
L’Australia ha approvato il disegno di legge che vieta l’accesso ai social media da parte dei minori di 16 anni. Il provvedimento, proposto dal primo ministro laburista Anthony Albanese, è stato sostenuto da entrambe le Camere con ampia maggioranza. Nonostante la strenua opposizione delle aziende tecnologiche che ne vogliono impedire l’applicazione, secondo i sondaggi il 77% della popolazione australiana ritiene una priorità assoluta tutelare la salute mentale dei minori, messa a serio rischio dalla fruizione del web. La responsabilità dell’applicazione della legge ricade totalmente sui provider delle piattaforme social (passibili di multe salate che possono raggiungere i 50 mila dollari australiani, circa 30 milioni di euro), mentre nessuna sanzione è prevista per i minori che violano la legge o per i loro genitori. Sebbene la normativa non menzioni espressamente piattaforme specifiche, il divieto si applicherà giocoforza a Facebook, Instagram, Snapchat e TitTok e X (ex Twitter). Le disposizioni non riguarderanno i siti web a scopo educativo, compreso YouTube, e le applicazioni di messaggistica tipo WhatsApp. Non sono ancora chiare le modalità attraverso cui le aziende tecnologiche dovranno adempiere all’obbligo sancito dal provvedimento, soprattutto perché non vi è alcun dovere di procedere alla verifica dei documenti d’identità degli utenti digitali. Ciò che, invece, sembra certo è che la sperimentazione della legge dovrebbe iniziare a metà del 2025 per poi giungere all’applicazione definitiva nel 2026.

Elon Musk, proprietario di X, ha criticato duramente la legge definendola “un modo surrettizio per controllare l’accesso a internet degli australiani”.
Proposte simili, tuttavia, sono in fase di analisi anche in Norvegia e in Florida, sebbene in quest’ultimo stato siano oggetto di contestazione per possibili violazioni alla libertà di parola.
Ma, nonostante i dissensi, la decisione del governo australiano si colloca nell’alveo di un dibattito globale, che ha a oggetto il rapporto tra il benessere psicofisico e il corretto sviluppo emotivo degli adolescenti e l’accesso ai contenuti social e, per estensione, ai vari device tecnologici.

In generale, nel mondo sembra essere in corso un ripensamento sullo spazio che le nuove tecnologie debbano avere nell’ambito della società, sul ruolo che possano ricoprire nell’educazione e nella formazione dei bambini prima e degli adolescenti poi.
La Svezia, ad esempio, allarmata dai dati drastici e incontrovertibili sul calo della preparazione degli studenti, già da tempo ha fatto marcia indietro sull’uso di tablet, smartphone, pc e tecnologia varia a scuola, per tornare a un modello di insegnamento tradizionale che si avvale di carta e penna.

A casa nostra il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, lo scorso 11 luglio ha pubblicato una circolare che bandisce lo smartphone dalle scuole primarie e secondarie di primo grado, anche a scopo didattico o educativo, salvo il caso in cui essi vengano utilizzati come supporto agli alunni con disabilità o con disturbi specifici dell’apprendimento o per documentate e oggettive condizioni personali. Con la guida dei docenti ci si potrà avvalere di altri tipi di dispositivi digitali, come pc e tablet. Nel mirino di Valditara è finito anche il registro elettronico, colpevole di deresponsabilizzare gli alunni nella gestione dei compiti a casa. Il suggerimento è quello di affiancargli l’uso del tradizionale diario scolastico personale dove gli alunni dovranno debitamente annotare le consegne casalinghe.
La questione rimane sicuramente controversa e di non facile soluzione: da un lato la necessità di assecondare e favorire il progresso fornendo alle nuove generazioni l’accesso agli strumenti tecnologici, dall’altro l’esigenza, che si fa sempre più sentita e pressante, di offrire una regolamentazione efficace che preservi l’integrità, il benessere fisico e mentale, nonché le potenzialità evolutive dei “nativi digitali”.
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