
Can Yaman: «L’amore del pubblico è stata l’emozione più grande per me»
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Bagno di folla e premio Colonna d’Oro alla carriera per Can Yaman, ospite al Magna Graecia Film Festival, in Calabria, dove ha girato il suo Sandokan. Abbiamo incontrato l’attore turco a Soverato in occasione della prestigiosa kermesse cinematografica, dove ci ha parlato di sé e del suo personaggio “cult”.
Anche quest’anno, il lungomare di Soverato si è acceso di entusiasmo con la 23ª edizione del Magna Graecia Film Festival. Tra gli ospiti più attesi nella splendida cornice della costa catanzarese c’è stato lui, Can Yaman. Lo abbiamo incontrato proprio a margine della “Conversazione d’autore”, un intenso faccia a faccia sul palco moderato dal noto critico cinematografico Gianni Canova. Un sodalizio, quello tra l’attore e la Calabria, che si consolida non solo sullo schermo grazie a Sandokan, girato in gran parte sulle spiagge calabresi, ma anche nel cuore della comunità. A coronamento della serata, Yaman ha infatti ricevuto la prestigiosa Colonna d’Oro, capolavoro orafo firmato GB Spadafora. Un premio che celebra il suo talento artistico, ma che accende i riflettori anche sul suo impegno sociale e solidale. Ecco cosa ci ha raccontato in questa lunga chiacchierata.

La recitazione nata quasi per caso

Prima di dedicarsi completamente alla recitazione ha studiato Giurisprudenza. Quanto le è stata utile quella formazione nel percorso che l’ha portata a diventare attore?
«Ormai sono passati dodici o tredici anni e mi sembra quasi un’altra vita. Eppure, tutto quello che ho studiato mi è tornato utile. L’università mi ha insegnato un metodo di studio, un approccio analitico e mi ha aiutato a sviluppare una memoria molto allenata. Sono qualità che oggi utilizzo ogni volta che preparo un personaggio, quando devo memorizzare un copione o approfondire un ruolo. Credo che qualsiasi percorso di studi lasci strumenti preziosi, indipendentemente dal mestiere che si sceglie di fare».
Com’è avvenuto il passaggio dalle aule dei tribunali ai set cinematografici?
«Non è mai stato il mio sogno primario fare l’attore. Studiavo alla facoltà di legge con profitto, ma dentro di me sentivo che non era quella la mia strada. La recitazione è nata quasi per caso, inizialmente persino come uno strumento in università per perfezionare il linguaggio del corpo in vista della professione forense. Poi, l’incontro con le persone giuste e la passione hanno trasformato quello studio in qualcosa di travolgente: oggi mi ritrovo attore internazionale invece che avvocato».
Dopo la carriera decollata in Turchia, ha scelto di trasferirsi in Italia. Perché?
«Sono una persona che si annoia facilmente e che sente sempre il bisogno di aprire nuove porte e vivere nuove avventure. Mi piace uscire dalla mia zona di comfort e mettermi continuamente alla prova. La Turchia, da questo punto di vista, è un Paese molto fortunato: le nostre serie vengono esportate in tutto il mondo e il mercato è estremamente dinamico. Si produce tantissimo, ci sono molte emittenti e le opportunità di lavoro non mancano. Finisci una serie e ne inizi subito un’altra. È un sistema che ti forma rapidamente e ti costringe a diventare una macchina da guerra. A un certo punto, però, ho sentito che quel percorso non mi bastava più. Avevo la sensazione di ripetermi e desideravo confrontarmi con realtà diverse. Conoscevo già l’Italiano, sapevo che le mie serie erano seguite anche in Italia e che qui c’era un pubblico che apprezzava il mio lavoro. Così ho deciso di mettermi in gioco e fare un salto verso un mercato più internazionale. È stata soprattutto una scelta di vita. Se avessi già avuto una famiglia e radici più profonde, probabilmente non avrei avuto il coraggio di farlo. Ma la libertà che avevo in quel momento mi ha permesso di affrontare questa sfida e oggi sono orgoglioso di aver preso quella decisione. Senza quel coraggio non avrei vissuto tutte le esperienze che sono arrivate dopo».
Si sente un vero cittadino del mondo

