
Crans-Montana, la notte dell’orrore: un arresto tardivo e troppe cose che non tornano
Manette dopo nove giorni, mentre le prove si disperdono e le responsabilità restano sospese. La strage di Capodanno a Le Constellation apre uno squarcio inquietante su omissioni, irregolarità e silenzi istituzionali. E mentre la giustizia tentenna, il dolore delle famiglie diventa accusa.
È ancora difficile comprendere come si concluderà la vicenda di Crans-Montana, sia sotto il profilo giuridico sia sotto quello umano. Ciò che appare invece tragicamente certo è il dolore indelebile che accompagnerà per sempre le famiglie che hanno perso figli e nipoti nel devastante incendio scoppiato nella notte di Capodanno all’interno del locale Le Constellation. Oggi, però, un primo, tardivo segnale arriva: dopo sei ore e mezza di interrogatorio, Jacques Moretti, titolare del locale, è stato arrestato per il pericolo di fuga. La moglie, Jessica Maric, invece, resta a piede libero, ma comunque sotto sorveglianza attraverso il braccialetto elettronico e con l’obbligo di presentarsi in polizia ogni tre giorni.
Quello che resta un mistero è cosa sia cambiato da 9 giorni a questa parte, per procedere con le manette ai polsi di Moretti solo questa mattina in occasione del primo interrogatorio (tra l’altro sulle attività dei locali e non sulla strage). Giusto il tempo di “inquinare” le prove, far irritare tutto il mondo a cui sembra che la Svizzera abbia dato giusto un contentino. Ma vediamo ai fatti.

Sono oltre cento le persone coinvolte, tra cui anche diversi nostri connazionali. Tra le vittime si contano purtroppo Giovanni Tamburi, 16 anni, di Bologna; Achille Osvaldo Giovanni Barosi, 16 anni, di Milano; Emanuele Galeppini, 17 anni, di Genova, residente a Dubai; Chiara Costanzo, 16 anni, di Milano; Sofia Prosperi, 15 anni, italo-svizzera con legami familiari in Italia; Riccardo Minghetti, 16 anni, di Roma. Molti altri giovani sono rimasti feriti, alcuni dei quali in condizioni gravissime.
Da quando le fiamme hanno avvolto l’(abusiva) discoteca all’1.20 del primo gennaio, ogni giorno ha portato con sé una nuova e macabra scoperta, quasi a comporre la sceneggiatura di un film dell’orrore. Inizialmente i due proprietari apparivano spaventati e pronti a collaborare con la giustizia, in un atteggiamento da cittadini modello; col passare del tempo, però, sono emerse più ombre sul loro conto di quante Jessica Fletcher avrebbe potuto scovarne in uno dei suoi episodi de La Signora in Giallo.

Poi ci sono le immagini, che sembrano raccontare più di qualsiasi dichiarazione. Le riprese del locale poco prima dell’incendio hanno mostrato al mondo come tutto abbia avuto inizio, ma al tempo stesso hanno fatto emergere una serie di anomalie che, più che chiarire i fatti, sembrano alimentare un mistero ancora più inquietante.
Per settimane la Svizzera ha fatto muro. Nonostante ipotesi investigative che in qualunque altro Paese democratico avrebbero probabilmente portato a provvedimenti cautelari immediati, Moretti e la moglie Jessica sono rimasti a lungo indagati a piede libero, con la giustificazione ufficiale dell’assenza di pericolo di fuga o di inquinamento delle prove. Oggi, però, quello scenario è cambiato solo a metà: Moretti è stato finalmente arrestato, mentre la consorte resta libera, sorvegliata, secondo gli inquirenti, per il rischio che possa sottrarsi alle indagini.
Eppure il passato di Moretti, costellato da una lunga serie di precedenti che desterebbero sospetti persino in un giovane praticante di diritto civile, non sembrava inizialmente sufficiente. Non parevano bastare neppure le numerose irregolarità emerse: il sovraffollamento del locale, la riduzione delle scale che dal seminterrato conducevano all’unica via di fuga, una porticina chiusa — peraltro non conforme ai requisiti di uscita di sicurezza — probabilmente per risparmiare sul personale e per impedire che qualcuno potesse allontanarsi dal locale senza aver pagato il conto, e una licenza che non autorizzava quel tipo di attività. Tutto, fino a poco fa, apparentemente tollerato.
A ciò si aggiunge la comparsa di un video che mostrerebbe la moglie di Moretti mentre, quella notte, fuggiva portando con sé la cassa anziché aiutare i ragazzi a mettersi in salvo, magari aprendo proprio quella porticina rimasta chiusa. Un filmato che la magistratura svizzera ha dichiarato di dover ancora verificare, sostenendo di avere numerosi materiali da analizzare, come se immagini di tale portata non meritassero la massima priorità.
All’uscita dall’interrogatorio, Madame Moretti si è detta dispiaciuta per l’accaduto: «I miei pensieri sono sempre rivolti alle vittime e alle persone che stanno combattendo oggi. È una tragedia inimmaginabile – ha detto tra le lacrime – non avremmo mai potuto immaginare una cosa del genere. È successo nel nostro locale e voglio scusarmi».

Ma le scuse non basteranno, poiché una simile tragedia assume sempre più dimensioni difficili da digerire e dimenticare. E non basta nemmeno il gesto della magistratura elvetica, arrivato troppo tardi e dietro pressioni da ogni parte del mondo. A cominciare dai governi Europei.
Nel frattempo, il danno d’immagine è ormai irreversibile. L’idea di una giustizia che esita, che protegge, che pondera più l’impatto politico che la gravità dei fatti, ha già fatto il giro del mondo. Guai a compromettere l’immagine della nazione. Eppure, quella immagine è già compromessa, e ogni giorno di ritardo non fa che peggiorare la percezione di un sistema incapace di reagire con la necessaria fermezza.

Restano impressi, infine, quei fotogrammi della ragazza con il casco, issata sulle spalle di un collega cameriere — anch’egli mascherato — mentre brandisce bottiglie e le sventola in segno di vittoria a pochi centimetri da materiale fonoassorbente non ignifugo, che avrebbe poi innescato la strage.
Le domande senza risposta restano molte. Chi è quella ragazza? È sopravvissuta? Perché indossava un casco? Perché i camerieri, pur non essendo Carnevale, erano mascherati? E perché quella messa in scena, tanto macabra quanto insensata?
A completare il quadro c’è una realtà sommersa che chiama in causa anche il Comune di Crans-Montana, potenzialmente responsabile per i mancati controlli. Per ora si parla di negligenza, ma con le nuove evidenze che continuano a emergere non è escluso che si possa ipotizzare anche qualche rapporto di favore tra i titolari del locale e funzionari pubblici. Dimostrando, ancora una volta, che tutto il mondo è Paese. Anche quando il Paese si presenta con un abito elegante e una reputazione immacolata.




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