
È la Festa dei Nonni: e loro, di cose da insegnarci, ne hanno ancora tante
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In fondo al cassetto di molte nonne c’è una scatola di latta che un tempo conteneva biscotti e ora custodisce bottoni, fili, elastici e chiavi di serrature ormai sparite. Il 2 ottobre, giorno della Festa dei Nonni, vale la pena aprirla: dentro c’è la saggezza dei più anziani e un modo di stare al mondo fatto di pazienza, riuso e tempo lento.
Dal 2005 l’Italia festeggia i nonni per legge, ogni 2 ottobre, giorno in cui il calendario cattolico ricorda gli angeli custodi: un accostamento che a molte famiglie sembra perfetto, visto quanti bambini sono stati protetti, sfamati e accompagnati a scuola proprio da loro. L’idea, però, è nata oltreoceano. Nel 1978 il presidente americano Jimmy Carter istituì la giornata su proposta di Marian McQuade, casalinga della Virginia Occidentale con quindici figli e quaranta nipoti. Il nontiscordardimé, scelto allora come fiore simbolo, è arrivato anche da noi. Oltre agli auguri e ai mazzetti, la festa è un buon pretesto per guardare da vicino la loro sapienza pratica, fatta di gesti più che di massime.
Una giornata intera per la salsa

A fine estate, in molte case si preparava la salsa: cassette di pomodori da lavare, tagliare, cuocere e passare, bottiglie da sterilizzare, tappi da fissare, e nel mezzo ore di attesa in cui non restava altro da fare che sorvegliare la pentola. Era un ritmo che oggi suona quasi incomprensibile: si cominciava all’alba e si finiva la sera, senza che nessuno cercasse una scorciatoia. I nonni hanno con l’attesa un rapporto che le generazioni cresciute con le consegne in giornata hanno in gran parte perso: sanno che un ragù, per essere buono, richiede ore, e che certe cose non si accelerano senza rovinarle. Il risultato di quelle giornate restava in dispensa fino alla primavera successiva.
Il cassetto dei bottoni

La scatola di latta dei biscotti riempita di bottoni è quasi un archetipo: nelle case dei nonni nulla veniva buttato finché poteva ancora servire. Il maglione bucato si rammendava, il barattolo di vetro della marmellata diventava contenitore per i fagioli, la camicia consumata al colletto si girava per farla durare un’altra stagione, le lenzuola logore al centro si tagliavano e si ricucivano al contrario. Era il rapporto con gli oggetti di chi aveva attraversato anni in cui sostituire qualcosa costava fatica e denaro, e per questo imparava a prendersene cura. La stessa logica governava la cucina: il pane del giorno prima diventava pangrattato, panzanella o pancotto, piatti nati dagli avanzi che oggi compaiono con orgoglio nei menù dei ristoranti.
I pomeriggi senza niente da fare

Aspettare non pesa ai nonni come pesa a chi ha sempre uno schermo a portata di mano. Sanno stare seduti su una panchina, sulla sedia davanti alla porta o nella sala d’attesa dell’ambulatorio senza cercare nulla da fare, e sanno riempire un pomeriggio con attività che oggi sembrano minuscole: sbucciare i piselli, ripassare la lista della spesa, guardare passare la gente, senza sentire il bisogno di giustificare quel tempo. Questa capacità, che a noi costa uno sforzo deliberato, per loro era la norma, perché il tempo vuoto non veniva vissuto come una minaccia da riempire a ogni costo. Ai nipoti trasmettono giochi che richiedono soltanto un mazzo di carte e un tavolino: scopa, briscola, tressette.
Dove sono cresciuti i vostri nonni?
Nel 2001, alla Emory University di Atlanta, gli psicologi Marshall Duke e Robyn Fivush hanno rivolto a bambini di quarantotto famiglie una scala di venti domande: sapete dove sono cresciuti i vostri nonni? Sapete come si sono conosciuti i vostri genitori? Sapete da chi avete preso il nome? Confrontando le risposte con una serie di test psicologici, hanno osservato che i più informati sulla storia della famiglia avevano un’autostima più alta, un maggiore senso di controllo sulla propria vita e meno ansia. La saggezza dei nonni passa anche da qui: sono i depositari naturali di quel patrimonio di racconti, e per ottenerlo non serve consultare nulla, basta lasciarli parlare a tavola.
Un pugno di farina, quanto basta

Le ricette delle nonne hanno una caratteristica che manda in crisi chi prova a riprodurle: raramente riportano le dosi. Dicono “un pugno di farina”, “quanto basta”, “finché l’impasto non si stacca dalla ciotola”, e chi le ha imparate a occhio non sa tradurle in grammi. È il motivo per cui molti piatti di famiglia rischiano di sparire insieme a chi li cucina. Il 2 ottobre può diventare l’occasione per un esperimento semplice: sedersi accanto a una nonna o a un nonno mentre cucinano, con una bilancia sul tavolo, penna e quaderno, e pesare (e trascrivere) le ricette che vogliamo conservare e tramandare. Il dato più difficile da annotare, di solito, è il tempo di cottura, che le generazioni più anziane misurano a occhio… e a profumo.





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