La sua carriera l’ha portata a vivere tra Paesi, lingue e culture diverse. In questo continuo movimento esiste un luogo, astratto o reale, in cui si sente davvero a casa, spogliato dalla fama e dalla sua immagine pubblica?
«In realtà non esiste un luogo preciso. Viaggio continuamente e, quando inizio un nuovo progetto, la mia casa diventa il posto in cui sto lavorando. Spesso si tratta semplicemente di una stanza d’albergo. Alla fine, sono le persone con cui condivido il lavoro a trasformare un luogo in una casa. Gli amici, i colleghi, il gruppo con cui vivi quell’esperienza sono ciò che rende speciale qualsiasi posto. Più che un luogo, è una sensazione che nasce dalle persone che hai accanto».
Uno dei suoi progetti più ambiziosi è stato Sandokan, amatissimo da generazioni di spettatori. Che responsabilità ha sentito nell’interpretarlo?
«Mi sono sentito fortunato, ma anche investito di una grande responsabilità. Sandokan era già un personaggio molto amato e le aspettative erano altissime. Sapevo che tantissime persone aspettavano questa nuova interpretazione e questo, inevitabilmente, metteva un po’ di pressione. È impossibile piacere a tutti, ma insieme alla produzione e alla regia abbiamo lavorato per costruire un personaggio autentico, capace di conquistare il pubblico. È stata una sfida importante e, proprio per questo, anche molto stimolante».
Da pirata a leader di un popolo

Prima di iniziare le riprese ha guardato la prima storica serie TV con Kabir Bedi uscita cinquant’anni fa?
«Ho avuto un privilegio che raramente capita a un attore: cinque anni per prepararmi. In questo periodo ho letto i romanzi di Salgari, ho studiato il personaggio, ho migliorato il mio italiano leggendo direttamente in questa lingua, ho visto i film e ho riflettuto a lungo su chi fosse davvero Sandokan. Naturalmente conoscevo la storica serie televisiva, ma il nostro obiettivo non era rifarla. Volevamo raccontare qualcosa di diverso: il viaggio che porta un uomo a diventare Sandokan. Lo stesso vale per tutti gli altri personaggi, da Marianna a Lord Brooke. Ci interessava raccontarne l’evoluzione, le origini, le motivazioni. È proprio questo l’aspetto che rende la nostra serie originale. Ogni due episodi Sandokan cambia, cresce, si trasforma. Per me è stato come interpretare quattro personaggi diversi all’interno della stessa storia. È un percorso che mi ha permesso di sperimentare tante sfumature e di crescere molto come attore. All’inizio è un uomo che vive quasi come un pirata, una sorta di Robin Hood. Poi, attraverso le sofferenze e le esperienze che affronta, diventa un leader capace di guidare un popolo. Assistere a questa trasformazione è stata la parte più affascinante del lavoro».
Sandokan nasce da un classico della letteratura, ma affronta temi attuali, dal rispetto per la natura all’emancipazione femminile, fino all’autodeterminazione dei popoli. Quanto è stato importante per lei raccontare questa dimensione contemporanea del personaggio?
«Ascoltando questi temi mi rendo conto ancora di più della profondità del progetto. Dentro Sandokan ci sono valori umani molto forti, ma allo stesso tempo c’è anche una dimensione più leggera e avventurosa che non deve mai andare perduta. Anche nei momenti più drammatici volevamo che lo spettatore mantenesse sempre una sensazione positiva e che ogni episodio si concludesse lasciando un sorriso. È un equilibrio molto delicato e credo che gran parte del merito vada alla regia e alla produzione. Il regista mi ricordava continuamente di mantenere quella luce nello sguardo, quel sorriso appena accennato anche durante le scene d’azione o di combattimento. È stata una scelta precisa che ha contribuito a costruire il personaggio».
Cinque anni di vita racchiusi in una fiction

