In questo articolo
Dagli incontri della Fondazione OLTRE a Roma ai 30 anni del gruppo Scout Lamezia Terme 7 in Calabria: lo scoutismo emerge come risposta concreta alla crisi educativa, ricostruendo legami, spirito critico e comunità.
Il 20 febbraio scorso, nell’auditorium di via della Conciliazione a Roma, la Fondazione OLTRE ha inaugurato Adolescence, un ciclo di incontri ispirato alla discussa produzione Netflix e pensato per sostenere i genitori nel difficile compito educativo. L’iniziativa nasce da un dato ormai sotto gli occhi di tutti: viviamo una stagione di grave crisi educativa. Genitori disorientati, ragazzi iperconnessi ma sempre più soli, adulti che faticano a trasmettere riferimenti solidi.
Il progetto, che come dicevamo prende spunto dall’omonima serie televisiva molto seguita, nasce con l’obiettivo di non lasciare soli i genitori davanti ai temi dell’emergenza educativa. Secondo la Fondazione, la crisi relazionale tra generazioni tocca aspetti cruciali come gestione delle emozioni, identità, scuola, tecnologia e social network. In sintesi: c’è una crisi totale quando si parla di educazione e formazione dei più giovani.
La domanda che attraversa famiglie, scuole, parrocchie e istituzioni è la stessa: chi accompagna oggi i giovani a diventare adulti? E soprattutto, quale comunità è ancora capace di educare?
Se a Roma si riflette sul ruolo degli educatori, una risposta concreta arriva da un’esperienza che da oltre un secolo attraversa la storia e che, anche in una periferia calabrese, ha dimostrato di poter trasformare un quartiere: lo scoutismo.
Un modello che fa crescere famiglie e comunità
Lo scoutismo come modello educativo per far crescere cittadini, famiglie e comunità. È quanto è emerso con forza nel convegno istituzionale organizzato in Calabria per celebrare i primi trent’anni del Gruppo Scout Lamezia Terme 7, nato nel 1996 nel quartiere Carrà–Bruzia, una delle aree più marginali della città di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro.
A volerne fortemente la nascita fu don Armando Augello, che intravide fin dall’inizio un legame “preferenziale” tra la comunità e l’esperienza scout. «A livello di sano umanesimo – ricorda – ogni valore umano promosso dallo scoutismo è anche di Gesù di Nazaret e della sua comunità». Non un’operazione organizzativa, ma una visione antropologica: la famiglia come ambiente vitale dell’uomo e criterio della sua cultura, della sua società, perfino della sua economia.
Don Augello sostiene che i figli sono “il vero capitale sociale”. Ed è proprio in questo contesto che lo scoutismo appare come la naturale estensione della famiglia: quindici anni di formazione continua, settimanale, estiva, capace di accompagnare i ragazzi fino alla “partenza”, il momento culminante e conclusivo del percorso educativo scout (nella Branca dei Rover e delle Scolte), solitamente intorno ai 20-21 anni, che coincide con l’ingresso consapevole nel mondo adulto.
«Quando vediamo un cerchio di ragazzi scout – osserva don Augello – sembra che vediamo un gioco, ma un gioco in cui giochiamo la vita di tutti». È qui che la proposta scout supera il volontariato e l’etica per entrare nella costruzione dell’identità: nello scoutismo l’obiettivo è valorizzare la singolarità del ragazzo, il radicamento nella famiglia, l’apertura all’umanità più ampia, soprattutto ai più fragili.
Educare è creare comunità
Felice De Sensi, tra i fondatori del gruppo LT7, ricorda un dato che oggi appare quasi utopico: «Alla prima riunione aperta alle famiglie erano presenti tutti i genitori, con una partecipazione pari al cento per cento». La partecipazione familiare non era un dettaglio, ma l’architrave del progetto educativo, perché l’educazione è corresponsabilità.
