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Vladimir Luxuria fa il punto con noi sui diritti civili e ci svela se le piacerebbe approdare nello show di Milly Carlucci.
Giugno è stato il mese del Pride, il momento in cui le piazze si riempiono di colori, rivendicazioni e orgoglio. Ma al di là delle bandiere arcobaleno e delle celebrazioni, qual è oggi lo stato di salute dei diritti civili in Italia? Vladimir Luxuria, attivista, scrittrice, conduttrice e da sempre tra le voci più autorevoli della comunità LGBTQIA+, non nasconde la sua preoccupazione. Tra conquiste ancora incomplete, battaglie che sembrano arenate e un clima politico che considera poco inclusivo, traccia un ritratto dell’Italia contemporanea dai toni tutt’altro che rassicuranti. Nella chiacchierata, parla anche del rapporto tra nuove generazioni e identità di genere, della fragilità dei personaggi pubblici, compreso il caso Belén Rodríguez, e de L’Isola dei Famosi, reality che conosce da ogni possibile prospettiva. Senza rinunciare, come sempre, all’ironia.
«Siamo ancora al minimo sindacale»

Siamo reduci dal mese del Pride. Se dovesse scattare una fotografia dell’Italia di oggi, a che punto siamo con i diritti civili? E quali conquiste rischiano di arretrare?
«Io vorrei sempre parlare bene della nostra bella Italia, culla della cultura etrusca, romana e del Rinascimento. Saremmo dovuti essere i primi ad avanzare sul terreno dei diritti civili, invece siamo sempre tra gli ultimi. In tutti questi anni di Pride abbiamo ottenuto le unioni civili, che rappresentano il minimo sindacale. Non abbiamo una legge contro l’omofobia e la transfobia, non abbiamo una legge sulle famiglie arcobaleno. Spesso, per fare dei minimi passi, dobbiamo persino aspettare l’Unione Europea, come è accaduto recentemente con la direttiva per la tutela delle vittime dei crimini d’odio. L’Unione Europea ci dà delle indicazioni, ma poi bisogna vedere se e quando l’Italia le recepirà. Quello che manca davvero sono campagne di sensibilizzazione, educazione al rispetto e alla convivenza. Ho la sensazione che con questo governo non esistiamo più, o che esistiamo soltanto quando c’è da attaccarci. È una fotografia color seppia: siamo tornati indietro».
Un segnale importante è arrivato dall’Agesci, che ha ribadito che orientamento sessuale e identità di genere non possono essere motivo di discriminazione per i capi scout cattolici. Può essere un punto di svolta anche per la Chiesa?
«Quello dell’AGESCI è un bellissimo messaggio. In realtà gli scout cattolici hanno sempre mostrato una sensibilità più aperta su molte tematiche. Sono giovani e incarnano quell’idea di accoglienza che dovrebbe appartenere alla Chiesa: non escludere, ma includere. Hanno detto che nessuno deve essere lasciato fuori, e il diritto alla fede dovrebbe appartenere a tutti. Io, intanto, sono già pronta a diventare una Trans Scout: mi vedo già con calzoncini e scarponcini nei boschi».
Il Pride è ormai un evento di massa, ma molte aziende si colorano d’arcobaleno soltanto a giugno. Come si distingue una vera alleanza dal semplice marketing?
«Ben venga il marketing, ma non può limitarsi a un mese all’anno. Servono politiche aziendali concrete di inclusione e rispetto. Esistono ancora ambienti di lavoro in cui dichiararsi omosessuali, o anche solo essere percepiti come tali, può significare subire mobbing, prese in giro o persino demansionamenti. Il problema riguarda soprattutto le persone trans, che continuano a essere fortemente penalizzate sul piano lavorativo. Quando una persona trans si presenta a un colloquio, troppo spesso non si guarda alle competenze, all’esperienza o alle capacità professionali, ma soltanto alla sua identità. È una discriminazione che colpisce anche altre categorie, come alcune donne che indossano l’hijab».
«I giovani hanno valori, non ideologie»

