
Hokusai in mostra a Roma: il respiro del mondo fluttuante
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Nella splendida cornice di Palazzo Bonaparte, fino al 29 giugno, oltre duecento opere dell’artista nipponico Hokusai raccontano arte, vita e costume del Giappone dell’epoca Edo. L’evento espositivo più completo mai dedicato in Italia al maestro di Tokyo.
Tra gli stucchi e le prospettive di Palazzo Bonaparte, il Giappone dell’epoca Edo sembra riemergere a Roma come memoria liquida, fatta di carta, inchiostro e tessuti. La grande mostra monografica dedicata a Katsushika Hokusai è un attraversamento sensibile di un mondo, un invito a osservare come l’arte sappia trattenere il tempo e, insieme, farlo scorrere. Varcando le sale, si ha la sensazione che tutto si muova.

Non solo per “La Grande Onda di Kanagawa” – presente in una delle sue prime e più suggestive tirature – ma per una tensione diffusa che percorre ogni stampa, ogni linea. L’acqua, ossessione e alfabeto visivo dell’artista, si infrange, scivola, si arriccia. Ma, a ben guardare, non è mai sola: accanto pulsa sempre la vita umana, minuta e tenace.
Hokusai e la modernità del quotidiano
È qui che Hokusai si rivela profondamente moderno. Nelle sue Trentasei vedute del Monte Fuji, la montagna sacra arretra spesso sullo sfondo, quasi intimidita da un’umanità che lavora, viaggia, costruisce. Un tetto inclinato, una strada polverosa, il dorso di un cavallo: dettagli che diventano protagonisti silenziosi. La natura non domina, dialoga.

E mentre l’occhio si abitua a questo equilibrio, emerge un altro racconto, più tattile che visivo: quello del costume. I kimono esposti – insieme a haori e obi – non sono semplici apparati decorativi, ma superfici narrative che riflettono lo stesso principio delle stampe Ukiyo-e: il fluire della vita. Nella cultura dell’Ukiyo-e, il “mondo fluttuante” non è evasione, bensì consapevolezza dell’impermanenza. E il kimono, con le sue sete cangianti e i motivi stagionali, ne è una perfetta incarnazione.

Durante il periodo Edo, l’abito diventa codice sociale e racconto estetico. Le classi mercantili, arricchite ma sottoposte a restrizioni, sviluppano un gusto raffinato fatto di dettagli nascosti: fodere decorate, contrasti cromatici appena percepibili. Così come nelle stampe di Hokusai il dinamismo si annida nella linea, nei kimono si cela nelle pieghe, nei motivi che appaiono solo in movimento. Indossare un kimono significa, in fondo, abitare un’immagine.

Non sorprende allora che le opere esposte – oltre 200, giunte eccezionalmente dal Museo Nazionale di Cracovia e in mostra fino al 29 giugno – parlino con oggetti d’uso, armature, lacche e strumenti musicali. È un universo compatto, dove arte e quotidiano non si separano mai davvero. Gli album dei Manga, con la loro sorprendente vitalità, sottolineano un catalogo infinito di gesti, mestieri, espressioni.
Hokusai e il mondo in continuo divenire
E poi c’è l’ironia. In mezzo a tanta grandezza, Hokusai non rinuncia mai a sorridere di sé, come nel suo autoritratto travestito da pescatore. Un dettaglio che illumina tutta la mostra: dietro il “vecchio pazzo per la pittura” si nasconde un osservatore instancabile, convinto che l’arte non sia mai compiuta, ma sempre in divenire. A rendere ancora più stratificata l’esperienza interviene lo sguardo fotografico di Felice Beato, testimone di un Giappone appena dischiuso all’Occidente.

Le sue immagini, sospese tra documento e meraviglia, sembrano prolungare le visioni di Hokusai in una dimensione quasi reale, come se il mondo fluttuante avesse trovato una nuova forma di permanenza. In questa esposizione, la Capitale diventa un punto d’incontro inatteso. Non solo tra Italia e Sol Levante, ma tra modi diversi di pensare l’immagine, il corpo, il paesaggio. E, forse, il segreto del fascino duraturo di Hokusai sta proprio nell’aver compreso, con sorprendente anticipo, che ogni linea – come ogni tessuto, ogni onda, ogni gesto – è parte di un racconto più grande, che continua a trasformarsi sotto i nostri occhi.





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