
La ferita e la cura: cosa ci insegna il caso di Benno Neumair sulla giustizia riparativa
Dicembre 9, 2025
In questo articolo
Il caso di Benno Neumair riaccende il dibattito sulla giustizia riparativa in Italia, mettendo in luce limiti, potenzialità e interrogativi etici. Un percorso che, oltre la pena, mira a ricucire relazioni spezzate, ma che nei reati più gravi – come gli omicidi familiari – diventa un terreno fragile e complesso, dove la voce delle vittime resta centrale.
C’è vita dopo il carcere? C’è speranza di recuperare un essere umano autore di reato, affinché – scontata la pena oppure in itinere – non torni più a reiterare le sue azioni?
Sono domande che dovremmo farci ogni volta che ci troviamo davanti a una condanna. Che da cittadini informati dai media, o perfino da “addetti al settore”, è il passo conclusivo di un percorso iniziato dalla commissione del reato e poi continuato con le indagini prima e con il processo poi. Ma per chi viene condannato, la pena inflitta è solo l’inizio di una nuova vita.
Ogni statistica ci dice che, in tutte le carceri in cui siano attivi programmi di inserimento lavorativo o di attenzione maggiore ai detenuti, il rischio di “recidiva” una volta usciti dal carcere si azzera. In parole povere: se stai venti anni in carcere e quando esci hai imparato un mestiere o hai un lavoro, è più difficile tu cada di nuovo in errore. Meglio per te, meglio per la società soprattutto.
Giustizia riparativa: responsabilizzare l'autore del reato

Per questo forse oggi si parla sempre più spesso di giustizia riparativa, uno dei modelli più innovativi nel modo di affrontare i reati: introdotta in Italia nel luglio 2023 con la riforma Cartabia, essa non punta a ridurre la pena, ma a ricostruire – quando possibile – il rapporto tra autore del reato, vittima e comunità.
Al centro di questo approccio c’è l’idea che il reato non sia solo una violazione della legge, ma una ferita nelle relazioni umane. La giustizia riparativa mira a responsabilizzare l’autore del fatto, aiutandolo a comprendere l’impatto concreto che il reato ha avuto sulla vittima e sulle persone offese, e a farsi parte attiva nel tentativo di rimediare. Le domande fondamentali sono: che danno è stato causato? E come può essere riparato?
L’obiettivo è favorire il reinserimento di entrambe le parti nella comunità in modo più sicuro e costruttivo. Se inizialmente questo modello era applicato soprattutto a reati di minore gravità, oggi cresce la tendenza a sperimentarlo anche in casi più complessi, sempre su base volontaria e con solide garanzie.
Il caso Neumair: una richiesta che riapre il dibattito
Di recente ha fatto discutere la richiesta di Benno Neumair – condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio dei genitori Peter Neumair e Laura Perselli – di accedere a un percorso di giustizia riparativa.
Già in passato Benno aveva manifestato questa intenzione, indicando come interlocutori la sorella Madé e alcune zie della famiglia. La Corte d’Assise d’Appello di Bolzano aveva però respinto la richiesta, rilevando la gravità dei fatti, il tempo troppo breve trascorso dal delitto e i rapporti “fortemente dolorosi ed emotivamente contrastanti” con le persone offese. In particolare, mancava il consenso della sorella, che dichiarava di non sentirsi pronta ad affrontare un confronto.
Oggi la situazione è mutata: due zie della famiglia hanno accettato di intraprendere un percorso riparativo, incontrando Benno in carcere circa una volta al mese, nell’ambito di un’attività complementare – e non alternativa – alla pena. Con la sorella, invece, non esiste al momento alcun contatto.
Un banco di prova per il sistema italiano
Questo caso porta alla luce interrogativi centrali per il nostro sistema di giustizia riparativa: chi può chiedere e ottenere l’avvio di un percorso riparativo? Quale ruolo ha la vittima (o la sua famiglia) nel dare o negare il consenso?
Ancora: quali condizioni devono sussistere perché il percorso sia ritenuto opportuno? Ed è sufficiente la volontà dell’autore del reato oppure serve un chiaro, autentico riconoscimento di responsabilità?
Proprio quest’ultimo punto è cruciale: esiste un reale pentimento? È questa una condizione indispensabile affinché l’incontro tra autore e vittima (o insomma della parte civile, dunque anche i parenti) abbia significato e non rischi di trasformarsi in un ulteriore carico emotivo per chi ha subìto il danno.
Il caso Neumair rappresenta dunque una prova importante per l’Italia: mostra come, anche in presenza della volontà dell’autore, il percorso dipenda profondamente dalla disponibilità delle vittime e dalla natura delle relazioni coinvolte. Quando il reato è grave e avviene all’interno della famiglia, la strada si fa inevitabilmente più complessa.
La domanda ancora aperta

Insomma, si erge con ancora più forza un interrogativo che forse supera persino gli altri, in casi simili: la giustizia riparativa può trovare spazio anche nei casi di omicidio familiare, tra i più traumatici in assoluto, oppure resta uno strumento più adatto a reati meno gravi?
Sicuramente sarebbe utile capire – con il contributo degli addetti ai lavori, in testa psicologi e psichiatri – se un percorso simile possa contribuire alla ricomposizione di un tessuto relazionale e sociale dilaniato dal reato compiuto.
Tutte quelle elencate finora sono domande che non riguardano solo il diritto, ma toccano dimensioni etiche, psicologiche e comunitarie. L’Italia sta esplorando nuove vie, e casi come quello di Benno Neumair mostrano, con nitidezza, la complessità e la delicatezza di un percorso che mette al centro non solo chi ha commesso il reato, ma soprattutto la voce e il vissuto delle vittime.

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