
Claudio Roe e Laura Calia: «Un gemelli mi ha “ghostata” e Roe ha pensato a una canzone»
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Laura Calia, in collaborazione con Claudio Roe di Simon & the Stars, canta Mi hai già perso, un brano che affronta con leggerezza il tema di chi sparisce in silenzio… Intervista doppia alla cantante siciliana e all’autore e producer romano, che hanno creato una piccola rivincita in musica per le tante vittime di questo fenomeno.
Una telefonata che non arriva, un messaggio lasciato senza risposta e una persona che, da un momento all’altro, sembra svanire nel nulla. Il ghosting è ormai una delle esperienze più comuni nelle relazioni contemporanee, soprattutto tra i giovani: secondo una ricerca, oltre sette intervistati su dieci tra i 18 e i 35 anni hanno dichiarato di averlo subito almeno una volta. Con Mi hai già perso, Claudio Roe e Laura Calia affrontano il tema con ironia, trasformando il silenzio di chi sparisce in una piccola rivincita da cantare. Li abbiamo incontrati per parlare della loro collaborazione, della nascita del brano e del perché oggi sembri così difficile trovare il coraggio di dire semplicemente: «Non ci sono più».

Uno ritmo fresco e un contenuto attuale
Claudio, siamo abituati a vederla d’inverno in libreria con Simon & the Stars e le previsioni dell’anno. Ora la ritroviamo d’estate con un brano musicale e con un’altra partner artistica. Che è successo?
Claudio: «È successo che la scrittura, a un certo punto, ha iniziato a cercare un’altra forma. Io vengo dalla poesia, dal cinema, poi dagli oroscopi. E la musica, pian piano, è divenuta una nuova stanza di questa stessa casa. Con il progetto RoE sto cercando di trasformare in canzoni alcune emozioni mie, ma anche tante storie che ho ascoltato negli anni attraverso le persone che ci seguono. E per questa avventura avevo bisogno di una voce capace di portare leggerezza e profondità insieme: quella di Laura Calia. Poi io sono Bilancia, quindi da solo non so stare (ride, ndr)».

Claudio è di Roma, lei invece Laura arriva da Mazara del Vallo ed è anche figlia d’arte. Da dove nasce il suo rapporto con la musica?
Laura: «Nasce in casa, praticamente. Mio padre, Vito Calia, è voce e bassista de I Diòscuri, gruppo di successo tra gli anni ’60 e ’70 e ancora in attività. Quindi la musica per me è sempre stata qualcosa di familiare. Sono cresciuta ascoltando, cantando, assorbendo quel mondo. Poi negli anni ho seguito anche il teatro, che mi ha aiutata molto nell’interpretazione: per me cantare non è solo “voce”, ma entrare in una storia e darle un corpo, con verità. Ecco, io invece sono Toro (ride, ndr)».

Come vi siete conosciuti e come è nata questa collaborazione?
Laura: «Io seguo Simon & the Stars da anni. Con Claudio ci eravamo scritti, ci conoscevamo virtualmente. Poi a febbraio c’è stata finalmente l’occasione di incontrarci a Roma. Claudio conosceva già la mia voce e mi ha chiesto: “Ti andrebbe di cantare una canzone?”. Io ho detto sì, senza esitazioni. Anche se ancora non sapevamo quale sarebbe stato il tema. Poi, prima di andare via, gli ho raccontato di una persona che mi aveva appena ghostata».
Claudio: «Un Gemelli, che astrologicamente non potevo ignorare».
Laura: «Esatto. Io gliel’ho raccontata quasi come uno sfogo, senza pensare che potesse diventare una canzone».
Claudio: «E invece lì si è accesa la lampadina. Non le ho detto niente, ma mentre lei parlava io avevo già iniziato a vedere la scena: le chiamate perse, la segreteria, il messaggio che non arriva, quella sensazione di essere rimasta appesa a qualcosa che l’altra persona non ha avuto il coraggio di chiudere. Da lì è nata Mi hai già perso».
Il brano affronta con leggerezza un tema in realtà molto scottante: il ghosting. Come avete trovato questo equilibrio?
Claudio: «Ormai posso dire che negli anni questa è diventata la mia cifra: raccontare con leggerezza tematiche profonde, spesso legate al femminile e alla sensibilità, che – ci tengo a dire – appartengono a ognuno di noi. È il modo migliore per avvicinarsi a cose che fanno male. E Mi hai già perso è così. Ha un ritmo fresco, estivo, ironico, ma dentro parla di un’esperienza molto comune: qualcuno che sparisce, non verbalizza, non si assume la responsabilità di dire “non ci sono più”. Volevo che fosse una risposta sorridente, quasi una frecciatina, ma con qualcosa di profondo sotto».
Laura: «Sì, perché quando ci sei passata sai che non è solo “vabbè, non ti ha risposto”. A volte è proprio difficile da elaborare. Ti lascia con mille domande, con la sensazione di aver sbagliato qualcosa, con il bisogno di trovare una spiegazione che l’altro non ti ha dato. In questo senso può diventare una forma di violenza psicologica, perché il silenzio ti costringe a fare da sola tutto il lavoro emotivo. Poi certo, la canzone non vuole fare una guerra uomini contro donne: il ghosting può riguardare tutti. Però è anche vero che molte donne ci si sono riconosciute subito».
La mancanza di coraggio diventa “malcostume”
Secondo voi perché oggi il ghosting è così diffuso?
Laura: «Molte persone non sanno gestire il disagio di dire la verità. Sparire sembra più comodo e meno faticoso. Ma in realtà è solo un modo per lasciare all’altro tutto il peso della chiusura. È una mancanza di coraggio, ma anche di educazione emotiva».
Claudio: «Sono d’accordo. Nei giorni scorsi abbiamo fatto anche un sondaggio sui social e sono arrivate tantissime risposte. La cosa interessante è che non si parlava solo di relazioni sentimentali: qualcuno raccontava di ghosting tra amici, parenti, perfino sul lavoro. Questo fa capire che il tema è più ampio. Però alla base c’è sempre la stessa cosa: l’incapacità di assumersi la responsabilità di una frase semplice, anche se scomoda. Che siano tre giorni o tre anni di rapporto, un “non me la sento” fa male, certo. Ma almeno permette all’altra persona di capire dove si trova. Il silenzio, invece, lascia tutto sospeso».
Quindi questa è una canzone più di denuncia o di rivincita?
Laura: «Secondo me è una rivincita. Qualcuno l’ha definita una “canzone-frecciatina” e mi piace molto. Perché non resta nella lamentela, ma dice: “Ok, tu sparisci? Allora ti mollo io”».
Claudio: «È un piccolo inno per l’esercito dei ghostati, per dire: guardate che gli sfigati siete voi che sparite. E noi, lo diciamo ballando: “Ci avete perso”!».




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