
Ranucci fuori da “Report”: «Il gioco è fatto». L’ultimo affondo contro la Rai: «Non è un addio, combatterò per la libertà di stampa»
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Il giornalista affida ai social la sua prima reazione dopo la decisione di Viale Mazzini di togliergli la conduzione del programma. Accusa la Rai di averlo appreso dall’Ansa, contesta il ruolo dei giornali del gruppo Angelucci e parla di «fuoco amico» interno all’azienda. Poi annuncia: «Non condurrò Report ma condurrò la battaglia più importante della mia vita»
La notizia, dice, l’ha appresa dall’Ansa.
È questo il primo elemento sul quale Sigfrido Ranucci costruisce la sua reazione alla decisione della Rai di interrompere la sua esperienza alla guida di Report. Non da una comunicazione personale, non da un confronto con i vertici dell’azienda, ma — secondo il suo racconto — da un’agenzia di stampa.
Da lì parte un post Instagram che è molto più di un semplice commento alla sua sostituzione. È una vera e propria dichiarazione di guerra. «Sono venuto a conoscenza dall’Ansa che la Rai mi ha sospeso dalla conduzione di Report», scrive Ranucci. E subito dopo entra nel merito delle ragioni che, a suo giudizio, avrebbero determinato la decisione.
«Il motivo? I 2.800 articoli in due mesi»
Il passaggio centrale del messaggio riguarda la campagna mediatica che, secondo il conduttore, avrebbe preceduto la sua rimozione. Il giornalista parla di «2.800 articoli in due mesi» pubblicati dai giornali del gruppo Angelucci e, più in generale, da testate che definisce «di governo». Aggiunge anche il riferimento al «fuoco amico della Rai».
Il punto, nella ricostruzione di Ranucci, è che proprio questa enorme quantità di articoli avrebbe contribuito a costruire l’immagine di un problema di credibilità intorno alla sua figura e, di conseguenza, intorno a Report.
Il giornalista sintetizza così la sua accusa: avrebbe messo a repentaglio la credibilità della trasmissione non per fatti accertati a suo carico, ma per l’effetto prodotto da una campagna di stampa che avrebbe preparato il terreno alla sua rimozione.

L’azienda infatti ha annunciato il passaggio della conduzione a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, presentandolo come un cambio di fase e come una scelta legata alla valorizzazione di professionalità interne. A Ranucci sono state prospettate tre ipotesi di ricollocazione: RaiNews, Tg3 oppure un incarico di corrispondente dall’estero. (Ma come – viene da chiedersi – Sigfrido Ranucci non è credibile come conduttore di Report ma lo sarebbe invece al Tg3 oppure a RaiNews? Dov’è il senso?).
La Rai, quindi, non parla di espulsione dall’azienda, ma di sostituzione alla guida di Report e di successiva ricollocazione professionale. Ranucci, però, interpreta la decisione in tutt’altro modo. E non è da escludersi che possa presentare ricorso.
Il riferimento a Mollicone e al «fuoco amico»
Nel suo post poi introduce un elemento politico preciso. Parla di coloro che, a suo dire, avrebbero alimentato le contestazioni nei suoi confronti e cita il presidente della Commissione Cultura della Camera Federico Mollicone, esponente di Fratelli d’Italia.
Il riferimento è alle parole pronunciate da Mollicone sui giornali che avrebbero sollevato quelli che il parlamentare ha definito «cunei d’ombra» sulla figura di Ranucci. Già nei giorni precedenti, l’Ansa aveva riferito che Ranucci aveva criticato proprio Mollicone per i suoi complimenti ai giornali del gruppo Angelucci, associandoli alla pressione per il suo allontanamento.
Nel nuovo post il ragionamento viene portato alle estreme conseguenze: «Il gioco è fatto». È una frase breve, ma politicamente pesante. Il giornalista sostiene, in sostanza, che la sequenza sia stata completata: prima la campagna di stampa, poi le contestazioni politiche, quindi la decisione aziendale.
Non presenta però prove nel post che dimostrino un coordinamento tra questi elementi. È la sua interpretazione della vicenda, che va quindi distinta dalla motivazione ufficiale fornita dalla Rai.
«Al mio posto due persone che mortificano 30 anni di Report»
Poi arriva l’attacco alla nuova conduzione.
La Rai ha scelto Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi giornalisti con esperienza nel campo dell’inchiesta televisiva. L’azienda li presenta come due professionalità interne e come vincitori della selezione Rai per giornalisti professionisti.

