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Profondo e intenso come solo lui sa essere, Diego Dalla Palma ci accompagna in un viaggio emozionante, fatto di ricordi, autoanalisi, decisioni serie e ironia.
Quando incontriamo Diego Dalla Palma, lo troviamo impelagato in un trasloco: dalla sua Padova si trasferisce (anche) in Sicilia. «Ho bisogno della luce, del colore e del calore del Sud. Questa è la mia terra, sia ben chiaro, quindi sono particolarmente contento e soddisfatto. Ma sta di fatto che in questo tempo della mia vita, a questa età, ho bisogno di sentirmi bene, coccolato, cosa che al Sud avviene. Io poi ho una fusione con la Sicilia, quasi esoterica. Lì sto bene. Rimango un po’ a Padova perché ho una serie di cose, di interessi, ho una casa in centro. Ma ho preso anche una casa a Catania, dove non si è mai soli, almeno di giorno».
Elogio del “possibilismo”
Cosa rappresenta il Sud?
«Il Sud è calore, luce, possibilismo. Poi, per l’amor di Dio, è anche disordine, imperfezione. Ma, quando si è vecchi, tutto questo diventa materia di vita. Se non si vuole diventare un vecchio brontolone e si analizza con consapevolezza ciò che si è vissuto, si sente di avere bisogno di quei luoghi per dare ancora un senso alla vita. Perché la vita non è fatta di regole: è fatta di imperfezione, di possibilismo, di perché no?, per citare il titolo della performance teatrale».
A proposito di Perché no?, lei ha concepito questo spettacolo più come un dialogo interattivo con il pubblico che come un monologo. Perché questa scelta?
«Perché io non sono un attore, ma un sincero e caldo narratore. Quello che faccio sul palcoscenico non è uno spettacolo: è un racconto di vita. È un percorso… Anzi, no, perché tutti usano questo termine, tutti parlano di comfort zone. Ecco, no: non è un percorso, né una mia comfort zone. È un racconto passionale e appassionato, più dei miei guai e delle mie miserie che dei miei cosiddetti successi, delle mie vittorie o dei miei trofei».
Racconta anche il coraggio, la libertà, il superamento delle sconfitte. Quando ha sviluppato queste qualità? È sempre stato coraggioso?
«Sempre. Ho avuto il coraggio dei miei genitori, soprattutto di mia madre. Mia madre era una donna, una condottiera, un’imperatrice del coraggio. Rischiava ogni giorno della sua vita. Era potentemente coraggiosa. Io l’ho ammirata e l’ho presa come esempio. Tant’è vero che a volte mi sento io mia madre. Ho sviluppato fortemente il coraggio. E il coraggio, attenzione, si porta dietro il rischio, l’errore, lo sbaglio, la sconfitta. Ma si porta dietro anche l’opposto: dipende da come va, perché poi è il destino che decide. Noi possiamo fare tutto quello che vogliamo, ma io credo fortemente nel destino».
Che cosa sono state per lei le sconfitte? E che cosa rappresentano oggi?
«Le sconfitte sono necessarie per arrivare alla consapevolezza. Io oggi sono un uomo consapevole proprio grazie alle sconfitte. Sono consapevole dei miei tanti errori, di avere seguito aspetti esistenziali fasulli, illusioni di successo, illusioni come il sesso inteso come elemento di fantasia per dare un senso alle giornate. Per me è stato tutto molto difficile. In certi momenti esaltante, ma quell’esaltazione spesso l’ho pagata e a volte ne sono nati momenti di grande sconforto e di grande dolore».
Che tipo di dolore?
«Io ho una vita dolorosa, ho un animo dolente da sempre. La mia natura è tormentata, burrascosa. Però sono contento, perché la consapevolezza mi ha fatto capire che ho sempre rischiato di mio, non ho mai fatto il lacchè. Ho sempre cercato di sentirmi libero e di agire da tale. Ho sempre cercato, per quanto possibile, di non far del male alle persone, di essere giusto. Ma, attenzione, questo non vuol dire che lo sia stato. Ho fatto anche in questo senso degli errori».
