
In questo articolo
Un ciuffo di ortiche accanto alla panchina del parco, malva selvatica tra le crepe del marciapiede, tarassaco che cresce indisturbato ai bordi di un’aiuola pubblica. Le città italiane sono piene di piante commestibili che quasi nessuno guarda, tantomeno raccoglie, nonostante crescano a pochi passi da chi ogni giorno le calpesta senza saperlo. Il foraging urbano si basa su questo presupposto: la campagna non è l’unico posto dove cercare cibo selvatico, e anche un parco cittadino può nascondere qualcosa da portare in cucina.
La pratica del foraging arriva da lontano, letteralmente da secoli di civiltà contadina, ma la sua versione urbana è più recente e ha trovato terreno fertile soprattutto dopo la pandemia, quando la ricerca di attività all’aperto e il desiderio di riconnettersi con la natura hanno spinto molte persone a guardare con occhi diversi anche il verde di città.
In diverse città italiane il fenomeno si intreccia con una tradizione già solida di raccolta spontanea, dai campi di periferia fino ai grandi parchi urbani, dove esperti botanici organizzano regolarmente uscite guidate per chi vuole avvicinarsi senza rischi e senza allontanarsi troppo da casa.
Attenzione ai rischi!

Chi si avvicina al foraging urbano senza esperienza corre un rischio concreto, non teorico: in Italia si sono registrati casi di intossicazione grave per aver confuso piante commestibili con specie tossiche molto simili, come è successo con la mandragora scambiata per borragine o il colchico d’autunno raccolto al posto dello zafferano selvatico. Per questo chi si occupa seriamente di raccolta spontanea insiste sempre sullo stesso punto: mai affidarsi solo a un’app di riconoscimento o a una foto trovata sui social. Serve una guida esperta, almeno nelle prime uscite, e la pazienza di imparare a riconoscere con certezza poche specie alla volta, un errore comune tra chi si avvicina per curiosità e finisce per scoraggiarsi.
Un'aiuola non vale l'altra

Non tutti i luoghi verdi urbani sono adatti alla raccolta, e questo è forse l’aspetto meno intuitivo per chi si avvicina per la prima volta al foraging urbano. Le aree a bordo strada, i giardini trattati con pesticidi, gli scarichi e le zone molto trafficate vanno evitati sistematicamente, perché piombo, idrocarburi e residui chimici si accumulano nelle piante che crescono lì vicino. Parchi grandi e meno frequentati dal traffico, orti botanici, aree verdi lontane da strade principali restano le scelte più sicure per chi comincia questa pratica. In quasi ogni città italiana esistono ormai orti botanici o associazioni che organizzano workshop dedicati, con guide che insegnano a distinguere i luoghi sicuri da quelli da lasciare perdere.
Tarassaco, ortica, malva: il bottino più comune

Tra le specie più comuni che crescono spontaneamente anche in contesti urbani ci sono il tarassaco, ottimo in insalata o come infuso depurativo, l’ortica, ricca di ferro e perfetta per risotti e zuppe una volta cotta, e la malva, dalle proprietà lenitive note fin dall’antichità e usata tradizionalmente anche in fitoterapia. Anche alberi da frutto cresciuti spontaneamente in giardini pubblici o lungo viali alberati, spesso ignorati per pregiudizio poiché si trovano in città, possono offrire frutta perfettamente commestibile se raccolta in zone lontane da traffico intenso. Il foraging urbano, in questo senso, restituisce un rapporto diretto con la stagionalità che il supermercato ha reso quasi invisibile.
Tempo, curiosità e disponibilità a imparare

Quello che rende il foraging urbano diverso da un semplice hobby botanico è la sua accessibilità: non servono terreni di proprietà, attrezzature costose o competenze agricole pregresse, ma solo tempo, curiosità e la disponibilità a imparare con calma, senza fretta di diventare esperti in una sola stagione. Antropologhe ed esperte come Valeria Margherita Mosca, che ha fondato un laboratorio interamente dedicato al cibo selvatico, raccontano di un pubblico sempre più eterogeneo, dai trentenni curiosi ai pensionati che riscoprono conoscenze di famiglia mai davvero abbandonate. Un modo, insomma, per rimettere le mani nella terra anche restando dentro i confini di una città.





A te l'onere del primo commento..