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Il nuovo Il Diavolo veste Prada perde il fascino e l’intensità dell’originale, sostituiti da una narrazione troppo veloce e spettacolarizzata. Tra personaggi snaturati e un finale eccessivamente buonista, il sequel lascia soprattutto un senso di delusione
Esistono dei film talmente cult che una condizione imprescindibile è non toccarne la sacralità. Il Diavolo veste Prada è uno di questi.
Tuttavia, è perfettamente comprensibile che la tentazione di realizzarne un sequel fosse davvero appetitosa in termini di box office, se non altro per il fatto che dopo vent’anni esatti e nell’epoca dei social la necessità di averne una versione “fresca-fresca di cinema” si sarebbe rivelata un moltiplicatore del successo quasi certo.
D’altra parte questo film conteneva già nel 2006 tutte le caratteristiche iconiche del mondo 2.0 di oggi: trend, sogno, thriller, stile, narrazione, musica, location, lusso, bellezza e soprattutto un quantitativo senza precedenti di moda. Insomma, un insieme perfetto di tutto ciò che è trend topic.
Una versione 2026 del blockbuster un po’ datato (ma non così tanto) era dunque la soluzione perfetta per rilanciare il fenomeno globale non solo del film ma di tutta l’industria ad esso legata, un’operazione commerciale ad hoc in nome della quale toccarne la sacralità dell’originale era lecito.
E proprio da qui iniziano i problemi.

Una narrazione troppo veloce
Primo fra tutti la trama: in nome della velocità (in stile reels) la narrazione diventa un’accozzaglia di eventi raccontati e risolti con la stessa rapidità con cui oggi scrolliamo Instagram. Troppo incalzante, troppo spasmodico, troppo alla ricerca della sensazionalità, lo stile del sequel si scontra con la bellezza della narrazione di ieri, molto più lenta e basata su dialoghi sospesi, situazioni dai silenzi contrastanti, sguardi fendenti.
Ora invece è tutto troppo veloce e vorticoso: lusso, soldi, cadute, ascese, ribaltoni, storie d’amore, manager arrivisti, decadenza dell’editoria tradizionale, morte, viaggi, colpi di scena e così via. Pare di assistere quasi a un film d’azione tra sparatorie e inseguimenti… E ancora moda, cinema, star, musica: tutto compresso, congestionato, incalzante fino a risultare indigesto. Persino il cameo di Lady Gaga ci piomba addosso quasi disperso in una narrazione da thriller.

Miranda perde il suo fascino
A fare le spese di questa nuova immagine fortemente commerciale però non è assolutamente… l’immagine, anzi l’aspetto glamour è ancora più celebrato. La vittima sacrificale de Il Diavolo veste Prada 2 è invece l’intensità espressiva delle protagoniste, a partire proprio da Miranda, ovvero l’irraggiungibile Meryl Streep. I suoi silenzi, gli sguardi, le sue espressioni disgustate, il suo opportunismo asettico, il suo dispotismo affascinante si disperdono in questo ritmo narrativo così vorticoso: lei, il Diavolo di ieri, diventa oggi un personaggio confuso, placato dal politically correct, disorientato dalla decadenza della crisi, quasi snaturato dalla sua meravigliosa cattiveria. Travolto dalle continue turbolenze editoriali e dalla narrazione serrata, Miranda diventa un personaggio impacciato, silenzioso, quasi comico, offuscato da un passato troppo passato e da un futuro completamente incerto. Cade nel patetico, sfiora il grottesco, si rassegna al fatalismo.

Andy diventa una super eroina
Per fare colpo sullo spettatore, il sequel percorre poi una pericolosa sottotrama degna del Libro Cuore ponendo come deus ex machina la versione perbenista 2026 di Andrea Sachs (la bellissima e perfetta Anne Hathaway) oggi finalmente giornalista consapevole, donna realizzata, personaggio capace di trovare una soluzione a ogni problema. Sa essere molto anzi troppo fashion per il ruolo di giornalista delle battaglie sociali, sceglie appartamenti di lusso, non perde mai energia, positività, altruismo e soprattutto il sorriso. Una vera e insopportabile prima della classe. Certo, anche lei nonostante la sua bravura e i suoi meriti, ogni tanto cade, ma il suo politically correct irritante ed eccessivamente buonista riesce a vincere con prodigiosa rapidità in ogni missione impossibile. La ragazza di ieri (che tutti noi abbiamo amato e nella quale ci siamo identificati) caparbia, a volte goffa ma coerente, oggi è una manager perfetta se non una super eroina che con vestito taglia 42 e make up impeccabile risolve ogni problema, concilia tutti, ribalta crisi aziendali, riesce a recuperare fondi d’investimento milionari e arriva perfino a salvare dall’umiliante declino senile l’oramai ex Diavolo Miranda.

Il finale melenso, altruista, romantico e in pieno stile favola Walt Disney stride con il contesto stesso in cui è nato e ambientato “Il Diavolo”, staccandosi completamente dalla realtà e dai tempi che stiamo vivendo. Certo, è bello sapere che tutto è bene quel che finisce bene (compresa la rivincita di Nigel sempre per merito della super Andy), ci sentiamo finalmente appagati da quel finale meravigliosamente brusco ma vero del 2006, ma già mentre scorrono i titoli di coda avvertiamo la pruriginosa delusione che anche il Diavolo non veste più Prada.





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