Cosa ha rappresentato per lei questo progetto?
«Per me Sandokan rappresenta molto più di una semplice serie. Racchiude gli ultimi cinque anni della mia vita, il motivo per cui mi sono trasferito in Italia, tutte le difficoltà affrontate nell’attesa che questo progetto prendesse finalmente forma. Per tanto tempo non sapevamo nemmeno se sarebbe stato realizzato e, nel frattempo, ho continuato a prepararmi fisicamente e psicologicamente. Ricevere l’accoglienza del pubblico alla première è stato uno dei momenti più emozionanti della mia carriera. Vedere l’affetto di un Paese che non è quello in cui sono nato mi ha profondamente commosso. Tutte queste emozioni messe insieme rendono Sandokan un progetto davvero speciale».
Dietro un personaggio come Sandokan c’è una preparazione molto intensa. Come si è preparato?
«La sorpresa più grande è arrivata quando la produzione e la regia mi hanno chiesto di perdere dieci chili. Io immaginavo un Sandokan più imponente, ma alla fine ho capito che avevano ragione. Avevo quattro mesi di preparazione e ho deciso di concentrarmi subito su quell’obiettivo: nel primo mese ho perso tutti i dieci chili, seguendo una dieta rigidissima e allenandomi tre volte al giorno. Successivamente mi sono dedicato alle coreografie, al combattimento, all’equitazione, allo studio del copione, prima in italiano e poi in inglese. Volevo arrivare sul set senza lasciare nulla al caso. In realtà, una parte della preparazione era iniziata già cinque anni prima, quando ero arrivato in Italia. Avevo già cominciato ad allenarmi con i cavalli e con le scene di combattimento; quindi, durante la lavorazione abbiamo soprattutto perfezionato le coreografie attraverso tantissime prove. Quando finalmente sono iniziate le riprese, tutto è sembrato più naturale, perché eravamo davvero preparati e si era creata una grande sintonia con il regista. È stato un set molto impegnativo. Personalmente avrei preferito girare più stagioni consecutive piuttosto che interrompere il lavoro e dover ritrovare ogni volta lo stesso stato mentale del personaggio. È una sfida non semplice, ma fa parte di un progetto così ambizioso».
Qual è il ricordo più autentico che conserva di quell’esperienza, un momento che il pubblico non ha avuto modo di vedere?
«Ricordo soprattutto la fatica, ma anche il livello altissimo di professionalità che ho trovato sul set. È stato un lavoro impegnativo, ma ogni giornata rappresentava un’occasione per imparare qualcosa di nuovo. C’era una grande sintonia con la regia, ogni scena era preparata nei minimi dettagli e tutti condividevano lo stesso obiettivo. È stata un’esperienza che mi ha fatto crescere non solo come attore, ma anche come persona. Alla fine, porto con me tutto ciò che ho imparato lavorando con professionisti di questo livello».
Una location perfetta e affascinante

La Calabria è stata una delle location principali della serie, girata prevalentemente in Italia. Quanto il territorio e i paesaggi contribuiscono alla costruzione di un personaggio e all’atmosfera di un racconto?
«La Calabria è stata una scelta straordinaria perché ci ha permesso di realizzare immagini che sembrano ambientate in Malesia o in altri luoghi esotici. Anche in diverse zone d’Italia siamo riusciti a ricreare scenari sorprendenti. È il risultato della bravura della regia e della produzione, che hanno saputo valorizzare e ottimizzare le risorse senza rinunciare alla qualità. Ricordo soprattutto la tranquillità che ho trovato durante quelle cinque settimane calabresi. Avevo bisogno di silenzio e concentrazione per vivere il personaggio fino in fondo. L’albergo affacciava su una spiaggia lunghissima e quel paesaggio influenzava inevitabilmente anche il mio stato d’animo. Credo che il territorio abbia un impatto reale sul lavoro di un attore. Ti aiuta a entrare nell’atmosfera del racconto e ha contribuito a creare la serenità di cui avevo bisogno».
Oggi che cosa cerca in un personaggio? Qual è l’elemento che la convince ad accettare un nuovo ruolo?
«In questo momento della mia carriera cerco personaggi completamente diversi da quelli che ho interpretato finora. Sto lavorando a un nuovo progetto per Prime Video, Bro, una commedia, con un personaggio che non mi somiglia affatto. Era una sfida che aspettavo da tempo. Voglio mettermi continuamente alla prova, sperimentare e uscire dalla mia zona di comfort. Più vado avanti e più sento sempre di più il bisogno di variare e di affrontare ruoli che mi permettano di crescere come attore».






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