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Elda Alvigini
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Elda Alvigini: «Sulle single over 50 ci sono troppi stereotipi!»

Sonia Russo
Sonia Russo
Giugno 23, 2026

In questo articolo

  • Quel tocco di ironia al suo personaggio 
  • Si può ancora sognare, amare, reinventarsi...
  • Ama i bambini e crede nei giovani
Elda Alvigini ci parla del suo ruolo ne I Cesaroni – Il Ritorno, ma anche del suo libro inutilmentefiga e di quanto si goda la vita dopo i secondi “anta”.

Con il ritorno de I Cesaroni, Elda Alvigini ha ripreso a vestire per qualche settimana i panni dell’indimenticabile Stefania, la preside severa e ironica che il pubblico non ha mai smesso di amare. Ma oggi l’attrice si racconta anche attraverso la scrittura: nel suo libro inutilmentefiga mescola autoironia, fragilità e libertà, parlando di donne, sogni e seconde possibilità con uno sguardo lucido e divertente.

Quel tocco di ironia al suo personaggio 

Elda Alvigini: «Sulle single over 50 ci sono troppi stereotipi!»
Claudio Amendola (63) ed Elda Alvigini (58) hanno lavorato insieme nella celebre serie televisiva “I Cesaroni”.

Per anni gli italiani l’hanno identificata con Stefania: una preside rigida, precisina, quasi militare. Quanto c’è di Elda Alvigini in lei? 
«Io sono un’attrice, quindi chiaramente costruisco dei personaggi. Paradossalmente, proprio quella rigidità è stata la sua forza comica. Stefania era esasperata dal fatto che il marito Ezio Masetti (interpretato da Max tortora, ndr) continuasse a fare sempre gli stessi errori. La cosa che ho aggiunto io, e che non era scritta, è questa incredulità quasi disperata verso l’uomo che ami e che pensi sempre di poter cambiare. Credo che sia stato proprio questo lato ad aver fatto amare il personaggio, soprattutto alle donne. Non è mai risultata antipatica, anche quando era severissima: faceva ridere perché nessuno la ascoltava davvero».

Dopo tanti anni, ha ritrovato Stefania nell’ultima stagione della serie che si è conclusa da poco. Che effetto le ha fatto tornare nei suoi panni?
«È stato bello perché questa Stefania è diversa. È più morbida, più fragile, più consapevole. È una donna single, apparentemente felice della propria indipendenza, ha cambiato stile, si prende cura di sé in modo diverso. Cerca persino di essere una madre-amica per suo figlio. Ho lavorato molto con Claudio Amendola su questa evoluzione e, per certi versi, oggi Stefania mi assomiglia molto di più rispetto al passato».

Molti fan hanno sentito la mancanza dei personaggi storici. Secondo lei queste assenze pesano nella serie?
«Queste sono domande che spettano soprattutto al pubblico. Noi attori sappiamo bene che spesso non si tratta di rifiuti, ma di impegni o percorsi diversi. Dopo dodici anni, era inevitabile che le cose cambiassero. Anche se fossero tornati tutti, non sarebbe stato possibile ricreare esattamente la stessa magia. La società è cambiata, i personaggi sarebbero cresciuti in modi diversi. Sicuramente l’assenza che si sente di più, anche per me, è quella di Ezio, perché venendo meno quella coppia si perdono dinamiche molto divertenti».

I fan hanno protestato molto anche contro la programmazione Mediaset.
«Sì, e io li capisco. Secondo me Mediaset non ha protetto il suo prodotto più atteso. La collocazione troppo tarda ha penalizzato tantissimo la serie. I Cesaroni sono una fiction familiare: le persone vogliono guardarla insieme, magari con i figli o con i nonni. Non si può iniziare alle dieci di sera quando i bambini dormono e gli adulti si alzano alle sei del mattino. Inoltre, la serie è concepita per mandare in onda due episodi a serata: spezzarli non ha senso. Molti fan mi scrivono che preferiscono aspettare e recuperare le puntate tutte insieme su Infinity».

Lei teme che questo possa influire sul futuro della serie?
«Purtroppo sì, perché la televisione guarda i numeri. I fan protestano contro Mediaset, non contro la serie, ma se cala lo share il rischio è che poi il prodotto venga considerato un insuccesso. Ed è un peccato, perché la serie piace. Mi scrivono continuamente quanto amino i nuovi personaggi e le nuove dinamiche».

Ha raccontato che il successo travolgente della serie l’ha portata a un momento di profonda crisi d’identità. Ha vissuto con fatica il fatto che il pubblico la chiamasse sempre e solo Stefania?
«Sì, all’inizio molto. Io non faccio questo mestiere per essere riconosciuta per strada, ma perché è il mio modo di esprimermi. Non avevo capito cosa significasse davvero partecipare a un prodotto così popolare. Mi turbava essere identificata completamente con un personaggio. Poi ho capito che, in fondo, era il segno che avevo fatto bene il mio lavoro».

Si può ancora sognare, amare, reinventarsi...

Il debutto in libreria di Elda Alvigini (58) con “Inutilmentefiga” è divertente e originale, pieno di ironia e di autoironia.
Il debutto in libreria di Elda Alvigini (58) con “Inutilmentefiga” è divertente e originale, pieno di ironia e di autoironia.

