dire “no”. È non saper reggere ciò che accade dopo averlo detto. La frustrazione è funzionale, è necessaria per crescere, ma va contenuta. Il genitore deve essere un argine: generare il limite quando serve e poi aiutare il figlio a stare dentro l’emozione negativa senza esserne sopraffatto. Molti invece non tollerano la sofferenza dei figli, perché non tollerano la propria. Sono fragili, immaturi, e davanti al disagio psicologico chiudono occhi e orecchie. Lasciano i ragazzi soli con i loro demoni interiori. E quell’angoscia, prima o poi, trova una via d’uscita: può diventare eterodistruttiva, contro gli altri, oppure autodistruttiva. L’aumento dei suicidi e dell’autolesionismo in adolescenza non è casuale, è la stessa matrice».
Esistono strumenti pratici per insegnare ai ragazzi a fermarsi prima di agire?
«Gli strumenti esistono eccome. Il punto è che dovrebbero esistere, prima di tutto, genitori in grado di insegnarli. I modi per farlo sono tanti: ci sono indicazioni operative, percorsi educativi, testi molto chiari che spiegano come aiutare un ragazzo a gestire la frustrazione e a regolare le emozioni. Il problema non è sapere cosa fare, perché le informazioni si trovano. Il problema è essere in grado di farlo davvero. Molti genitori non reggono: sono a loro volta fragili, immaturi, emotivamente inconsistenti e non riescono a sostenere la fase più delicata della funzione genitoriale, che è quella del contenimento delle emozioni negative».
Che cosa accade quando questo contenimento manca?
«I ragazzi restano soli proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di un adulto solido. Crescono terrorizzati all’idea di raccontare quello che provano, perché percepiscono adulti fragili e temono di deluderli o di farli stare male. Così non si confidano, non chiedono aiuto. Oppure mettono in atto condotte profondamente devianti e trasgressive per segnalare il loro disagio con l’unico linguaggio che conoscono: quello aggressivo, violento».
Quanto conta il condizionamento esterno?
«Il problema non è il condizionamento esterno. È evidente che viviamo in un’epoca in cui siamo tutti costantemente esposti, come su un palcoscenico che si è trasformato in un tribunale mediatico permanente. Siamo sotto giudizio ogni giorno, in modo puntuale e spesso spietato, e questo riguarda anche i ragazzi. I social non ci stanno aiutando. Ma, proprio per questo, il compito degli adulti è ancora più centrale. E invece molti stanno fallendo clamorosamente nel fare ciò che dovrebbe fare un genitore: insegnare ai figli a stare al mondo, a gestire le frustrazioni, i “no”, le regole, i limiti, le emozioni negative. Nel caso di Zoe, il ragazzo era stato segnalato come problematico. I coetanei parlano di esplosioni di rabbia incontrollata. Possibile che i genitori non sapessero?».
E le istituzioni?
«Le istituzioni fanno quello che possono, ma non possono sostituirsi a una famiglia che non funziona o a genitori che non sanno fare il loro mestiere».
Quindi la responsabilità è prima di tutto familiare?
«Non possiamo continuare ad addossare la colpa a ciò che sta fuori. Il problema è dentro le famiglie italiane. Troppi genitori sono inconsistenti, inadeguati, fragili, incapaci di trasformare i figli in adulti in grado di funzionare in maniera adeguata. Questo è il vero nodo. Ed è una problematica diffusissima. Lo dico da dieci anni: casi di questo tipo sono destinati ad aumentare. E purtroppo i fatti mi stanno dando ragione».
C’è speranza di fermare questa rabbia diffusa?
«In questo momento vedo pochi segnali incoraggianti e, mai come in questo momento, sono contenta di non aver messo al mondo un figlio. Se non c’è un adulto solido e affidabile che ti insegna a contenerla, è difficile imparare da soli. Gli adulti di domani sono i ragazzi arrabbiati di oggi. Tra analfabetismo funzionale, perdita di capacità critica e personalità fragili, il mix è molto pericoloso. Letale. E purtroppo ne sa qualcosa Zoe Trinchero».
«Sul caso Garlasco ho idee precise»
C’è un rischio di emulazione? Violenza e cronaca nera sono praticamente all’ordine del giorno sui social e in TV…
«No. Non è un problema di emulazione. Se una persona non è in grado di controllare la propria rabbia, non è perché sente un fatto in televisione che decide di agire. Il problema è interno: neurobiologico, psicologico, emotivo, affettivo. Non si apprende semplicemente fruendo contenuti online o guardando la TV. Se manca la regolazione emotiva, il rischio c’è comunque».
A questo proposito, in televisione continua a tenere banco il caso di Garlasco. Lei ha parlato di una “regia”.
«Sì, c’è una strategia mirata ad alimentare il dubbio e a tenere in ostaggio la verità. Non c’è nulla di casuale. Ho idee molto precise su questo punto».
Che responsabilità hanno media e opinionisti?
«La responsabilità di chi sa di far parte di un copione ma non vuole ammetterlo. Quando si alimentano dubbi oltre ciò che è stato accertato, si contribuisce a creare confusione».
Ha lavorato a una relazione sul caso. Può dirci qualcosa in merito?
