
Monica Caradonna: «Le “radici” sono la nostra essenza, non vanno tradite»
Monica Caradonna si afferma come volto di punta della Rai: al timone del format estivo Italia A/R, è stata riconfermata anche come conduttrice di Linea Verde Italia.
Monica Caradonna è tornata in Rai con un nuovo progetto dedicato ai territori italiani, dove il racconto del paesaggio si intreccia con quello dell’enogastronomia, della sostenibilità e delle tradizioni locali. Nel format estivo di Rai1, Italia A/R, la giornalista conduce gli spettatori alla scoperta dei sapori autentici del Paese, promuovendo una cucina consapevole, attenta alla stagionalità e al recupero degli ingredienti. «Sono stata chiamata per raccontare la cultura enogastronomica italiana in un format dedicato al territorio – ci ha detto – Mentre Vittorio Brumotti viaggia attraverso l’Italia alla scoperta di luoghi e comunità, io accolgo gli chef provenienti dagli stessi territori in una cucina che diventa una sorta di casa. Partendo da un ingrediente simbolo raccontiamo la cultura gastronomica locale, ma soprattutto utilizziamo quel prodotto come punto di partenza per parlare di etica e di una nuova idea di cucina. Credo che la cucina del futuro debba poggiare su tre pilastri fondamentali: identità, sostenibilità e lotta agli sprechi».

Perché oggi è così importante parlare di cucina a zero scarti?
«Perché è una necessità. Il mondo della ristorazione, ma anche ciascuno di noi, deve prendere coscienza del momento storico che stiamo vivendo. Ognuno può fare la propria parte e credo che anche la televisione di servizio pubblico debba contribuire a diffondere questi valori. Nel programma non ci limitiamo a raccontare dei principi: diamo anche consigli pratici per recuperare gli scarti della lavorazione e trasformarli in nuove preparazioni. È un modo concreto per insegnare che quasi nulla deve essere buttato».
Può farci qualche esempio?
«Le classiche bucce di patata possono diventare un ottimo aperitivo se fritte. Oppure la lisca del pesce, anch’essa fritta, si trasforma in una chips croccante. Ci sono poi idee ancora più creative. Se, ad esempio, si elimina la mollica del pane, invece di buttarla può diventare la base per preparare delle polpette. Oppure la buccia del peperone, una volta disidratata e ridotta in polvere, si trasforma in un condimento ricco di sapore».
C’è un consiglio di cucina che l’ha colpita particolarmente?
«Sì, uno molto semplice ma davvero utile. Per sbucciare più facilmente le fave, dopo averle sbollentate basta immergerle in acqua e ghiaccio. La pellicina viene via con estrema facilità. Piccoli suggerimenti che ricordano quelli delle nonne: gesti semplici che rendono più facile la vita in cucina».
Nel programma proponete anche un abbinamento tra cibo e vino, un aspetto piuttosto raro nella televisione generalista.
«Esatto. L’Italia è il Paese del vino e possiede un patrimonio straordinario che merita di essere raccontato. Dal momento che in televisione non si possono percepire profumi e sapori, abbiamo scelto di utilizzare l’abbinamento cibo-vino come ulteriore occasione per parlare del territorio. Ogni ricetta viene accompagnata da un vitigno legato alla zona protagonista della puntata. È un racconto semplice, immediato, ma capace di valorizzare un’altra eccellenza italiana».
Alla fine di ogni spazio gli chef ricevono il “timbro approvato da Monica”. Che significato ha questo riconoscimento?
«Vuole essere uno stimolo a riflettere. Gli chef sono i primi ambasciatori della sostenibilità. Se rispettano la stagionalità e valorizzano la materia prima fanno cultura. Se un cliente chiede un prodotto fuori stagione e il ristoratore gli spiega perché non è disponibile, stanno facendo entrambi educazione alimentare. È così che si costruisce una maggiore consapevolezza e si impara, tutti insieme, a rispettare la terra».
Il cibo è il biglietto da visita dell’Italia, ma qual è il rischio più grande che corrono oggi i nostri prodotti?
