L’era post-“Falsissimo”: perché il tavolo di “Coronasland” toglie pathos al re del gossip
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Fabrizio Corona ci riprova. Dopo la chiusura forzata dell’esperienza di Falsissimo, l’ex re dei paparazzi torna sulla sua piattaforma d’elezione, YouTube, inaugurando la “puntata zero” di Coronasland. Un debutto fiume di quasi due ore che si propone come un’informazione d’assalto e “senza preservativo” contro il potere mediatico, ma che finisce per disperdere la carica esplosiva del suo predecessore.

Falsissimo aveva un pregio innegabile: la verticalità del racconto. Era un format d’impatto, in cui Corona parlava dritto in camera, scandendo i suoi scoop con un ritmo serrato che teneva lo spettatore incollato allo schermo. In Coronasland quella linearità si perde. La scelta di adottare la formula dell’ennesimo talk-podcast, ormai saturo sul web, appiattisce la narrazione. Il carisma solitario e accentratore di Corona viene diluito dalla presenza fisica di un “tavolo” di ospiti, che va da Mario Adinolfi a uno psichiatra, fino a un ventunenne messo lì a fare da comparsa generazionale. Il risultato? L’enfasi drammatica e il pathos tipici dei monologhi di Corona svaniscono, sostituiti da una confusione in cui i presenti finiscono spesso per parlarsi addosso.
Attenzione: Corona ha annunciato che Falsissimo tornerà, con nuove puntate di cui la prima sarà completamente dedicata a Belen Rodriguez e alla sua famiglia. Per ora, però, l’attenzione è sul nuovo salotto web Coronasland.

La frammentazione del format è accentuata da una gestione tecnica a dir poco caotica. La “diretta” (o presunta tale) mostra costantemente le cuciture del montaggio: video che non partono, tracce audio che saltano e continui rimproveri in onda al povero montatore, incapace di stare dietro alle repentine fiammate del conduttore. Se in passato l’imprevisto e la sporcizia tecnica facevano parte del fascino “punk” di Corona, qui spezzano il ritmo, trasformando una potenziale bomba mediatica in un salotto confuso che fatica a trovare un vero motivo per arrivare fino alla fine. Certo, questa era solo la puntata zero, quella fatta “di fretta”, come lo stesso ex re dei paparazzi ha più volte ricordato. E ci si augura che nelle prossime inedite puntate (che dovrebbero partire ufficialmente dopo l’estate) possano avere una linea tecnica più pulita.

L’elemento più interessante, e sintomatico, dell’intero show è la presenza fissa dell’avvocato Chiesa, interpellato tempestivamente prima al telefono per validare la pubblicabilità dei materiali e poi ospitato direttamente al tavolo. Questa richiesta di consulenza in tempo reale, quasi disperata per evitare che “parta un altro bestemmione” o una querela, espone plasticamente il perenne stato di precarietà del format. È la dimostrazione di come Corona si muova costantemente sul filo del rasoio, consapevole che il rischio legale di un nuovo blocco giudiziario è dietro l’angolo. Una tensione etica e penale che si respira quando si maneggiano audio di minorenni legati all’inchiesta che vede il calciatore Ruggeri fare richieste particolari alle adolescenti o i risvolti dell’omicidio di Garlasco.
Insomma, Coronasland vorrebbe essere l’evoluzione definitiva del giornalismo senza filtri di Corona, ma per ora ne rappresenta il paradosso: nel tentativo di strutturarsi come un vero programma di dibattito, ha finito per ingabbiare l’unica cosa che faceva funzionare i suoi video, ovvero la pura, magnetica e sregolata performance solista di Fabrizio Corona.
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