
Iva Zanicchi: «Sì, senza di me “Ok il prezzo è giusto” sarà un flop!»
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La cantante e mattatrice iconica di OK, il prezzo è giusto! (che potrebbe tornare a condurre), ci ha aperto la sua cucina e… il suo cuore.
Colpo di scena: Mediaset ha strappato alla Rai i diritti di Ok, il prezzo è giusto!, il celebre game show che torna sulle reti del Biscione dopo decenni. Il format era destinato a Rai1, ma l’accordo è saltato ed è stato invece rilanciato da Pier Silvio Berlusconi. E ora tutti si chiedono: a condurlo verrà richiamata l’iconica Iva Zanicchi, che anni fa lo trasformò in un cult assoluto? Staremo a vedere. Intanto lei si concentra su ciò che più le scalda il cuore: è infatti uscito Con quel profumo di brodo caldo (Mondadori), un libro intimo e autentico in cui ogni ricetta diventa racconto, ogni profumo una storia, ogni piatto un frammento di vita. Un viaggio nella memoria che accoglie la sua esistenza travolgente e la restituisce con tutta la potenza della sua voce… e della sua cucina!
I cappelletti di mamma e i suoi piatti preferiti

Nel suo nuovo libro ha scritto che alcuni profumi restano “dentro di noi”: qual è quello che la riporta alla bambina di Vaglie di Ligonchio?
«Il profumo del brodo che mamma faceva in modo sublime. Emanava un odore che riempiva tutta la casa, un profumo che non ho mai più sentito, tranne una volta a Bergamo. Ero stata invitata dalle suore che avevano ospitato Papa Roncalli, all’epoca cardinale, e quando ho sentito lo stesso profumo mi sono emozionata. Mi invitarono a cena, ma purtroppo non c’erano i cappelletti che faceva sempre mamma, e allora non era la stessa cosa».
“Il brodo caldo” come metafora della casa: quali ricordi che le trasmettono quel calore?
«Sono legatissima ai luoghi in cui sono nata. Mamma per me era speciale. Tutte le mamme lo sono, ma lei un po’ di più: aveva sofferto molto la povertà, si toglieva il pane di bocca per far sì che a noi quattro figli non mancasse nulla e potessimo studiare. È stata una grande mamma, e anche papà era un uomo forte. Fisicamente eravamo uguali e avevamo in comune un amore fortissimo per mia madre. Lui subiva il suo carattere forte: in casa comandava lei. Ricordo l’attesa della Befana, il camino acceso, quell’odore di fuoco. Ricordo che papà ci portava nel bosco e ci spiegava come fare a tornare a valle, ci mostrava il muschio che indicava il nord. È una vita che oggi non c’è più, e che ricordo con nostalgia».
Un piatto che racconta la sua infanzia?
«I “borghi”, erano un piatto semplicissimo, ma soprattutto un espediente di mia madre per tenerci occupati durante i lunghi pomeriggi invernali. Dava a me e ai miei fratelli una tazza di castagne fresche ciascuno, da sbucciare. Mamma controllava che le tazze fossero colme: chi lavorava poco, la mattina dopo si trovava la tazza mezza vuota. Poi le castagne cuocevano in pentola e il mattino seguente il profumo ci accoglieva: le mangiavamo calde con latte di pecora o di mucca o con la ricotta fresca».
E un piatto che rappresenta la donna che è oggi?
«Io sono notoriamente una buona forchetta. Nonostante la mia età, che per le donne vorrebbe dire minestrina alla sera, io meno di un etto e mezzo di spaghetti non lo mangio. Quello che amo a tavola è l’arrotolamento: arrotolare i cibi sulla forchetta prima di mangiarli. L’ideale, quindi, sono gli spaghetti, che cucino in almeno venti modi: olio, aglio e peperoncino; alla carbonara oppure “alla poverella”, come mi ha insegnato Marisa Laurito, con due uova a testa non troppo cotte, formaggio e tanto burro».
Nel libro parla di povertà, sacrifici, conquiste: ricorda il primo momento in cui ha capito di essere “salita” nella vita?
«C’è un ingrediente in particolare che associo a questa circostanza: il tartufo. Quando ero piccola, mio padre ne trovò uno, ma non ci era piaciuto. Poi, però, ricordo quando il mio fidanzato, che poi è diventato mio marito, mi portava al ristorante a Milano a mangiare risotto al tartufo, tagliatelle al tartufo… cose che non avevo mai mangiato».
Lei parla spesso della sua mamma: cosa le direbbe oggi?
«Mamma mi adorava, ed era severa. Ora mi direbbe: “Sei arrivata a un’età importante, io desideravo vederti magrissima e non ce l’hai mai fatta” (ride, ndr). Mi diceva sempre di non mangiare troppo, però posso dire che ora sono dimagrita più di dieci chili».
Com’è stato riaprire cassetti di memoria che forse non guardava da anni per scrivere questo libro?
«Questi cassetti in realtà sono sempre aperti, non li ho mai chiusi. Questo è il quinto libro, e ogni libro mi porta a pescare nell’infanzia, nelle persone che ho incontrato. La gente di Vaglie ha una marcia in più, per la vita particolare che faceva… per esempio alla sera ci radunavamo tutti, mio nonno Antonio leggeva la Divina Commedia e la spiegava».
Quando cade sa sempre rialzarsi

