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Carolina Marconi, oggi in follow-up oncologico, ha superato un tumore al seno e ora spera di realizzare il sogno più grande.
Carolina Marconi sfoggia il sorriso di chi ha attraversato il dolore, lo ha guardato negli occhi e ha deciso di trasformarlo in forza. La malattia l’ha piegata ma non spezzata, anzi: le ha regalato una consapevolezza nuova, una voce che oggi usa per sensibilizzare, proteggere, sostenere. Il calendario #365Abbracci 2026 è solo l’ultimo tassello, un progetto in cui Carolina ha messo il suo volto accanto a quello dei bambini che hanno affrontato la malattia, portando con sé la sua esperienza, la sua dolcezza e la sua energia.
«Il proprio tempo è il regalo più bello»

Carolina, cosa l’ha spinta a partecipare al calendario #365Abbracci 2026?
«Come si fa a non partecipare a qualcosa di così importante? Quando mi hanno chiamata ho pensato: che bello, persone che si uniscono e realizzano una cosa così. Bisogna avere tempo, spesso non ci si sofferma a pensare a quanto tempo ci vuole. Tanto di cappello a chi si impegna a raccogliere fondi. Ho detto subito sì, ho rimandato degli appuntamenti per farlo, mi sembrava doveroso: ognuno deve dare il proprio contributo. Da ex paziente oncologica ne comprendo l’importanza».
Che emozione prova nel vedere il suo volto accanto a quello dei bambini che hanno affrontato la malattia?
«Mi è piaciuto farlo con i bambini. Il dolore dei genitori non si può comprendere. Insieme ad alcuni amici andiamo al Gemelli vestiti da eroi: vedo la disperazione nei loro occhi e regalare un momento di spensieratezza fa la differenza. Lo facciamo spesso ed è un momento a cui tengo molto».
È possibile trasformare un progetto fotografico in un messaggio di speranza e di forza?
«Qualsiasi modalità utile per sensibilizzare è fondamentale, bisogna tenere alta l’attenzione su queste tematiche. Io parlavo del diritto all’oblio oncologico quando nessuno ne parlava. È importante fare queste cose per mantenere alta l’attenzione: solo così si può raggiungere uno scopo, creare una community per fare del bene, essere un esempio. Donare è importante, ma ci metti due minuti; regalare il tuo tempo è più bello».
Durante gli scatti con i bambini, qual è stato il momento più toccante?
«Una bimba mi guardava e mi chiedeva: “Sto bene?”. Mi faceva una tenerezza… Ci sono scatti belli in cui ci guardiamo: è nata una complicità bellissima. Eravamo occhi negli occhi, si sentiva protetta. Era agitata, poi si è rilassata. Tutti i bambini si divertivano. È stato un momento magico, toccante. Mi sono commossa nel vedere questi genitori mascherare il proprio dolore per regalare quelle ore di spensieratezza ai loro figli».
Il mondo che crolla e il coraggio di rialzarsi

Nel 2021 ha scoperto un tumore al seno, un nodulo piccolo ma aggressivo. Oggi, ripensandoci, cosa prova?
«Quando hai una diagnosi di tumore crolla il mondo: i progetti, le cose che dovevi fare… Non hai tempo, devi concentrarti sul tumore, devi salvarti. Sono sempre stata abituata ad avere tutto sotto controllo, ma il tumore è imprevedibile».
Ha detto che il tumore l’ha “uccisa e poi fatta rinascere”. Cosa è cambiato dentro di lei e come ha ricominciato a vivere?
«Ho capito perché si chiamano pazienti: ho imparato a essere paziente… nella guarigione, nell’aspettare che passasse la tempesta. Il sole è arrivato. Sono in follow up, mancano due anni per potermi considerare fuori pericolo. Cerco di tenere alto il mio umore. Non progetto, vivo alla giornata, rendendo speciale ogni giorno. È dura, ma ci provo, cerco sempre il lato positivo. Non sono diventata pessimista, anzi: sono più ottimista di prima. Mi distraggo pensando e facendo le cose che mi piacciono».
Ha parlato di quel momento in cui ha dovuto “accettare l’inaccettabile”. Cosa ha significato davvero?
«Assorbi il dolore, la depressione… Devi pensare che tutto passerà, che dopo ci sarà il sole, la primavera sboccerà dentro di te. E poi ce la fai. Vai all’inferno e torni. Quando sei giovane pensi che non ti accadrà mai. A un certo punto mi sono stancata di chiedermi “perché a me?”. Quando ho iniziato a chiedermi “perché non a me?” è cambiato tutto. Ho deciso di non piangermi addosso. Il cancro non dipende da te, ma il modo in cui lo affronti sì. Io ho deciso di vivere, non di sopravvivere. Vivere in modo migliore il tempo che mi resta dando amore e affrontando tutto. Anche piangere, quando mi va, ma poi uscire dal buio».
Durante la chemioterapia e l’intervento ha detto che l’amore di chi le stava vicino è stato la “prima medicina”. Eppure, ha chiesto al suo fidanzato Alessandro Tulli di lasciarla. Perché?
«Perché è un grande uomo. Lo vedo coi nipotini, ha una paternità innata. Se lo merita di avere un figlio. Amare significa lasciare libera una persona: io non posso pensare che a causa mia lui non potrà diventare padre. Alessandro dice che sono la sua vita, che non mi lascerebbe mai, ma non voglio che soffra. Io sarei felice per lui se avesse un figlio con un’altra. Lui però non prende nemmeno in considerazione l’idea».
Il desiderio più grande: la maternità

