
Loretta Goggi: «Alessia Marcuzzi mia erede? Io molto più tecnica!»
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Loretta Goggi si racconta: dall’addio a Tale e Quale Show alle riflessioni sulla tv di oggi e di ieri passando per le difficoltà delle donne di spettacolo, penalizzate dall’età e dalla fine del mito della bellezza.
Da oltre sessant’anni il suo volto accompagna la storia dello spettacolo italiano, ma da più di trent’anni Loretta Goggi presta la sua voce anche a una battaglia che va oltre la scena: quella della ricerca oncologica. Ambasciatrice AIRC, testimone diretta del dolore e dei progressi della scienza, l’attrice, conduttrice e cantante ci racconta la sua lotta contro il cancro, che le ha portato via l’adorato marito e, prima ancora, suo padre, e ci parla con lucidità e misura del suo impegno sociale e di prevenzione, ma anche di televisione e dei suoi progetti.
La scienza ha fatto passi da gigante

Che cosa significa per lei il ruolo di ambasciatrice AIRC?
«Significa pensare alla salute delle persone che amo e non solo alla mia. Ho perso tante persone care a causa del cancro: mio marito, mio papà, una cugina. A un certo punto mi sono detta che, se anche solo attraverso la mia immagine e il mio impegno posso aiutare qualcuno a capire quanto siano fondamentali gli esami preventivi, allora vale la pena farlo».
Quando ha iniziato a collaborare con AIRC, la parola “cancro” era ancora un tabù. Come percepisce il cambiamento culturale avvenuto in questi anni?
«Un tempo non si poteva dire “cancro”, lo si chiamava “brutto male”. Oggi, grazie anche alla collaborazione con la Rai e con i media, questa parola fa meno paura perché vengono diffusi i risultati della ricerca. C’è ancora chi diffida e si chiede dove finiscano i soldi, ma con AIRC questo non si può dire. Esiste da sessant’anni e io in oltre trent’anni ho visto i risultati: oggi circa il 50 per cento delle persone con una diagnosi precoce sopravvive e può tornare a vivere come prima. Sono stati fatti passi enormi, dalle terapie mirate in poi. Non tutto ha ancora una soluzione, ma si lavora ogni giorno per questo, ed è un segno di speranza per le nuove generazioni».
C’è un momento legato al suo impegno nella ricerca che le è rimasto particolarmente nel cuore?
«Ancora prima di diventare ambasciatrice vendevo azalee e arance in piazza. Ricordo una volta in cui fermai persino un autobus per vendere una pianta. L’autista mi disse che stava lavorando e io gli risposi: “Anch’io”. Alla fine, la comprò. Vuol dire che, se si vuole, si può fare qualcosa anche nei gesti più piccoli e nei momenti più impensati».

Vuole rivolgere un pensiero a Enrica Bonaccorti, che sta affrontando la sua battaglia contro il cancro?
«Con Enrica ci siamo scritte tante volte, mi ha regalato il suo libro. Purtroppo, negli ultimi tempi ho perso il suo numero, ma le sono molto vicina. La conosco da tantissimi anni, ci siamo incontrate spesso in televisione. È una persona deliziosa, elegante, una grande signora».
Sempre più Vip parlano apertamente della malattia: Eleonora Giorgi, Carolina Marconi, oggi Enrica Bonaccorti…
«Ci vuole coraggio a farlo ed Enrica ha dimostrato un coraggio enorme nel parlare apertamente della sua situazione, senza paura di esporsi. Oggi, con i social, è difficile qualsiasi cosa si dica o si faccia perché ci sono sempre gli hater pronti a puntare il dito. Lei lo ha fatto perché ha sentito che era giusto».
La malattia di suo marito ha segnato profondamente la sua vita. Come ha vissuto quegli anni?
«Prima, nel 2000, ha avuto un infarto, poi un tumore al colon nel 2004. Quando finalmente sembrava tutto risolto e avevamo ritrovato serenità, nel 2010 ha iniziato ad avere problemi di digestione. Pensavamo fosse legato alla sua alimentazione disordinata, invece era un tumore all’intestino. Dopo la gastroscopia il medico mi disse che era in stato avanzato. Si operò comunque. Io sono sempre stata con lui: in ospedale, durante la chemioterapia. Subito dopo le cure aveva un’energia straordinaria, andava in barca, poi arrivavano i giorni più duri. Il tumore passò al peritoneo, che è inoperabile, e lì ho capito che non c’erano più grandi speranze. Mi sono ritirata dal teatro, non sono stata pagata, ma non mi importava. Ho fatto anche un corso per assisterlo al meglio, per cambiare l’ago con cui veniva nutrito. Volevo esserci fino in fondo».
Tra passato, presente e futuro