Mediaset ha acquistato i diritti di Ok, il prezzo è giusto! La rivedremo a guidare il programma?
«Sono contenta che Ok, il prezzo è giusto! sia tornato a casa. Io l’ho fatto per undici anni, più due con Sabani. È una trasmissione che ha segnato un’epoca. Lo sento molto mio, ma per ora non so niente. Lo rifarei volentieri, però mi piacerebbe poter ritoccare qualche gioco per renderlo più attuale: ho già delle idee!».
A Belve ha lanciato un avvertimento: «Senza di me sarà un flop tremendo». Ci crede davvero o stava solo stuzzicando i dirigenti?
«Era una battutaccia… ma un po’ di verità forse c’è! Ancora oggi tutti mi parlano di Ok, il prezzo è giusto!, molti mi conoscono per quello: anche i ragazzi di 35-40 anni lo ricordano perché lo guardavano con i nonni o con i genitori».
Cosa la diverte della televisione e cosa la annoia?
«Mi annoia che è molto ripetitiva: sia in Rai che a Mediaset trattano sempre le stesse cose, c’è poco coraggio. Ora parlano solo di delitti, omicidi, osano un po’ troppo, anche queste signorine che conducono i programmi e che fanno i processi in diretta. Bisogna stare attenti: ci sono persone vere dietro. Il giornalista deve riferire, non dare sentenze. Io guardo tutto, anche se alla sera poi mi addormento con la TV accesa».
Parlando di Belve, si è fatta male quando è caduta?
«Ho fatto una caduta degna di un grande atleta! Mi hanno chiesto se giocassi a rugby perché cadendo ho fatto una svirgolata, ho gestito bene l’impatto e non mi sono fatta niente: la ciccia, forse, mi ha protetto!».

Lei, comunque, si rialza sempre… e non parliamo solo di Belve!
«È vero. Credo che sia perché ho una forte fede, amo la vita in modo esagerato, amo le persone, non so stare sola. Mi piace proprio per questo andare al mercato: conosco tutti, mi fermo a chiacchierare… Voglio credere che la gente sia più buona di quello che vediamo. Bisogna dare fiducia, soprattutto ai giovani, stargli vicino: non parlo solo ai genitori, ma anche alle istituzioni, alla scuola… dobbiamo fare attenzione ai giovani perché sono il futuro, e la società non è molto attenta».
Il pubblico la ama per l’ironia: è un dono di natura o ha faticato per diventare così?
«È un dono di natura…. E lavoro per tamponarla un po’, perché mia figlia mi bacchetta. Dice che uso un linguaggio troppo colorito, ma io credo nel perdono divino, e Lui mi perdonerà. Far ridere è una gioia e, secondo me, il Signore, quando sarà la mia ora, ne terrà conto».
Con Mina e Ornella, amiche o rivali?