Il desiderio di maternità è stato messo in discussione dalla malattia. Ha raccontato di tre aborti dopo la fecondazione assistita. Come ha superato quella perdita?
«Per noi si è infranto il sogno di diventare genitori. Avevamo fatto dei video per documentare la gioia del test di gravidanza positivo, poi però abbiamo perso i nostri bambini. I medici, poi, hanno dovuto bloccarmi il ciclo perché dovevo completare la cura. Dovrò aspettare due anni per poterci riprovare… ».
Ha parlato apertamente del percorso di fecondazione assistita. Perché lo ha fatto?
«Non se ne parla abbastanza. Sono fidanzata da 16 anni, un figlio non è arrivato in modo naturale, poi abbiamo iniziato la PMA. Tante donne che affrontano la PMA si chiudono nel loro guscio, si sentono sbagliate, fallite, incomplete. Va detto che non è colpa loro. E se un figlio non arriva, si può diventare madri in altri modi, con l’adozione. Io vorrei adottare, ma per i pazienti oncologici è più difficile. Stiamo aspettando i decreti attuativi della legge: dice che un paziente oncologico può riprendere i diritti dopo dieci anni. Spero, però, che l’Italia si adegui ad altri Paesi dove sono cinque gli anni. Anche perché più tempo passa, più divento grande e sarà sempre più difficile che mi diano un bambino».
Da quando ha avuto il cancro, lancia sempre appelli per la prevenzione, soprattutto quando ci sono protesi o conformazioni che rendono difficile la diagnosi. Cosa vuole dire alle donne che la ascoltano?
«Bisogna abituare anche ragazze giovanissime alla palpazione, controllare anche sotto le ascelle. È una cosa da fare, anche a scuola! Anche gli uomini devono imparare a farla: alla mamma, alla sorella, alla fidanzata. Dai 30 anni va fatta almeno una volta al mese, dai 40 una volta a settimana. Deve cambiare la mentalità: tante donne si sono salvate così».
«Ognuno ha le sue ossessioni, anch’io... »

Cambiando discorso, guardando al futuro, quali progetti ha? Le piacerebbe tornare in TV?
«Sì, ma non tornerei a GF. Ho già dato!».
Neppure in una eventuale versione “gold” con tutti i personaggi storici?
«No, assolutamente. Sono stata troppo chiusa tra Covid, tumore, GF… Ho bisogno di stare fuori, nella natura. Però mi piacerebbe curare una rubrica in TV in cui trattare, insieme a esperti del settore, argomenti e temi di ogni giorno: prevenzione, violenza sulle donne, ma anche temi di cui non si parla, come i disturbi ossessivo compulsivi che colpiscono la stragrande maggioranza della popolazione, anche se non si dice».
Anche lei è ossessivo–compulsiva?
«Sì, da quando avevo undici anni! Se c’è un incidente o un pensiero brutto, faccio il segno della croce e cancello con la mano quel pensiero cattivo. Parlando dei numeri, devo sempre finire con i numeri pari, non mi piacciono quelli dispari, anche se questa piccola ossessione l’ho in parte superata. Ognuno ha le sue piccole fisse, ma bisogna parlarne perché, se parli di un problema, lo fai diventare piccolo… ».


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