
Lino Banfi: «I nonni devono ritornare al centro della famiglia italiana»
Il Magna Graecia Film Festival gli dedica la “Colonna d’Oro” alla carriera e Lino Banfi ci regala un’intervista ironica, profonda e umana.
Ci sono artisti che non hanno bisogno di presentazioni perché, con il tempo, diventano parte della storia personale di milioni di persone. Lino Banfi è uno di loro. Per il pubblico non è soltanto un grande attore: è il nonno più amato d’Italia. Dai film cult degli anni Settanta e Ottanta a Un medico in famiglia, passando per personaggi indimenticabili come Oronzo Canà e il commissario Auricchio, Banfi continua a regalare sorrisi ma anche riflessioni sulla vita, sulla famiglia e sul tempo che passa. Lo abbiamo incontrato in occasione del Magna Graecia Film Festival, dove ha ricevuto la Colonna d’Oro alla carriera, e ci ha raccontato il suo straordinario viaggio tra ricordi, emozioni e nuovi sogni.

Partiamo dal Magna Graecia Film Festival. È stata la sua prima volta a questa manifestazione: che significato ha avuto per lei ricevere questo premio?
«Sentivo parlare da tanti anni di questo premio, ma non mi era mai capitato di riceverlo. Allora prendiamolo quest’anno, quello dei novant’anni, che sembra il novantesimo minuto di una partita di calcio! Mi fa piacere che tutte queste cose arrivino insieme, perché significa che sto raccogliendo i frutti di una vita. Persino quelli dell’antica Graecia, viene da dire!».
Quando si riceve un premio alla carriera viene spontaneo fare un bilancio. Com’è il suo?
«Positivo. Solo che non lo fa una persona sola: lo fanno in due. Pasquale Zagaria e Lino Banfi litigano da sessant’anni, ma adesso finalmente si stanno mettendo d’accordo. Non si vedono più brutti, anzi Zagaria ormai si sente pure più bello di Banfi. Hanno trovato un equilibrio e così riescono a fare un inventario della loro vita: se uno dimentica qualcosa, ci pensa l’altro a ricordargliela. Ogni tanto si presenta anche Oronzo Canà, che vuole dire la sua e prendersi un po’ di meriti. E poi Malagò mi ha detto di aspettare ancora sei anni perché, oltre a Mancini e Conte, vogliono tenere pronto pure me per i Mondiali e gli Europei. Insomma, i meriti ormai dobbiamo dividerli in tre».

Ovunque vada riceve un affetto enorme. Che effetto le fa?
«È una cosa bellissima. Tantissime persone mi abbracciano e si emozionano, ma non riescono nemmeno a spiegarmi il motivo. Allora glielo chiedo io: “Perché?”. E loro mi rispondono sempre la stessa cosa: “Perché mi dai la sensazione di essere uno di famiglia. Ti voglio bene come se ci conoscessimo da sempre”. Questo è il regalo più grande per uno come me, che ha dedicato tutta la vita a far ridere gli altri».
Lei ha accompagnato intere generazioni con personaggi diventati iconici. Oggi sembra che quel tipo di comicità si stia perdendo. Quanto è importante conservarla?
«È importantissimo, e me ne accorgo continuamente. I cinquantenni e i quarantenni di oggi rivedono quei film che da ragazzi guardavano quasi di nascosto, perché magari i genitori non volevano. Adesso, invece, sono proprio loro a dire ai figli: “Guardateli, perché sono divertenti e raccontano una comicità che non c’è più”. Tutto questo è successo perché ho sempre cercato di fare il mio lavoro con garbo. Ho innaffiato questa carriera con acqua pulita, con il concime giusto e con fondamenta solide. Si può fare qualsiasi cosa per raggiungere i propri obiettivi, ma senza fare del male a nessuno. È questa la lezione che ho cercato di seguire. Ho interpretato sempre personaggi dai buoni sentimenti. Tante esperienze non le ho mai fatte: non ho mai visto un film porno, non per moralismo, semplicemente perché non ne ho mai avuto il tempo. Non ho mai avuto il tempo nemmeno di drogarmi. Se dovevo scegliere, preferivo mangiare cinque soufflé piuttosto che fumare uno spinello: avevo più fame che voglia di altro. Non ho mai fatto una crociera, non so sciare, non so andare in barca, ma non me ne importa niente. Quello che conta è aver fatto ridere tre, forse quattro generazioni di italiani».
A un certo punto della sua carriera, però, ha iniziato anche a commuovere. Nel 1998 è arrivato Nonno Libero, il personaggio che l’ha consacrata come il nonno d’Italia. Quanto c’è di Pasquale Zagaria in quel ruolo e quanto, invece, è stato Nonno Libero a cambiare lei?
«Oggi mi sento ancora più orgoglioso, perché da un anno e mezzo sono diventato anche bisnonno. Proprio lì ho imparato davvero a fare il nonno. Ho imparato sul set con Eleonora Cadeddu, la mia Annuccia, che ho preso in braccio quando aveva appena un anno e mezzo e che oggi è una donna. Poi tornavo a casa e facevo il nonno con i miei nipoti, Virginia e Pietro. Insomma, ho fatto il doppio apprendistato: sul set e nella vita. È per questo che Nonno Libero mi ha costruito anche come uomo».

