
Alice Vailati di “Safe Heart”: la sua missione è guarire il “cuore” dell’Africa
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Abbiamo intervistato la dottoressa Alice Vailati, dal 2023 volontaria di Safe Heart, l’associazione che porta cure, competenze e speranza ai bambini cardiopatici dell’Africa subsahariana. «La cardiochirurgia necessita di ospedali ben strutturati e macchinari specifici che costano molto: abbiamo tanti sostenitori che, nel loro piccolo, fanno la differenza».
Avevo un’intervista programmata con Alice Vailati, strumentista di sala operatoria con specializzazione in cardiochirurgia, chirurgia vascolare ed endovascolare, che dal 2023 è entrata a far parte di Safe Heart, associazione di volontariato nata nel 2013 per portare esperienza, macchinari e farmaci nei Paesi più poveri dell’Africa. Quando mi è stato detto che la dottoressa era all’estero, la mia mente, forgiata sui sofà e i divani-letto, la faceva già in spiaggia a Formentera. E, invece, la nostra conversazione telefonica ha subito un piccolo ritardo perché Alice era impegnata in un intervento d’urgenza in Costa d’Avorio che, a giudicare dalla gravità percepibile nelle sue prime parole, non doveva essersi concluso nel migliore dei modi.
Alice Vailati ha fatto una scelta di vita importante, con la convinzione che la salute non possa essere un privilegio riservato soltanto a una parte fortunata del mondo. Quelli di Safe Heart si definiscono “in missione”, ma forse è il caso di aggiornare il significato del termine: di etimologia latina, deriva da mittere, che significa “inviare”. Questi medici, tecnici, anestesisti e infermieri, però, non sono “inviati” da nessuno, se non dal loro desiderio di aiutare il prossimo, onorando ai massimi livelli il giuramento di Ippocrate.
I giorni di ferie che non bastano mai
Quello che è uno dei mestieri più difficili del mondo vi grava di enormi responsabilità…
«Il bello e il brutto del nostro lavoro è che si possono salvare vite, ma c’è anche la consapevolezza che non tutto può andare sempre nel migliore dei modi. In Africa tutto questo viene ridimensionato nel momento in cui vieni guardato dalle famiglie come l’ultima e unica probabile speranza per dare un futuro ai loro figli. Vada come vada, da loro arriva sempre un “grazie” detto col cuore».

Quando è venuta a contatto per la prima volta con Safe Heart?
«Io sono entrata a farne parte dal 2023. Lavoravo nello stesso ospedale di uno dei fondatori, il cardiochirurgo Marco Zanobini, quando mi ha proposto di partire con loro per una missione. Era il febbraio 2023 e da allora non ho più smesso».
È vero che mettete a disposizione i vostri giorni di ferie per andare a curare i bambini africani?
«Sì, anche se i giorni di ferie spesso non bastano, partiamo anche chiedendo permessi non retribuiti su concessione dell’ospedale».
Quanti siete al momento?
«Una trentina di volontari tra medici, tecnici, anestesisti e infermieri che si alternano per tentare di coprire le esigenze di questi luoghi».

In quali Paesi state intervenendo?
«Siamo stati in Burkina Faso e in Niger e abbiamo progetti futuri per il Togo e il Camerun. In Burkina Faso abbiamo già operato più volte, mentre in Niger abbiamo fatto una missione esplorativa che sarà seguita da vere e proprie missioni operative».
Immagino che il problema di operare nel cuore dell’Africa non sia solo un fatto di know-how, di conoscenza tecnica, ma anche di macchinari che non ci sono…
«Vero. La cardiochirurgia necessita di un ospedale strutturato con sale operatorie, terapie intensive e una serie di macchinari specifici, tra cui una macchina che si chiama “cuore-polmone” dal costo di circa 200 mila euro. È stata proprio la nostra associazione a fornire la prima macchina “cuore-polmone” al Burkina Faso. C’è il problema poi che in Africa la sanità è privata, e la maggior parte dei pazienti non può pagarsi un’operazione di cardiochirurgia che di base parte dai 20 mila euro. La nostra missione è quindi quella di andare lì, prendere in carico la spesa delle famiglie più indigenti, dagli esami pre e post-operatori a tutti i costi dell’intervento, con l’obiettivo finale di formare un’equipe sanitaria locale e rendere autonomi questi presidi sanitari».
Il ricordo più bello e la generosità che salva
Un ricordo che le è rimasto nel cuore?
«Due bambine siamesi. Due gemelline di 4 mesi in braccio a una mamma giovanissima e spaventata. Siamo tornati in Italia, abbiamo fatto due mesi di telefonate per chiedere informazioni finché siamo entrati in contatto con un’altra associazione, Una voce per Padre Pio, che le ha fatte arrivare al Gaslini di Genova. Sono state separate e, dopo quasi 6 mesi, sono tornate a casa. Noi le abbiamo riviste a distanza di qualche tempo in braccio alla mamma e stavano benissimo. È pazzesco solo a ripensarci».

Che messaggio vuole mandare alla gente?
«Le missioni hanno un costo elevato, abbiamo molti sostenitori, anche pensionati che fanno una donazione di 5 euro mensili. Non importa la quantità, ma quello che ognuno di noi può dare nel suo piccolo fa una grande differenza. Con un piccolo sforzo tante vite si possono salvare. E tutti quei bimbi che oggi vengono salvati, crescendo, sapranno a loro volta aiutare gli altri».
Stessa diagnosi, prognosi diversa

«Ogni anno nel mondo nascono circa 500.000 bambini con una cardiopatia congenita che necessita di intervento chirurgico. Nella gran parte dei Paesi ad alto reddito, oltre il 90% di loro sopravvive fino all’età adulta. In Africa subsahariana, la stessa diagnosi può essere una sentenza: senza cure, la metà di questi bambini non raggiunge il primo anno di vita. Mancano ecografi per lo screening neonatale, cardiochirurghi pediatrici, terapie intensive post-operatorie, i fondi per pagare un’operazione che nei pochi centri disponibili può costare quanto il reddito annuale di un’intera famiglia. In questo contesto, un bambino nato con un difetto cardiaco grave è quasi certamente destinato a morire», dice Alice Vailati.





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