«Il rischio principale è quello dell’Italian sounding, cioè l’imitazione dei nostri prodotti all’estero. Basta guardare quello che accade a livello internazionale: hanno provato a copiare il Parmigiano Reggiano, il Primitivo di Manduria, la mozzarella di bufala e tante altre eccellenze. Fortunatamente l’Italia può contare sul lavoro dei consorzi, che rappresentano i primi difensori della qualità e dell’autenticità delle nostre produzioni. Io credo che la vera tutela passi anche dalla cultura: se insegniamo ai bambini il valore della materia prima e delle produzioni locali, da adulti saranno i primi a difendere il Made in Italy. Come sistema Paese siamo molto avanti. Basti pensare che i consorzi hanno dato vita a un grande organismo nazionale, Origin Italia, per fare squadra e proteggere le nostre eccellenze».

Lei ha raccontato tanti territori italiani. C’è un oggetto ricevuto durante i suoi viaggi a cui è molto affezionata?
«Sì. Un anziano artigiano della provincia di Reggio Calabria mi ha regalato un antico pettine per preparare la pasta fresca. È custodito nella mia cucina. Non l’ho mai utilizzato, ma lo guardo ogni giorno perché rappresenta un ricordo prezioso e autentico».
Quali sono invece gli oggetti che non mancano mai nel suo bagaglio?
«Le salviette rinfrescanti e il collirio. Può sembrare banale, ma tra il caldo e l’aria condizionata gli occhi si seccano facilmente».
Quale luogo le è rimasto maggiormente nel cuore?
«Se devo sceglierne uno, penso al Parco Nazionale del Gran Paradiso. Io sono nata e cresciuta in una città di mare, trovarmi immersa nella montagna, circondata dagli animali e da una natura così potente, è stata un’emozione fortissima. Ricordo persino la fatica nel respirare a quell’altitudine e la sensazione di energia e di meraviglia».
Qual è il suo comfort food?
«Il panzerotto accompagnato da una birra. Fin da ragazza, vicino alla casa di campagna dei miei genitori, c’era un posto dove andavamo sempre a comprare i panzerotti fritti. Uno dei ricordi più belli è quello di prendere un panzerotto e una birra al tramonto e andare sul mare per un aperitivo. Quando posso, ripeto quel piccolo rito. L’ho fatto anche con amici arrivati da fuori e ne sono rimasti entusiasti».
I programmi che raccontano l’Italia possono diventare uno strumento concreto per contrastare lo spopolamento dei piccoli borghi?
«Assolutamente sì. Noi raccontiamo moltissimi piccoli comuni che hanno vissuto il problema dello spopolamento e che sono riusciti a reagire attraverso progetti innovativi e idee di sviluppo. Raccontare queste esperienze significa offrire spunti anche ad altre realtà che vivono le stesse difficoltà».
E servono anche per incentivare il turismo?
«Sì! Tante persone mi scrivono per dirmi che hanno organizzato le proprie vacanze dopo aver visto i luoghi che raccontiamo in televisione. Significa che il nostro lavoro riesce davvero a generare curiosità e movimento. Noi promuoviamo un turismo lento, consapevole, fatto di esperienze autentiche. Da una parte svolgiamo un servizio pubblico, perché raccontiamo le buone pratiche e le storie di rinascita dei piccoli comuni; dall’altra offriamo idee di viaggio a chi ci segue».
Lei vede un reale ritorno dei giovani alla terra?
«Sì, e per fortuna sono tanti. Durante i miei viaggi ho conosciuto numerosi ragazzi che, dopo aver studiato e frequentato l’università, hanno scelto di tornare nelle aziende di famiglia. Questi giovani riportano nelle aziende competenze manageriali, innovazione e nuove idee. Un patrimonio prezioso per l’agricoltura italiana».
Com’è cambiato il suo concetto di radici e di appartenenza?
«In realtà non è cambiato, si è rafforzato. Ho sempre pensato che le radici rappresentino la vera essenza di ciascuno di noi e continuo a credere che non vadano mai tradite. Viaggiare mi ha fatto incontrare tantissime persone che condividono questo sentimento e mi ha convinta ancora di più dell’importanza di valorizzare la propria identità e il legame con la terra da cui si proviene. Si può conoscere il mondo e crescere professionalmente, ma senza mai dimenticare da dove si arriva».
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