Il giornalista, però, li valuta però in modo opposto. Scrive che la loro scelta «mortifica le professionalità che per 30 anni hanno fatto la storia di Report e del servizio pubblico».
La contestazione riguarda la concezione stessa della successione. Ranucci sembra sostenere che Report non possa essere semplicemente affidato a due nuovi conduttori senza tenere conto della squadra che lo ha costruito nel corso di decenni.
Ed è proprio qui che la sua posizione si incrocia, almeno in parte, con quella degli inviati.
La redazione: «Non abbiamo mai scaricato Ranucci»
Gli inviati di Report, infatti, hanno reagito alle ricostruzioni secondo cui una parte della squadra avrebbe preparato una successione interna a Ranucci. La loro posizione ufficiale è molto netta: «Gli inviati di Report non hanno mai sfiduciato o “scaricato” Sigfrido Ranucci».
I giornalisti sostengono di aver difeso nelle ultime settimane la riconferma del conduttore e negano di aver chiesto la sua sostituzione. La lettera inviata al direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini, spiegano, aveva un altro obiettivo: impedire un eventuale «commissariamento» della trasmissione e l’arrivo di una nuova catena di comando esterna alla squadra. Secondo gli inviati, all’interno di Report ci sarebbero già tutte le professionalità necessarie per garantire la continuità del programma.
La loro versione è dunque chiara: non avrebbero cercato di liberarsi di Ranucci, ma di impedire che la Rai decidesse il futuro del programma senza coinvolgere la redazione.
Ed è questo uno dei punti più delicati dell’intera vicenda. Perché nelle ore precedenti al post di Ranucci erano circolate ricostruzioni secondo cui la redazione si sarebbe divisa proprio sul futuro del conduttore. Gli inviati hanno voluto smentire pubblicamente questa lettura.
Appresa anche loro dall’Ansa la notizia della sostituzione del conduttore, i giornalisti della redazione hanno annunciato l’intenzione di andarsene in blocco, qualora la decisione non verrà riveduta.
«Il mio non è un addio»

È probabilmente la frase più importante del post. Dopo aver contestato la decisione Rai, Ranucci cambia registro e guarda oltre la trasmissione: «Il mio non è un addio, non condurrò Report ma condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa».
Ranucci collega la propria vicenda personale a un tema molto più ampio: il rapporto tra potere politico, servizio pubblico e libertà dell’informazione. E lo fa con parole estremamente dure, parlando di un mondo «mostruoso», governato — nella sua definizione — da persone «mostruose e vigliacche» che «non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti».
Non è più soltanto la difesa del posto in televisione. È la rivendicazione di una battaglia che il giornalista dice di voler combattere anche fuori dalla conduzione di Report.
Il precedente delle repliche sospese
La crisi non nasce comunque oggi. A luglio la Direzione Approfondimento Rai aveva deciso di sospendere cautelativamente le repliche estive di Report, spiegando di voler fare chiarezza sulla «delicata e complessa vicenda» che coinvolgeva Ranucci. La Rai aveva contemporaneamente confermato il ritorno della trasmissione con la nuova stagione a novembre.
Quella sospensione aveva già provocato una dura reazione della redazione. Da allora la domanda sul futuro del programma è diventata sempre più concreta. Il passaggio successivo è stato il confronto sulla sostituzione di Ranucci, fino alla decisione odierna.

L'attentato, Lavitola e il terreno sul quale è nata la crisi
Sul fondo resta naturalmente anche la vicenda dell’attentato contro Ranucci e dell’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto Valter Lavitola.
Ricordiamo che, a oggi, Ranucci è parte lesa nella vicenda dell’attentato. La Rai ha però utilizzato la necessità di fare chiarezza sul caso come motivazione per sospendere le repliche estive del programma prima, e per rimuovere il conduttore poi.
Resta una amara domanda (retorica): quanto è libera la Rai?
Resta, allora, la domanda più scomoda: quanto è davvero libera la Rai di decidere il proprio corso editoriale? Dopo anni di pressioni e attacchi politici violenti e frontali contro Report, culminati oggi nella rimozione di Ranucci, il dubbio non riguarda più soltanto il destino di un conduttore o di una trasmissione. Riguarda l’autonomia del servizio pubblico: può esistere una Rai davvero libera se un programma d’inchiesta diventa scomodo per il potere?
È una domanda alla quale, prima o poi, qualcuno dovrà rispondere.
Ma, soprattutto, è una domanda che prima o poi tutti (si) dovrebbero porre.





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