Si continua a parlare di un possibile ritorno di Un medico in famiglia. Lei ci spera?
«Se la famiglia Martini tornerà per un’ultima volta non lo so, proprio in queste settimane ho preso parte alla presentazione dei nuovi palinsesti Rai e ci sono tante novità. Se hanno invitato anche me a parlare di questi progetti, vuol dire che qualcosa in tutti questi anni l’ho lasciata».
E se oggi tornasse davvero a vestire i panni di Nonno Libero, quale consiglio darebbe alla famiglia Martini e agli italiani?
«Il consiglio che darei è questo: il nonno deve tornare a essere una figura fondamentale della famiglia. Oggi è diventato indispensabile e quando un nonno e un nipotino fanno squadra riescono perfino a comandare tutta la casa. La famiglia è più bella, più allegra e più serena quando il nonno va a prendere il bambino a scuola, lo accompagna ai giardinetti, gioca con lui e gli dedica tempo. C’è una frase che però viene spesso fraintesa. Quando un nonno dice: “Adesso che sono in pensione posso riposarmi un po’ a casa”, qualcuno interpreta quel “riposo a casa” come “casa di riposo”. E invece sono due cose completamente diverse. Non si possono parcheggiare gli anziani dicendo: “Tienimi il cane mentre noi andiamo in vacanza”. Così si abbandonano due esseri viventi: il cane e il padre, o la suocera. Il nonno deve essere la prima figura della casa, tutto il resto viene dopo».

Nel suo libro 90. Non mi fai paura ha raccontato con grande sincerità anche le sue fragilità. Ha scritto che l’ironia, a volte, è uno scudo e ha confessato la paura della morte. Mettere nero su bianco questi sentimenti l’ha fatta sentire più libero?
«Sì, mi ha fatto sentire più forte. Sono sincero: un po’ di paura c’è. A novant’anni basta pochissimo. Le faccio un esempio. Ieri sono stato a Trigoria a salutare Falcao, che voleva rivedermi dopo trent’anni. Mentre mi facevano visitare le sale dove conservano le maglie storiche, cambiava continuamente la temperatura dell’aria condizionata perché ogni maglia ha bisogno di un clima diverso per conservarsi. A un certo punto ho iniziato a tossire. Sono uscito subito e mi è venuto un pensiero fulmineo: “Oddio, mi sto raffreddando, poi arriva la bronchite, poi la polmonite e muoio”. Questa è la paura del vecchio: immaginare tutto nel giro di un secondo. Poi però mi fermo e ragiono. La pressione va bene, la memoria pure. C’è gente giovane che non si ricorda niente, io invece ricordo tutto. Allora capisco che sto bene e mi dico: posso andare avanti ancora. Da novanta e lode voglio arrivare a centodieci e lode».
La parola “fragilità” torna spesso nei suoi racconti. L’ha usata parlando del suo pronipote tragicamente scomparso a 18 anni e di Laura Antonelli. Che significato ha per lei?
«Secondo me oggi si usa troppo spesso questa parola, soprattutto riferita agli anziani. Ma non è vero che una persona è fragile perché è vecchia. Semmai si è fragili quando si è giovani, quando ci si sta formando, quando si stanno facendo le ossa. Quelle sì che all’inizio sono fragili e poi diventano forti. A chi arriva a novant’anni non bisogna dire che è fragile. Bisogna dirgli: “Sei forte, sei arrivato fin qui, continua così”. È questo che dà coraggio».

Da quando sua moglie Lucia è scomparsa ha raccontato di aver perfino litigato con Dio. C’è un momento della giornata in cui sente la sua presenza più forte?
«Sempre. Tutto il giorno. Nel mio studio ci sono due gigantografie: una di Totò e una di mia moglie. Il “principe” e la principessa. Ovunque mi giro vedo le sue fotografie, quindi lei è sempre con me. All’inizio mi arrabbiavo perché non la sognavo mai. Adesso non mi arrabbio più. Mi sono detto che forse è meglio così. Preferisco ricordarla bella, sorridente, come l’ho conosciuta io, piuttosto che sognarla malata o sofferente. Il ricordo che ho di lei è troppo bello per rovinarlo».
Qual è il primo ricordo che le viene in mente quando pensa a Lucia?
«Mi viene in mente la sua frase di sempre: “Vedrai, tutto si aggiusta”. Quante volte nella vita mi è venuta voglia di mollare tutto. Lei, invece, riusciva sempre a rimettermi in piedi e a farmi guardare avanti».
È stato vicino a sua figlia Rosanna mentre lottava contro il cancro. Che cosa le ha insegnato quell’esperienza e che rapporto avete oggi?
«Mi ha insegnato tante cose! Ci vediamo e ci sentiamo tutti i giorni. Adesso è diventata nonna e sta vivendo sulla sua pelle tutto quello che prima rimproverava a me. Oggi la vedo giocare per terra con la nipotina, fare il cavalluccio e impazzire d’amore per lei. Allora le dico: “Hai visto? Quando lo facevo io dicevi che i nonni diventavano scemi”. E lei mi risponde: “Avevi ragione papà, adesso sono diventata scema anch’io dietro a Matilde”. È la cosa più normale del mondo. Ogni tanto parliamo ancora della mamma. Anche io, quando ne parlo con lei o con Walter, non dico mai “Lucia”. Dico sempre “mamma”. Perché, in fondo, continua a essere mamma anche per me».

L’amicizia con Papa Francesco
Negli ultimi anni Lino Banfi aveva stretto una forte amicizia con Papa Francesco, di cui conserva un dolce ricordo. «Una volta mi disse una frase che non dimenticherò mai: “Tu fai una carezza al cuore delle persone”. Oppure: “Tu fai il solletico al cuore”. Nessuno me lo aveva mai detto – ha ammesso – Mi spiegò che, attraverso Nonno Libero, riuscivo a far sorridere le persone parlando di buoni sentimenti. Io allora gli risposi scherzando: “Se io sono il nonno d’Italia, lei è l’abuelo del mondo”. E lui si mise a ridere».



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