Attentato a Ranucci, arrestato Lavitola: voleva far crescere la posizione politica del presentatore
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È stato arrestato Valter Lavitola, il presunto uomo della bomba a Ranucci, con un passato di problemi giudiziari è stato portato nel carcere di Rebibbia. Lunedì pomeriggio i Carabinieri del Nucleo Investigativo hanno raggiunto l’abitazione di Lavitola a Monteverde Vecchio, a Roma, per dare esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare in carcere e per condurre una perquisizione, la seconda dopo quella del 4 luglio. Attorno alle 14:30, al termine delle operazioni condotte dai colonnelli Adolfo Angelosanto e Dario Ferrara, Lavitola è stato trasferito nel carcere romano dopo un passaggio presso la caserma di via In Selci. Contestualmente, i militari hanno effettuato una perquisizione e posto sotto sequestro il ristorante di Lavitola, in zona Quattro Venti.

L’operazione si inserisce nell’ambito dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, guidata da Maria Cristina Palaia e coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi. I pm Carlo Villani ed Edoardo De Santis contestano a Lavitola, in concorso, la detenzione, il porto e l’utilizzo illegale di esplosivo, la minaccia grave e il danneggiamento, con le aggravanti del numero di partecipanti e delle modalità mafiose. Secondo le ricostruzioni investigative, Lavitola avrebbe effettuato un primo sopralluogo esplorativo a Pomezia insieme a Clesio Tavares Gomes il 15 settembre 2025 e, successivamente all’esplosione, avrebbe cercato di sviare le indagini avanzando ipotesi depistanti sui possibili responsabili mentre confortava la vittima. Per la Procura e il gip, l’intento dell’attentato — di cui Sigfrido Ranucci era del tutto all’oscuro — era simulare una minaccia di criminalità organizzata per evitarne il ridimensionamento in Rai e lanciarne la popolarità verso una candidatura alle elezioni politiche. Nelle chat del 2024 citate dal giudice, Lavitola scriveva a Ranucci «Tra due anni fai il Presidente», nell’ottica di ritagliarsi, attraverso l’ascesa dell’amico, «un posto di rilievo nel panorama politico italiano».

A rendere l’idea dell’attentato fattibile ci ha pensato, secondo le indagini, Clesio Tavares, l’amico che Lavitola chiamava «figlio mio». L’inchiesta, infatti, ricostruisce dettagliatamente il canale operativo e la catena di contatti dell’azione dinamitarda. Lavitola avrebbe ingaggiato Clesio Tavares Gomes, conosciuto dieci anni prima nel carcere di Secondigliano. Tavares avrebbe svolto un secondo sopralluogo il 10 ottobre 2025 mettendo a disposizione l’auto del suocero, prima di reclutare la banda di esecutori materiali. Tavares avrebbe fatto da tramite con quattro soggetti residenti nell’agro nolano — Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis — già arrestati tra fine giugno e inizio luglio 2026. L’attentato è stato eseguito alle 22:17 del 16 ottobre 2025 a Pomezia, davanti alla villetta del conduttore di Report, facendo detonare un ordigno a base di «gelatina da cava» trasportato su una Fiat 500X nera a noleggio, causando il danneggiamento del cancello e delle vetture in sosta. Tavares Gomes, destinatario della stessa misura cautelare in carcere, si trova attualmente in Camerun dove si è rifugiato e ha dichiarato al Tg1 che «non tornerà in Italia».
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