Ci sono differenze tra le battaglie della sua generazione e il modo in cui i giovanissimi vivono oggi l’identità di genere?
«Intanto preciso che io sono una evergreen, un’eterna giovane (ride, ndr). Molte cose sono cambiate. Oggi si parla di fluidità, di persone non binary, di concetti che anni fa non esistevano nel dibattito pubblico. Ed è normale: la sessualità è dinamica, così come la società. In qualche modo sono stata un’antesignana, una delle prime persone a definirsi transgender e a mettere in discussione un sistema rigidamente binario. Viviamo in un mondo che non è fatto solo di bianco e nero, ma di tante sfumature. Anche la nostra bandiera è cambiata: dalla Rainbow Flag siamo passati alla Progress Pride Flag, una variante della bandiera arcobaleno LGBTQ+ che include strisce colorate aggiuntive a rappresentare le persone transgender e le persone di colore. Una bandiera, ispirata a quella del Pride di Philadelphia, che include nuove identità e nuove sensibilità».
C’è chi accusa i giovani di essere troppo ideologici. Lei cosa risponde?
«Spesso si pensa che i giovani siano soltanto influencer o ragazzi interessati all’apparenza. Per fortuna esistono anche giovani che credono nei valori. A volte chi è omofobo o transfobo, invece di ammettere i propri pregiudizi, definisce “ideologie” i valori in cui credono le nuove generazioni».
Quando parliamo di Pride e diritti civili parliamo semplicemente del diritto di essere se stessi, anche con le proprie fragilità. In una società che chiede continuamente di apparire forti e performanti, i personaggi pubblici hanno davvero il diritto di mostrarsi fragili?
«Pensiamo a uno come Tiziano Ferro: già il cognome sembra imporgli di essere forte. Eppure, basta qualche chilo in più perché venga preso di mira sui social. Essere famosi significa essere più esposti ai giudizi di persone che spesso riversano online le proprie frustrazioni. Ma il successo non garantisce una vita facile né la felicità».
Tiziano Ferro vittima di body shaming e Belén Rodríguez che ha avuto un crollo emotivo riaccendendo il dibattito sulla salute mentale e sulle pressioni dello star system. Come ci si difende dal tritacarne mediatico?
«Ricordandosi che non viviamo in uno spot pubblicitario. Non dobbiamo dimostrare di essere sempre sorridenti, vincenti e perfetti. La vita non è il fotoromanzo patinato che spesso vediamo sui social. È fatta anche di sconfitte, fragilità e lacrime. Dovremmo imparare a mostrarle senza vergogna, perché non siamo robot ma esseri umani».
La regina dei reality ormai non li guarda più

Molti hanno collegato il crollo emotivo di Belén alla mancata conduzione de L’Isola dei Famosi, anche se lei ha precisato di essere stata lei a rifiutare…
«Sono interpretazioni da psicologi dei social, sciocchezze gigantesche. Belén è una persona richiestissima, che riceve più proposte di quante ne accetti. In ogni caso, non credo assolutamente che un eventuale momento di difficoltà possa dipendere da questo, tanto più che anche in passato aveva avuto un crollo, anche se adesso non ne ha parlato nessuno».
A proposito de L’Isola dei Famosi, lei la conosce da ogni prospettiva possibile. La seguirà quest’anno?
«Non lo so. Ultimamente guardo soprattutto programmi di approfondimento e informazione. Quest’anno ho seguito poco anche i reality. Certo, questa Isola sembra molto diversa da quelle a cui eravamo abituati: senza diretta e con molte novità. Vedremo… Non so, mi ricorda forse più La Talpa che L’Isola dei Famosi».
Ci sarà Selvaggia Lucarelli alla conduzione. Lei crede sia una scelta adatta?
«Lei non vedeva l’ora! Comunque sarà tutto da vedere. Certamente condurre un programma registrato è diverso dal gestire una diretta. Sono esperienze molto differenti».
Che consiglio si sentirebbe di darle?
«Divertirsi. Alla fine, è il consiglio migliore che mi sento di dare».
Dopo ben dieci anni Selvaggia lascerà dunque la giuria sicura di Milly Carlucci. Le piacerebbe prendere il suo posto a Ballando con le Stelle?
«Sinceramente no. Se proprio dovessi scegliere, troverei più stimolante partecipare come concorrente».
Si è parlato anche di Barbara d’Urso come possibile sostituta. Come la vedrebbe?
«Benissimo. Barbara sarebbe perfetta: ha esperienza, capacità analitica e una grande presenza scenica. Io faccio il tifo per lei».
Una zia orgogliosa e... single!

Lo scorso 24 giugno ha compiuto 61 anni. Come ha festeggiato?
«L’anno scorso ho celebrato i 60 anni in grande stile. Questa volta ho preferito qualcosa di più intimo».
Qual è il regalo più bello che ha ricevuto?
«Una splendida pagella di mia nipote Giulia, che presto inizierà un nuovo percorso scolastico alla scuola secondaria di secondo grado. Sarebbe il regalo più bello».
Che cosa prova a vederla crescere?
«È una grande soddisfazione! Spesso riguardo le sue foto da piccola, i video e la seguo fase per fase. È bello vedere com’è cambiata: da piccola era così vivace, monella, anche un po’ dispettosa; adesso è diventata una ragazza molto calma, quieta e molto brava a scuola».
Che zia è Vladimir Luxuria?
«Una zia presente e amica. Ma gli amici veri sanno anche rimproverare quando è necessario».
Le somiglia caratterialmente?
«Secondo me sì, soprattutto perché ha una naturale inclinazione per la recitazione e per lo spettacolo. Credo che abbia una certa predisposizione».
Vladi, c’è qualcosa che vorrebbe aggiungere e che non le ho chiesto?
«Che sono sempre più fresca: più passano gli anni e più divento fresca, come una caciotta! (Ride, ndr)».
E l’amore?
«Va benissimo, grazie».
Quindi c’è qualcuno?
«No, ci sono io. Non mi manca un compagno con cui condividere la vita. Per fortuna ho una vita sociale molto ricca. Poi, naturalmente, nella vita tutto è possibile».





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