Perché no? è una provocazione possibilista, ma anche un invito ad agire. Lei quando ha capito di dover smettere di rimandare?
«L’ho sentita quando sono morti i miei genitori: ho sentito forte il richiamo del loro spirito che mi seguiva, che mi proteggeva, che dava un senso anche al mio malessere. Lì sono cambiato. “Perché no?” lo diciamo in continuazione da giovani. Poi arrivano i 40, i 50, i 60 anni, e diciamo: “no, bisogna stare attenti, è pericoloso”. Dopo i 70, poi, ti dicono: “ma per l’amor di Dio, non rischiare, chi te lo fa fare?” Ecco, io invece sono esattamente l’opposto. Sono un “perché no?” continuo, legato probabilmente anche a una forma di incoscienza, forse di follia. Però è il coraggio che mi dà questa voglia di vivere. Probabilmente perché non ho nessuna paura, anzi ho un’attrazione fatale nei confronti della morte».
Ci spieghi…
«Da piccolo avevo dei mini-ictus fulminanti e sono stato in coma. Uscito dal coma non volevo vivere, perché la vita faceva schifo, mentre in coma vivevo ore meravigliose: una sensazione impossibile da tradurre a parole. Poi sono stato preso di mira perché ero un bambino introverso, tormentato, effeminato. Mamma faceva sacrifici economici pazzeschi, perché eravamo in condizioni economiche molto limitate, e proprio per questo sono finito in collegio: dovevo stare zitto e subire. Ho subito anche una violenza, anzi un condizionamento psicologico e fisico, da parte di un prete che, credendo di fare qualcosa di buono, mi ha tolto delle certezze. Però non è da quello che è dipesa la mia sessualità. Ho avuto rapporti anche con donne, ma avrei avuto comunque la tendenza all’omosessualità. Uscito dal collegio ho subito un’altra serie di angherie per la mia diversità. Anche mia madre era una donna diversa. Mi diceva sempre: io non posso stare qui in paese, dovrei andare via perché sono diversa dalle altre femmine. Aveva ragione. Solo che purtroppo non era nelle condizioni di farlo e ha lasciato che fosse suo figlio ad andarsene».
Il valore del perdono, la vendetta e il fine vita
Parlando del sacerdote, ha detto che, a modo suo, pensava forse di fare del bene. Non le sembra di giustificare una violenza?
«Me lo dicono in tanti. Non giustifico la violenza: ho un esagerato senso del perdono. Liberando la mia vita dai rancori, dalle rabbie, io sto meglio. Mi viene spontaneo. Le mie vendette durano pochissimo con risvolti cinematografici. Poi ho momenti totalmente liberatori per quanto concerne il rancore».
Ci racconta una vendetta particolarmente iconica?
«Avevo 13 anni. C’era un prete, padre Alberto, che mi canzonava. Nell’ora di religione non mancava mai di umiliare me e un mio amico che si chiamava Valentino Marcolongo. Quella era violenza. Diceva: “C’è puzza di letame, vi siete lavati?”. E siccome io e Valentino avevamo le vacche, era chiaro a chi si riferisse. E allora una volta, con Valentino, gli ho lanciato un vaso dal terzo piano mentre passava. L’ho mancato di venti centimetri. Ovviamente siamo stati cacciati entrambi. Vendette del genere non ne ho più avute, perché poi c’è la ragione. La ragione sistema tutto, ma ti porta anche a essere meno autentico, meno spontaneo».
Prima ha parlato di un’attrazione quasi fatale per la morte e, infatti, ha già organizzato la sua.
«Sì, ne sono sempre più convinto, di giorno in giorno».
Che cosa l’ha spinta verso questa decisione?
