Luca Pappagallo: «Avete ospiti a cena? Ecco i piatti da preparare in anticipo… »
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La cucina di Luca Pappagallo è un territorio sicuro, un luogo dove i sapori di casa tornano a parlare la lingua dei ricordi, delle domeniche lente, delle mani che sanno trasformare ingredienti comuni in gesti di affetto. Con La magia dei sapori di casa, Pappagallo firma il suo libro più intimo, un viaggio attraverso ricette autentiche e memorie familiari che diventano racconto e condivisione. Forte di milioni di follower e di una comunità che lo segue per la sua semplicità e la sua passione contagiosa, il “cuciniere curioso” ci apre le porte della sua cucina per accompagnarci dentro un’idea di tradizione quotidiana, fatta di piatti che sanno di storia, suggerimenti da portare in tavola e quella magia domestica che, a Casa Pappagallo®, resta sempre la più speciale.

Come nasce l’idea di un libro così personale?
«Io rappresento quel tipo di cucina che si fa in casa. Solitamente rimane chiusa tra le mura domestiche, io invece ne ho fatto un lavoro e la porto fuori. Sono le ricette di casa mia, ricette che mi sono state tramandate o donate dalle persone che ho incontrato».
Nel libro parla di piatti che sanno di affetto. Qual è la ricetta che per lei rappresenta davvero un abbraccio?
«Le minestre e le zuppe: sono piatti che difficilmente si mangiano nei ristoranti; spesso addirittura non ci sono nei menù. Sanno di casa, sono una coccola calda e gustosa».
Lei si definisce un “cuciniere curioso”: in cosa declina questa curiosità?
«Nelle mie ricette l’innovazione è data in parte dallo strumento usato: un piano cottura diverso, il forno, eccetera. Dal punto di vista delle tecniche applicate in cucina si fanno tante cose, ma serve poco per ottenere buoni risultati in casa. La curiosità la declino nell’assaggiare tutto ovunque senza pensare che esista una cucina perfetta. È bello sperimentare altre culture, altri modi di cucinare. È stato fantastico assaggiare la cucina turca, che è meravigliosa, o quella albanese. Non c’è stato un posto in cui non abbia trovato qualcosa che mi abbia colpito».
Ogni giorno milioni di persone seguono i suoi contenuti. Quanto è difficile mantenere autenticità e spontaneità quando si trasformano ricordi intimi in ricette da condividere?
«Non è difficile: non sono un personaggio costruito, sono ciò che sono, nel bene e nel male. A qualcuno piaccio, a qualcuno no, ma sono Luca in TV, nel web, nei libri e per strada, quando incontro le persone ai firma copie o agli eventi».

Se dovesse suggerire un menù per un giorno speciale, semplice ma festoso, a chi ha poco tempo?
«Il mio consiglio è quello di stare poco in cucina: preparare i piatti prima, così da godersi la cena con le persone che abbiamo accanto. È brutto che ci sia sempre qualcuno ai fornelli. Io direi che si può preparare un solo piatto “espresso”, sul momento, mentre gli altri vanno fatti in largo anticipo. Un esempio: lasagne, cannelloni, calamari ripieni, il polpo con le patate come antipasto, l’insalata di mare. Sono piatti semplici che si possono preparare prima tranquillamente. Al limite, si può fare all’istante un’orata al forno con agrumi e patate».
Dalla sua esperienza sul web, gli italiani stanno riscoprendo la cucina semplice e genuina?
«Penso di sì, e io ne sono un esponente: il mio successo è dovuto a questo. Le persone apprezzano la forma, ma preferiscono la sostanza. Se è presentata nel modo corretto, la semplicità paga».
Un’ultima domanda: qual è la ricetta che più di tutte l’ha emozionata mentre la scriveva, e perché?
«I bomboloni, che non c’entrano nulla con i krapfen. Ho dovuto lavorare molto per bilanciare tutto e ottenere il risultato, ma è stato davvero emozionante essere riuscito a riprodurlo esattamente come lo volevo perché sono ritornato bambino. I bomboloni sono un involucro pieno di zucchero, ripieno di crema; dai un morso e ti sporchi tutto di zucchero, ma assaggi le sette meraviglie. Ricordo che mamma portava me e mio fratello al bar a mangiarli una volta a settimana. Il rito di mangiarli senza far uscire la crema era difficilissimo ed era una gioia immensa per noi mangiarli, forse perché non era una cosa di tutti i giorni e per noi era un momento speciale».
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