Lei stessa ha scherzato sulla rivalità con Mina. Se dovesse cucinare per lei, cosa le preparerebbe?
«Mina è una buongustaia: so che le piaceva il pollo e io lo faccio molto buono con le patate. Le preparerei gli antipasti e i tortelli di zucca con burro fuso e salvia, poi il pollo arrosto con le mie patate speciali e, infine, la zuppa inglese. La mia mamma la faceva sempre. Se mi invita, vado a casa sua e cucino!»
Le ha suggerito di restare a Lugano…
«È un grande mito: se resta appartata alimenta l’immaginario e la gente la ricorda com’era a trent’anni: giovane, bella, magra».
Parlando della rivalità, comunque, lei ha detto: «Alla fine la migliore di tutti sono io». Quanto c’è di gioco e quanto di verità in quella frase?
«Un po’ di ironia. Però lo penso sinceramente. Mina è la più brava: ha una voce da soprano, è jazzista, ha molta musicalità. Ornella Vanoni però trasmetteva di più, commuoveva quando cantava. Io ho l’estensione di Mina, anche se non sembra perché sono un contralto, ma ho una voce più passionale, che mi avvicina a Ornella. Insomma, ho preso il meglio da entrambe».
A proposito di Ornella Vanoni, purtroppo ci ha lasciato di recente. Le va di condividere un pensiero con noi?
«Eravamo amiche, è uno scherzo che non doveva farmi. L’ho sentita una settimana prima e mi aveva bacchettata amorevolmente, come faceva sempre. Dovevo chiamarla in quei giorni per dirle che avevo accorciato i capelli, proprio come mi aveva consigliato di fare. Mi mancherà molto: le sue sgridate, ma soprattutto i suoi buoni consigli. Le ho voluto tanto bene, l’ho amata e stimata. Prego per lei».

L'ultimo Natale felice
Torniamo a sorridere per scacciare la malinconia. A Belve è caduta con una grazia che neanche a teatro: cucinando le succedono incidenti altrettanto epici?
«Mai caduta in cucina! Però spesso mi scotto perché sono distratta. Scopro una pentola bollente, butto giù i tortelli e zac!… sono maldestra e mi brucio. Ma faccio attenzione quando uso l’affettatrice».
In cucina è più Aquila di Ligonchio o più nonna armata di matterello?
«Sono Aquila! Svolazzo sopra le pentole. Ho esempi pazzeschi: mamma cucinava bene, ma non amava la cucina. La mia nonna materna invece era una grandissima cuoca, sarebbe stata una grande chef. Il ragù di nonna Armida era proverbiale: lo faceva in una pentola di coccio e, pur avendo la stufa economica, lo teneva su un fornello a carbone dalle sette del mattino fino a mezzogiorno».
Scrive che la condivisione a tavola è un gesto semplice, ma profondo. Oggi, secondo lei, cosa abbiamo perso rispetto a quel rito?
«Si sta perdendo ed è gravissimo. Mettersi a tavola era un rito, noi lo facevamo sempre alla stessa ora. Eravamo quattro figli e ognuno aveva il proprio posto; solo io, quando arrivava un ospite, mi alzavo e ci stringevamo coi fratelli per cedere il posto a chi arrivava. Era impensabile non stare insieme. Io l’ho portata avanti, quella tradizione: ho un tavolo in giardino e ricordo le tavolate con mamma, papà, fratelli, figli… eravamo trenta-quaranta persone la domenica! È un ricordo struggente. I tempi però sono cambiati: mia figlia ci prova, ma ha due ragazzi ventenni ed è difficile farli sedere a tavola tutti insieme, perché hanno i loro impegni. Mi dispiace moltissimo».
Iva, qual è l’ultima volta in cui si è sentita davvero felice attorno a un tavolo?
«Eravamo a Ligonchio, a casa di mamma: è stato l’ultimo Natale trascorso lì, perché poi dall’anno successivo lo abbiamo festeggiato da me. Abbiamo radunato la famiglia al paesello, è stato un Natale bellissimo».
Quest’anno come lo passerà?
«Senza il mio Pippi, sono sola. La vigilia sarò con mia figlia. Loro poi andranno in montagna, io non voglio andare… Vedremo, magari chiamerò un po’ di amici!».


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