La sfida di oggi? «Creare spirito critico nei ragazzi che lo stanno perdendo per via dell’uso massiccio dei social», sostiene De Sensi. In un tempo dominato dalla velocità digitale, lo scoutismo rimette al centro l’esperienza, la fatica, il confronto reale, perfino il conflitto. E propone un “patto” fatto di scelte: politica, religiosa, associativa. Non militanza ideologica, ma partecipazione attiva alla vita sociale e culturale del territorio. È d’accordo con questa visione anche Davide Mastroianni, insegnante a Teramo ed ex scout, che sintetizza così l’eredità ricevuta: «Lo scoutismo mi ha insegnato a sorridere e cantare anche nelle difficoltà», ha detto citando uno dei punti della Legge Scout. L’insegnante ha poi sottolineato come questa sia una stagione segnata dalla povertà educativa, dove i ragazzi hanno agende troppo fitte e per questo poco tempo da dedicare alla formazione vera, reale concreta. L’esperienza scout, però, resta per lui palestra di resilienza e di fiducia: «Lo scoutismo insegna che dopo ogni fallimento ci si rialza, perché c’è sempre qualcuno a sostenerti», ha detto Mastroianni.
La frontiera delle periferie sociali
Per Eugenia Taballi, incaricata regionale alla Formazione Capi, «ancora più della periferia territoriale pesa la periferia sociale». Tenere aperto un gruppo scout significa presidiare spazi di vuoto e sofferenza. I capi diventano “sentinelle” del benessere dei ragazzi, garanti di spazi sicuri in cui crescere.
L’assessore del Comune di Lamezia Terme, Annalisa Spinelli, allarga lo sguardo: «Nel mondo di oggi, in cui siamo tutti connessi, ma disconnessi tra di noi, quali relazioni fatte di fisicità, dialogo e confronto reale possono esserci?». La risposta è nella comunità concreta. «Lo scoutismo è una risorsa, ancora di più in questo periodo storico in cui mancano riferimenti e la pace è minacciata. Fa la vera politica: valorizza e fa crescere il territorio».
Non è retorica: il Gruppo Lamezia Terme 7, oggi guidato dai capigruppo Cristian Cosentino e Giovanna Careri, dimostra che la periferia può diventare centro, che la normalità dello stare insieme può tornare a essere esperienza straordinaria.
Ricentrare l’educazione sull’uomo-famiglia
«Lo scoutismo è famiglia», ricorda Bruno Augusto, IRO (Incaricato Regionale Organizzazione). Ci si sente figli e fratelli, pronti ad attivarsi nei momenti di emergenza, dietro un’uniforme che “non uniforma”, ma unisce. Filippo Colella, responsabile della Zona Reventino, sottolinea l’importanza di una comunità capi capace di essere “linfa vitale” per il territorio: una casa con le porte aperte, dove nessuno si senta ospite né escluso.
Don Maurizio Mete, parroco della Parrocchia del Redentore di Lamezia Terme, dove ha sede il gruppo, richiama il significato etimologico dell’educare, tipico anche dello scoutismo: “tirare fuori”. «Estrarre con delicatezza quei germi di bene che abitano il cuore di ogni ragazzo». È questa la sfida decisiva: non riempire, ma far emergere.
L’interrogativo lanciato durante il convegno resta aperto: è possibile ricentrare il nostro vissuto sull’uomo-famiglia, risalendo alla sorgente? Oggi si tende a relegare l’educazione alla dimensione tecnica, ma l’esperienza del quartiere Carrà–Bruzia suggerisce che la vera riforma educativa passa dalla comunità. Basti pensare che trent’anni dopo, molte delle giovani famiglie del quartiere sono formate da ex scout cresciuti in quella esperienza. No, non si tratta solo di continuità associativa, ma di generatività sociale. È la prova che un’educazione integrale, radicata nella famiglia e aperta alla fraternità, può produrre cittadini consapevoli, adulti responsabili, comunità coese.

A te l'onere del primo commento..