
Federico Moccia: «I giovani credono ancora nell’amore»
In questo articolo
Federico Moccia, da sempre attento conoscitore e narratore delle emozioni dei ragazzi, riflette con noi sull’era dei social e sull’educazione sentimentale.
Per il quinto anno consecutivo Federico Moccia è tornato al PopCorn – Festival del Corto, appuntamento ormai imprescindibile dell’estate cinematografica italiana. La nona edizione della manifestazione si è svolta nelle scorse settimane nello splendido scenario all’aperto di Piazzale dei Rioni, a Porto Santo Stefano. Accanto ad altri professionisti del settore, tra cui il montatore Marco Spoletini, lo scrittore e regista ha presieduto la giuria chiamata a valutare i cortometraggi in concorso. Il tema scelto per questa edizione è stato “Luce e ombra, proiezioni dell’anima”, un invito a esplorare le sfumature più profonde dell’essere umano attraverso il linguaggio del cinema. Da sempre attento al mondo dei giovani e alle emozioni che ne attraversano la crescita, Moccia riflette con noi sul valore del racconto breve, sull’amore nell’era dei social, sull’educazione sentimentale e sull’importanza di ascoltare davvero le nuove generazioni.
Luci e ombre dell’animo umano

Il PopCorn Festival del Corto quest’anno è ruotato attorno al tema “Luce e ombra, proiezioni dell’anima”. Che cosa le suggerisce questo concetto?
«È un tema che mi piace moltissimo. La prima immagine che mi viene in mente è Barry Lyndon di Stanley Kubrick, costruito attraverso un meraviglioso gioco di luci e ombre, quasi interamente con luce naturale. Mi fa pensare a quanto la fotografia possa diventare essa stessa racconto. Ero molto curioso di vedere come gli autori avevano interpretato questo spunto. In questi cinque anni al PopCorn Festival ho assistito a una continua evoluzione dei corti e spesso mi sono trovato davanti a opere toccanti, sorprendenti, capaci di emozionare con la massima semplicità. Ed è proprio questa, secondo me, la sfida più difficile».
Un cortometraggio deve condensare un’emozione in poco tempo, rispetto alle centinaia di pagine di un romanzo o a un lungometraggio. Qual è il segreto per arrivare subito al cuore dello spettatore?
«La vera differenza è tra il corto e il lungometraggio, perché spesso bastano poche righe di un romanzo per colpire al cuore un lettore. Il corto deve essere immediato: non può permettersi dispersioni. Deve catturare subito l’attenzione dello spettatore, farlo entrare nella storia e, in pochi passaggi, sorprenderlo, emozionarlo o farlo sorridere. È un esercizio di precisione narrativa che richiede grande talento».
Viviamo nell’epoca dei social e dei video brevissimi. Secondo lei il cinema si sta avvicinando sempre di più al linguaggio del corto?
«Non credo. I social hanno sicuramente ridotto la soglia di attenzione, soprattutto tra i più giovani. Oggi è più difficile mantenere viva la curiosità di uno spettatore abituato a scorrere incessantemente contenuti. Ma il cinema conserva una forza unica: quando entri in sala sai che dedicherai quel tempo a una storia. Sul grande schermo, anche i ragazzi più giovani riescono ancora a lasciarsi coinvolgere e vivere emozioni profonde».
Restando nel tema del festival, qual è la luce più intensa che sente di aver acceso nella sua carriera e quale ombra porta con sé?
«Tra le luci metterei sicuramente il fatto di aver creduto fortemente in Raoul Bova ridandogli luminosità in Scusa ma ti chiamo amore. Mi sono battuto perché fosse lui il protagonista e credo che abbia interpretato quel ruolo in maniera perfetta. Era credibile, leggero, autentico. Quanto alle ombre, penso a progetti come Universitari – Molto più che amici, dove avrei voluto raccontare ancora meglio quel particolare periodo della vita e permettere ai ragazzi di riconoscersi maggiormente nei personaggi».
Se si pronuncia il suo cognome, il pensiero corre immediatamente a Tre metri sopra il cielo. Si sente etichettato o ne è orgoglioso?
«Ne sono orgogliosissimo. È un successo che ha superato ogni confine, arrivando persino in Paesi molto diversi dal nostro. Ha avvicinato alla lettura tantissimi giovani che prima non leggevano e ha lasciato un segno nell’immaginario collettivo, dalle frasi celebri ai lucchetti dell’amore. Ancora oggi incontro ragazzi che scoprono quel libro e vi si riconoscono».
La bellezza di una relazione autentica

I giovani di oggi sono molto diversi da quelli raccontati nei suoi romanzi. Le loro luci e le loro ombre interiori sono cambiate o i bisogni del cuore rimangono gli stessi?
«Credo che siano cambiati gli strumenti, non le emozioni. L’innamoramento, la scoperta dell’amore, la fragilità e l’entusiasmo che lo accompagnano restano gli stessi. Cambiano le modalità di comunicazione, ma il primo amore continua a essere qualcosa di unico e irripetibile. È bello vedere che ancora oggi tanti ragazzi leggono Tre metri sopra il cielo e ritrovano dentro quelle pagine emozioni che sentono proprie».
Da anni porta nelle scuole il progetto dedicato all’educazione sentimentale. Perché ritiene sia così importante?
«Perché credo che dovrebbe diventare una vera materia scolastica. Nei miei incontri parlo di amore, bullismo e rispetto, invitando i ragazzi a riflettere sulla bellezza di una relazione autentica e sull’importanza della libertà dell’altro. Molti episodi di violenza nascono proprio da una mancanza di educazione sentimentale. Dobbiamo partire dai giovani se vogliamo costruire una società migliore».
Spesso i ragazzi faticano ad accettare un rifiuto o la fine di una relazione. Scuola e cultura possono aiutarli?
«Assolutamente sì. È fondamentale insegnare che una storia può finire e che l’amore non coincide con il possesso. Bisognerebbe formare adeguatamente anche gli insegnanti affinché possano affrontare questi temi con competenza. Educare all’amore significa educare anche all’accettazione del rifiuto e al rispetto della felicità dell’altro, persino quando non coincide con la nostra».
Nelle sue storie l’amore è travolgente, a volte doloroso, ma totalizzante. Esiste ancora oggi un sentimento capace di far sentire “tre metri sopra il cielo”?
«Secondo me sì. Lo vedo osservando i ragazzi che ho intorno, a partire dai miei figli che hanno 14 e 16 anni. Molti desiderano ancora una storia importante, costruiscono sorprese, cercano qualcosa che abbia significato e durata. Certo, esistono anche relazioni più leggere e spensierate, ma c’è indubbiamente ancora chi sogna un amore vero e profondo. E questo mi rende molto felice».
Qual è la lezione più importante che ha imparato confrontandosi con i giovani?
«Che bisogna ascoltarli davvero. Non soltanto le loro parole, ma anche i loro silenzi. Nessun adulto può pensare di sapere esattamente cosa vive un ragazzo. Possiamo solo ascoltare e cercare di comprendere. Ho imparato che spesso uno sguardo abbassato o una pausa raccontano molto più di tante parole».
Molti ragazzi oggi iniziano a raccontare storie attraverso uno smartphone. Quale consiglio darebbe a chi sogna di lavorare nel cinema o nella scrittura?
«Consiglierei di non lasciarsi condizionare dal giudizio degli altri. Contano soltanto la propria verità, la propria sensibilità e la propria storia. Bisogna avere coraggio, passione e il desiderio di emozionare. Se avessi ascoltato certi giudizi, Tre metri sopra il cielo non sarebbe mai stato pubblicato».





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