«Tanti fattori. Glieli dico in ordine sparso. Innanzitutto, la vecchiaia, che è la peggiore delle malattie, perché hai davanti a te il tuo essere che sfiorisce, peggiora, marcisce lentamente giorno dopo giorno. Non è marcescenza immediata, è degrado, deterioramento del fisico, del corpo. Ti guardi e non ti riconosci più. Poi c’è la società. Un tempo il vecchio aveva una saggezza, veniva considerato, ascoltato, rispettato. Oggi è trasparente, non serve più a niente. È colui che, in linea di massima, date le sue condizioni, non vota più. E quindi per la società non conta. Qualsiasi telegiornale, parlando di guerre ed esodi, parla dei bambini. Ma nessuno racconta la pena di un vecchio che non sa dove andare, che vuole morire ma non riesce a togliersi d’intorno. E poi c’è una società spietata, cattiva. E la tecnologia imperante, che fa sentire i vecchi esclusi, già morti in vita».
La “rivelazione” nel salotto di Toffanin
Quando ne ha parlato pubblicamente a Verissimo, la reazione di Silvia Toffanin è stata molto forte. L’Italia è pronta a parlare di fine vita?
«No. Lei non sa cosa mi è successo dopo. Ho avuto contro i benpensanti, i malvagi, i predicatori, i religiosi, i cattolici, i sentimentali. Stranamente quelli che mi hanno capito di più sono forse gli intellettuali. Ma non quelli con la puzzetta sotto il naso. Gli intellettuali veri, quelli alla Pasolini, quelli che sanno cos’è la vita. Io non avevo bisogno di lezioni, avevo bisogno che la gente prendesse atto. Allora mi dicono: perché l’hai detto dalla Toffanin? I malvagi hanno pensato che lo avessi fatto per un libro in uscita o per il tour teatrale. Pensate quello che volete».
Perché l’ha detto lì?
«Perché me l’ha chiesto. Se in una prefazione ringrazi la morte per aver creduto in te e dici che l’attendi con gioia quanto prima, è inevitabile che ti facciano una domanda. Toffanin è stata carina, come una nipote affezionata. Non credo l’abbia fatto per cattiveria».
Tra amici e colleghi c’è stata una reazione che l’ha colpita di più?
«Non mi ha capito quasi nessuno. Mi hanno fatto solo prediche. Anche affettuose, sia chiaro, e li ringrazio. Ma credo che siano loro ad avere bisogno di me, sul concetto di morte».
Le gemelle Kessler sono ricorse al suicidio assistito…
«Meravigliose!».
Dall’altro lato, però, c’era Ornella Vanoni, che ha voluto vivere fino alla fine.
«Ma le ricordo che disse, mesi prima di morire: “Che barba, che noia, uffa la vita, mi sono stufata”. Evidentemente dentro qualcosa c’era».
Ha detto che non vuole il suicidio assistito, ma sparire da solo. Che significa?
«In questo momento ho quattro possibilità. Da giorni cerco di capire quale opzione mi darà più spiritualità, perché ne avrò bisogno. Mi farò aiutare a modo mio, ma ho già stabilito tutto. E dopo la morte, non voglio strade, piazze, fontanelle, né aiuole. Come se non fossi mai esistito».
Non vuole essere ricordato?
«No. Se qualcuno vorrà, potrà ricordarmi per quello che ho fatto professionalmente. Per il resto non mi interessa. Ho deluso molta gente, molta gente ha deluso me. Noi esseri umani siamo persone da dimenticare. Tutti».
Come immagina gli ultimi mesi, gli ultimi giorni della sua vita?
«Bellissimi. Se morirò secondo i miei piani, affronterò dei mesi bellissimi. Ho già pianificato tutto e messo da parte una cifra che mi permetterà di soddisfare le mie esigenze, non legate al lusso, ma legate al mio benessere spirituale».
E in attesa che quel momento arrivi, cosa la fa sentire vivo oggi?
«La mia resistenza».
Quali sono i piaceri che si concede?
«La Nutella e il tiramisù che prepara un mio caro amico. E la “solitarietà”, che non è solitudine. Il sorcio è solo, mentre l’aquila è solitaria. Io voglio essere un’aquila».


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