Parliamo del suo libro: inutilmentefiga è un titolo pieno di autoironia. Quando si è sentita “inutilmente figa” l’ultima volta?
«Succede continuamente. Inutilmente figa significa impegnarsi tantissimo per fare bene qualcosa e poi ritrovarsi comunque in situazioni assurde o imbarazzanti. È quando sai perfettamente qual è la cosa giusta da fare e, nonostante questo, finisci per fare quella sbagliata. È una cosa che riguarda uomini e donne, non è un libro “al femminile”».

Il romanzo nasce anche da una riflessione più ampia sul tempo e sui cliché legati all’età.
«Sì, perché superati i cinquant’anni sembra che una donna non sia più interessante da raccontare, come se tutto fosse già definito. Non è vero, non lo è per le donne e non lo è per gli uomini. Il libro vuole ribellarsi a questa idea della “figurina” che la società ti assegna a una certa età. Oggi i cinquanta anni sono i nuovi quaranta, sono completamente diversi rispetto al passato. Si può ancora sognare, innamorarsi, reinventarsi. Anzi, forse a questa età si ha la maturità giusta per provarci davvero».

A proposito di sogni romantici, lei ha una strategia per evitare i “casi umani”?
«Con l’età e con la psicoterapia impari a vedere meglio chi hai davanti, senza sovrapporre l’ideale che hai in testa alla persona reale. Ed è proprio questo che spesso ci fa soffrire: accorgerci troppo tardi che non stavamo guardando davvero l’altro per quello che è».

C’è ancora un forte pregiudizio sulle donne single over 50?
«Assolutamente sì. Da una parte c’è l’idea che una donna single si lasci andare, dall’altra che se si cura, si allena e sta bene allora “chissà quanti uomini frequenta”, come se fossimo in una sorta di Sex and the City. Non esiste una via di mezzo. In realtà si può semplicemente stare bene con se stesse. Io credo molto nel valore della solitudine: imparare a stare da soli è un lusso e fa bene anche nelle relazioni».

La protagonista del libro si chiama Elda: quanto c’è di autobiografico?
«È un romanzo per l’80 percento inventato, non è autobiografico. Ci tengo a chiarirlo perché molte cose sono state fraintese. Se la protagonista avesse avuto un altro nome, nessuno avrebbe pensato fosse la mia vita. Dentro c’è molta invenzione e costruzione narrativa».

Ha parlato apertamente di psicoterapia e salute mentale: con una sincerità disarmante, ha raccontato la depressione e i pensieri bui avuti fin da ragazzina. Quanto è difficile mostrarsi fragili in un ambiente come lo spettacolo che richiede di essere sempre performanti?
«Non credo sia una questione di coraggio, ma di natura. Non puoi obbligarti a essere un leone se sei nato coccinella. Io sono fatta così. Però ci tengo a dire una cosa: molti titoli hanno enfatizzato il lato drammatico delle mie parole, ignorando la parte più importante, cioè che oggi sto bene. Mi sono curata e quei pensieri non ci sono più. Questo dovrebbe essere il messaggio: la possibilità di stare meglio esiste».

Ama i bambini e crede nei giovani

Elda Alvigini: «Sulle single over 50 ci sono troppi stereotipi!»
Elda Alvigini con il fratello Alfredo.

Lei ha raccontato anche di aver pensato alla maternità da sola. Ha sofferto la mancanza di un figlio?
«No, perché la vita poi sorprende sempre. Mio fratello ha avuto due gemelli e io sono diventata una zia molto presente. Sono nati in pieno Covid e io ho trascorso a casa di mio fratello il lockdown per poterli aiutare coi piccoli; quindi, ho creato con loro un legame fortissimo. Amo i bambini, credo molto nei giovani e penso che noi adulti dovremmo impegnarci di più per lasciargli un mondo migliore. I ragazzi di oggi vengono spesso raccontati male, ma io ne conosco tantissimi straordinari».

Che zia è per Linda e Tommaso?
«Presente. Sempre disponibile. Credo che gli zii abbiano un ruolo speciale: i nipoti spesso ti raccontano cose che ai genitori non direbbero mai. Io ci sarò sempre per loro. Penso che dovrebbero inventare una Festa degli Zii!».

In realtà una Giornata mondiale degli zii esiste e si svolge il 26 luglio… 
«Allora me la segno subito! Però, vede, l’hanno messa a luglio, che stiamo tutti in vacanza e non ci fanno i lavoretti a scuola come fanno per mamma e papà: ci tengono sempre un po’ defilati! (ride, ndr)».

Prima dell’attrice c’è stata anche l’atleta: pochi sanno che ha un passato da atleta agonista nel lancio del disco. Cosa le ha lasciato lo sport?
«La disciplina. La costanza. La capacità di lavorare per un obiettivo senza arrendersi. È una cosa che applico ancora oggi in tutto».

E il futuro? Più attrice o più scrittrice?
«Non lo so ancora. La scrittura mi sta dando tantissimo, anche umanamente. Sto lavorando a un romanzo storico e a nuovi progetti da autrice e regista, compreso lo spettacolo 101 motivi per sentirsi inutilmentefiga. Forse scrivere e dirigere oggi mi stimolano persino più della recitazione. Però, se arrivasse un ruolo bello, soprattutto a teatro o al cinema, sarei felicissima. Insomma, credo di essere ancora in piena adolescenza: non so ancora cosa voglio fare da grande».

E in tutto ciò, è prevista una ottava stagione de I Cesaroni? 
«Non lo so proprio, dipenderà dai numeri, e con questi ascolti credo che sia molto difficile».

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