In quei due anni ha mai sentito di rinunciare a qualcosa?
«No. Ho pensato solo a stargli vicino. Non mi è mancato nulla della mia vita o del mio lavoro. Non mi è pesato, anche perché io comunque avevo la possibilità di non lavorare. Mi chiedo spesso come facciano le persone che non possono permetterselo».
I caregiver andrebbero sostenuti di più?
«Assolutamente sì. Non solo in caso di cancro, ma anche per la disabilità in generale. Non so se possa farlo lo Stato, ma credo che realtà private come AIRC, nata dal desiderio spontaneo del professor Veronesi, dimostrino che coinvolgere le persone e creare una rete è possibile».
Suo marito è ancora molto presente nella sua vita?
«Sempre. Quando sono in macchina sento ancora la sua voce che mi dice come fare manovra. Quando rispondo al telefono dico “Solo buone notizie!”, come faceva lui, che non diceva mai “Pronto”. Mio marito c’è».
Cosa amava di lui, cosa le manca?
«Aveva un’ironia semplice, di un’altra epoca. Aveva una grande sensibilità e un enorme senso dell’amicizia. Era il collante delle relazioni che porto ancora con me oggi. Prima non ero capace di avere amici, ero sempre in giro per lavoro e mi veniva difficile coltivare le amicizie. Lui mi ha insegnato anche questo».
La sua gioia più grande oggi è suo nipote

Ripensando al suo percorso televisivo, c’è un’esperienza che considera decisiva?
«La recitazione. Anche quando cantavo le sigle o facevo imitazioni, entrare nei personaggi è sempre stato fondamentale. Non sono una ballerina, ho iniziato tardi e su richiesta della Rai, ma anche lì interpretavo balletti con una storia, un filo conduttore. Questo mi ha permesso di dare senso ai movimenti. La recitazione è stata la base di tutto».
Ha seguito Tale e Quale Show da spettatrice dopo aver lasciato la giuria?
«Sono stata in giuria per tredici anni: è stato un impegno enorme e credo di non aver mai fatto nient’altro per così tanto tempo. Ma il programma, nel tempo, è molto cambiato. All’inizio i concorrenti erano grandi professionisti e accettavano di mettersi in gioco proprio perché la giuria aveva una figura credibile. Con il tempo il programma è diventato anche più comico, più leggero. Non è un giudizio negativo, ma sentivo che quella televisione che strizzava l’occhio al trash, pur non essendo Carlo Conti per nulla trash, non mi somigliava più. Anche per questo ho lasciato, oltre che per godermi mio nipote».
Che cosa le manca di più oggi?
«La gioia che mi dà mio nipote quando mi chiama “zia”, quando dorme in braccio a me è così grande che colma quello che oggi il lavoro non mi dà più. È un calore enorme. Questo non significa che il lavoro non mi renda felice: in questi giorni, ad esempio, dovrei iniziare a girare un film. Continuo a lavorare, ma senza inseguire qualcosa a tutti i costi, bensì facendo le cose con amore e rispetto per il pubblico e per me stessa».
Alessia Marcuzzi è stata la sua erede nel programma di Carlo Conti. Che pensa di lei?
«È una persona molto carina. Ci siamo scritte prima del suo debutto a Tale e Quale Show. Ha una personalità precisa, diversa dalla mia: io ero molto tecnica, studiavo tutto, dal look al tipo di range vocale. Lei non ha questa funzione, lavora più a sensazione».
Le donne di spettacolo sono penalizzate

Guardando alla televisione di oggi, vede giovani talenti che possano emergere davvero?
«I talenti ci sono, ma spesso mancano le trasmissioni che permettano loro di crescere. Una carriera come la mia oggi è impensabile: ho impiegato anni per costruire credibilità. Oggi si arriva prima, ma si sperimenta meno. Mi piacciono molto Virginia Raffaele e Bianca Guaccero, ma tutte queste artiste che chiamiamo “nuove” hanno già superato i quarant’anni. Io a quell’età lavoravo da vent’anni, ho iniziato che ne avevo ventidue».
Le donne dello spettacolo sono penalizzate con l’età?
«È una realtà che tutte noi conosciamo. Se la carriera è stata legata anche alla bellezza, quando quella sfiorisce si viene relegate a ruoli marginali. Io ho sempre amato la recitazione, anche quando non mi mette in mostra come la “bella donna”: a ventidue anni mi truccavo per interpretare ruoli da vecchietta! In America ci sono artiste come Meryl Streep o Glenn Close e c’è chi scrive ruoli per attrici della loro età. Da noi chi scriverebbe per attrici di settantacinque anni? Nessuno! I problemi nel cinema italiano sono due: da un lato ci sono le attrici che cercano di sembrare più giovani; dall’altro c’è chi invece vorrebbe fare un personaggio della sua età ma non le offrono ruoli».
Pensa che le cose cambieranno?
«Dipende da noi donne. Il mio lavoro, oggi, per me è quasi un hobby, faccio solo ciò che mi piace. Dobbiamo essere noi a dire basta quando ci viene imposto di sembrare più giovani. Un uomo può invecchiare liberamente, una donna viene giudicata. Sta a noi non accettarlo».

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