«No. La relazione è stata consegnata esclusivamente alla famiglia Poggi. Saranno loro a decidere cosa farne».
La famiglia Poggi oggi sembra quasi sotto processo.
«Togliamo il “quasi”. La famiglia Poggi e la famiglia Cappa: sono più sotto processo loro che il condannato. Parliamo di una sentenza passata attraverso cinque gradi di giudizio, con 29 giudici – 26 italiani e 3 europei – che hanno ritenuto quelle prove affidabili».
Gli errori venuti fuori in merito allo svolgimento delle indagini possono far nascere dei dubbi…
«Le indagini perfette non esistono, ma le eventuali criticità sono state valutate e sanate nel corso del processo che è stato complesso, e che non a caso ha portato avanti cinque gradi di giudizio. Allora, o pensiamo che abbiamo a che fare con un complotto di 29 giudici, di cui 3 europei, oppure dovremmo finirla di raccontare storie. Il dato scientifico mai smentito è che Alberto Stasi alle 13:50 non è rientrato in casa Poggi. Non esistono tracce che lo collochino lì in quell’orario. Quindi conosceva le condizioni della fidanzata, che peraltro ha descritto in maniera abbastanza imprecisa, proprio perché non poteva sapere che nel frattempo era scivolata in fondo alle scale, perché lui è il soggetto autore di quell’omicidio. A oggi la consulenza e la perizia questo dimostrano, e non ci sono spazi per dimostrare il contrario».
«L’albero si riconosce sempre dal frutto»
Su Sempio cosa può dirci?
«Cosa ci sarebbe su Sempio? Lo scontrino che in realtà è valido. Il discorso del DNA lasciamo perdere, perché non è neanche una situazione leggibile, ce l’ha detto la perita. Ci si lamenta del processo a Stasi e si è disposti a mandare a processo uno, nei confronti del quale non c’è neanche un decimo di quello che c’era contro Stasi? Io ho letto diverse teorie, perché alla fine ognuno dice la sua. Ma questo è il grosso problema, che ognuno dice la sua e la maggior parte di queste persone non ha idea di cosa c’è davvero in quest’inchiesta. Ho letto di qualcuno che pensa che c’entri anche il fratello di Chiara, che addirittura avrebbe avuto il dono dell’ubiquità e si trovava contemporaneamente in Trentino e a Garlasco, un clone. A questo punto mancano solo gli alieni, ma secondo me ci siamo vicini».
A proposito, qualcuno sui social le ha dato dell’aliena… e non era una battuta!
«Lei sorride, ma io ho a che fare nella quotidianità con il disagio mentale e le posso assicurare che c’è ben poco da ridere. Sono talmente tante le persone con problematiche psichiatriche serie non in cura, che sta diventando un bel problema. La percentuale è talmente elevata che prima o poi tutti noi ci avremo a che fare con questa gente».
Il problema si fa ancora più serio quando sono coinvolti i minori, visto che queste persone magari hanno dei figli…
«È per questo che non mi stupisco del disastro generazionale che stiamo vedendo. Se questi sono i genitori figuriamoci… Se questi sono gli alberi, figuriamoci i frutti. Dalle mie parti in Liguria si dice questo, che l’albero lo riconosci dal frutto. Se questi frutti sono così avvelenati ci sarà qualcosa che non va nell’albero, che dice?».
Tornando a Garlasco, come stanno vivendo tutto questo i genitori di Chiara?
«In maniera devastante. Immagini cosa significhi, a distanza di 18 anni dall’omicidio della propria figlia, dover assistere a un continuo rimettere in discussione ciò che è stato accertato. Marco Poggi sta cercando di difendersi da attacchi vili e miserabili, e diverse persone sono state denunciate per le infamità diffuse nei suoi confronti».
Sul caso dell’omicidio di Pierina Paganelli, lei è nel team di Louis Dassilva. A che punto siete?
«Riteniamo che non vi siano elementi per collocare Dassilva sulla scena del crimine e che la signora Bianchi non sia credibile».
Come si fa a staccare la spina dopo giornate immerse in tragedie e omicidi?
«Non ci si stacca mai del tutto. Finché non consegni l’elaborato finale e non lo discuti, la mente resta lì».
Dal 2009 ha una scuola di formazione per le nuove generazioni di criminologi. Che cosa vede?
«Giovani molto seri e motivati, ma anche molti interessati alla visibilità. Non si diventa criminologo per andare in TV. È un mestiere complesso, pieno di responsabilità. Se l’obiettivo è la fama, si parte già nel modo più sbagliato».

Quando va in scena il crimine
Anche nel 2026 Roberta Bruzzone è in tournée con due spettacoli di criminologia che portano sul palco dei teatri più prestigiosi i temi più urgenti della contemporaneità. «Porto in scena due spettacoli. Uno è dedicato alla manipolazione affettiva, per fornire strumenti concreti per riconoscerla e liberarsene. L’altro si intitola “L’epoca della rabbia” ed è un viaggio nelle storie dei ragazzi che uccidono in un perimetro narcisistico in cui la rabbia diventa detonatore». Due percorsi intensi e documentati, tra analisi, casi reali e chiavi di lettura per comprendere le dinamiche relazionali tossiche e le derive violente delle nuove generazioni. Info su date e biglietti disponibili su TicketOne.

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