
Gio Evan: «“La gioia è un duro lavoro”, ma qualcuno dovrà pur farlo»
Gio Evan ci parla del suo nuovo libro edito da Feltrinelli, ma anche del suo tour teatrale Extra Terrestre e di Evanland, il festival spirituale di sua creazione ad Assisi. Il poliedrico artista pugliese ci accompagna in un emozionante viaggio, in giro per il mondo e dentro l’anima, tra consapevolezze acquisite e continua ricerca interiore.
Poeta, scrittore, cantautore e viaggiatore instancabile, Gio Evan ha costruito negli anni un percorso artistico unico, in equilibrio tra ricerca interiore, musica e parola. Dall’esperienza del lungo viaggio in bicicletta che ha cambiato il corso della sua vita ai libri, dai teatri ai festival, il suo lavoro invita a rallentare, osservare e riscoprire ciò che conta davvero. Lo abbiamo incontrato e abbiamo ripercorso con lui le tappe della sua evoluzione umana e artistica: il significato del nome Gio Evan, il rapporto con il successo, la fragilità, la gioia come disciplina quotidiana, fino alla nascita di Evanland, il suo personalissimo “raduno dei buoni”.

Il suo percorso pubblico comincia tra il 2007 e il 2015, con un viaggio in bicicletta, senza scarpe né soldi, sulle strade del mondo. Se oggi chiude gli occhi, qual è la lezione più importante che quell’esperienza ha lasciato all’artista che è diventato?
«Quello che è rimasto più impresso nel mio DNA è la capacità di andarmene dai luoghi che non mi appartengono, di lasciare tutti quei galatei che mi stanno stretti».
Proprio durante quei viaggi, uno sciamano della tribù Hopi l’ha battezzata “Gio Evan”. Cosa ha dovuto lasciarsi alle spalle di “Giovanni Evani Giancaspro” per accogliere questo nuovo nome?
«Ho dovuto lasciare tutte le educazioni del figlio che ero stato. Per iniziare una nuova genetica ho dovuto perdere quel figlio. C’è un momento in cui, come dice anche il Vangelo, “o sei figlio di Mammona oppure segui me”. Per seguire la propria vita e le proprie visioni bisogna rompere gli ormeggi con il mondo. È quello che succede quando si ha il coraggio di affacciarsi a un nuovo battesimo, al secondo battesimo. Del resto, si dice che la seconda vita inizi quando ci si accorge di averne soltanto una. A quel punto bisogna arrendersi a una nuova visione e lasciare andare tutto ciò che sei stato e che ormai non ti appartiene più».
Prima parlava della capacità di abbandonare le etichette che non le appartengono. Ora parla di rompere con il mondo. Questo entra mai in conflitto con il suo essere artista?
«No, perché io quei luoghi deputati allo showbiz non li frequento. Non sono registrato negli appelli del business. Vivo in montagna, custodisco un bosco, sono padre e conduco la mia vita. A un certo punto ho semplicemente seguito un pensiero che risuonava dentro di me. Sono responsabile della risonanza che creo, non delle metriche del business che cercano di risucchiare persone come me».

Questo si sposa, in effetti, con il suo progetto del 2014 “Le poesie più piccole del mondo”, quando consegnava poesie ai passanti per le strade francesi. Che tipo di campionamento umano si fa quando si offre la poesia a un passante distratto, e cosa le ha insegnato la strada sulla vulnerabilità delle persone?
«La strada insegna due cose. La prima è che, se tieni gli occhi aperti, puoi cavartela con davvero poco. La seconda è che le persone, nella loro maggioranza, sono buone. Il mondo cattivo di cui sentiamo parlare esiste, ma è una minoranza. Bisogna allenarsi a focalizzarsi sulla bontà e sulla gioia. Quel progetto nasceva proprio da lì: volevo mettere in evidenza quel tipo di persone, richiamare l’attenzione di chi vive con gli occhi aperti. Erano poesie minuscole, quasi invisibili, e serviva uno sguardo attento per accorgersene. A me interessavano proprio quelle persone, perché chi vive con gli occhi aperti finisce sempre per riconoscere tutta la bellezza che c’è in giro».
Nello show Extra Terreste, il suo ultimo tour, ha affrontato il tema del ritorno all’essenziale, contro l’accumulo moderno. Qual è la zavorra di cui oggi facciamo più fatica a liberarci?
«La zavorra più pesante è sicuramente il giudizio, insieme alle aspettative e al confronto continuo. Siamo completamente distrutti da un mondo che ci costringe a correre per essere migliori di qualcuno, a credere di dover arrivare primi e che, se non rispetti i canoni della società, allora sei un perdente. Credere che queste siano le vere vocazioni dell’essere umano ci trascina nel grande inferno. E l’inferno, in fondo, non è altro che l’inconsapevolezza della coscienza».
È colpa dei social?
«No. È il risultato di anni e anni di modelli costruiti. Questo malessere è stato progettato molto prima dei social».
Nel suo spettacolo traccia un confine sottile tra cura e controllo. Quando l’amore smette di essere custodia e diventa prigione?
«Succede quando iniziamo a mettere dentro una relazione tutto quello di cui parlavamo prima: giudizio, aspettative, competizione. Appena facciamo un passo fuori da noi stessi comincia un’alchimia distruttiva. L’amore diventa possessività, l’amicizia si trasforma in rivalità, il lavoro in competizione. È come se iniziassimo a convertire il nostro campo cellulare verso una parte negativa».
E come si costruiscono relazioni sane?
«Mettendo in pratica ciò che ci è stato insegnato. Abbiamo un’infinità di maestri, da Yogananda a Gesù, fino a Buddha. Abbiamo testi sacri, la saggezza contadina, civiltà intere, santi e maestri che ci hanno spiegato più e più volte come vivere. Il problema è che spesso preferiamo ascoltare senza mettere in pratica. E invece si tratta proprio di vivere quegli insegnamenti: gentilezza, educazione e ritorno al non giudizio. Alla fine, è sempre la stessa lezione».
Nel suo romanzo La gioia è un duro lavoro sostiene che la gioia non sia un colpo di fortuna ma una pratica quotidiana. Perché?
«Magari avessi inventato io questo concetto filosofico. In realtà è qualcosa che ci viene tramandato da secoli. La gioia è una pratica, è spiritualità. Noi oggi tendiamo a usare gioia e felicità come sinonimi, ma in realtà sono due parole molto diverse, quasi opposte. La felicità rimanda a qualcosa di fecondo, a una condizione che dipende anche dall’esterno. La gioia, invece, è beatitudine: è il “Beato colui che…”, è tutta la tradizione evangelica, ma anche quella buddista e zen, che ci ricorda come dentro di noi ci sia ogni giorno qualcosa da spolverare. Tutti ci innamoriamo, ma se non lavoriamo sull’amore, dopo poco diventa gelosia, possesso, aggressività. L’amore va coltivato, deve saper accogliere anche gli incidenti, gli schianti, le domande che ci facciamo. È un percorso. Non è necessariamente faticoso, ma è una responsabilità nostra. E sta a noi renderlo leggero».

Cambiando discorso, nelle scorse settimane si è svolta la quinta edizione di Evanland, ad Assisi, che molti definiscono “il raduno dei buoni” o “la terza pace mondiale”. Come si protegge uno spazio così raro in un’epoca tanto cinica e frammentata?
«Innanzitutto si difende grazie al collante che si è creato. Le persone sanno bene che cosa succede lì. Non vai in discoteca se il tuo desiderio è leggere un libro: per quello esiste una biblioteca. Allo stesso modo, chi vuole ballare sa dove andare. Evanland ormai è un luogo codificato. Chi arriva sa che non viene lì per bere, per sballarsi o per distrarsi. Viene per vivere un percorso fatto di concentrazione, sobrietà, lucidità, preghiera, musica e condivisione. È questa consapevolezza a proteggerlo. Se qualcuno arrivasse ubriaco a creare problemi, non ci sarebbe bisogno di guardie: sarebbero le persone stesse ad accoglierlo, abbracciarlo e riportarlo alla calma. È un processo di autoeducazione collettiva».
La domenica di Evanland è iniziata all’alba con la cerimonia del cacao e lo yoga, per poi passare attraverso workshop, talk e la leggerezza di Valerio Lundini. Qual è il filo invisibile che unisce la solennità di meditazione e comicità surreale?
«La spiritualità oggi la puoi avvicinare solo se sei affine al surreale. Per credere nella magia bisogna accettare ciò che va oltre la realtà visibile. Ma c’è anche un’altra cosa: la parola “spiritualità” ha la stessa radice di “spiritoso”. Non esiste simpatia più grande della spiritualità. Ci hanno nascosto un Gesù simpatico, un Buddha simpatico, e invece erano persone profondamente ironiche. Chi comprende davvero la vita, chi intravede il segreto dell’anima, non può che essere anche leggero. Per questo comicità e spiritualità sono due lettere dello stesso alfabeto».
Lei parla spesso di “persone medicina”. Come si riconoscono?
«Sono tutte quelle persone che hanno deciso di fare un percorso. Persone che non vivono ciò che accade come una semplice coincidenza, ma come un segnale. Cercano ispirazioni, danno coraggio alle proprie visioni, investono sull’intelligenza della vita. Una “persona medicina” è qualcuno che pensa che tutto sia intelligente, persino una foglia. È un principio che appartiene allo sciamanesimo ma anche al Vangelo, quando Gesù attribuisce valore persino alle pietre. Mia nonna Adele diceva che esistono solo due tipi di persone: quelle che credono nei segni e quelle che credono nelle coincidenze. Chi crede nei segni, comunque vada, si diverte di più, perché gioca con la vita. E giocare è un atto sacro».
Le sue canzoni, i suoi libri e persino i suoi festival sembrano avere una funzione terapeutica. Quando invece è lei ad attraversare un momento difficile, a chi chiede aiuto?
«Oggi ho tanti strumenti. Fino ai venticinque anni la vita mi ha travolto, poi ho imparato pratiche che mi aiutano a ritrovare chiarezza: meditazione, digiuno, costellazioni familiari, canto. Tutto quello che porto sul palco è qualcosa che, dentro di me, ho già attraversato».
Lei ha intitolato un suo fortunato tour nei teatri Fragile/inossidabile. Per molti la fragilità è una debolezza. Per lei sembra essere una forza.
«Non l’ho mai vissuta come un difetto. Per me è sempre stata un’agilità, la capacità di ricevere la vita così intensamente da riuscire anche a restituirle un’eco».
Un’ultima domanda: nei suoi testi ama ribaltare i luoghi comuni con paradossi come “Tra noi è tutto infinito” oppure “Capita a volte che ti penso sempre”. Come nasce questa inclinazione?
«Credo sia semplicemente la mia natura. Quando sento una frase ormai consumata, mi viene spontaneo capovolgerla. È il mio modo di giocare con il linguaggio e guardare le cose da una prospettiva diversa».





A te l'onere del primo commento..