
“Aldair cuore giallorosso”. Un docufilm che è un atto d’amore
Esce il 21 maggio in tutta Italia il documentario dedicato allo storico difensore brasiliano Aldair, icona dell’AS Roma, in occasione dei suoi 60 anni

Un atto d’amore. È la prima definizione che viene in mente assistendo al docufilm Aldair Cuore Giallorosso, il documentario dedicato allo storico difensore brasiliano icona della Roma in occasione dei suoi 60 anni e in uscita da oggi, 21 maggio, in tutta Italia.
Prodotto da Grøenlandia, Sky Italia, Inhouse e Duende Film, in collaborazione con RAI Cinema e AS Roma e distribuito da Nexo studios, con Radio Rock come radio partner, il docufilm prende avvio lo scorso 30 novembre 2025, allo Stadio Olimpico di Roma, dove appassionati e addetti ai lavori hanno potuto celebrare l’amato “Pluto”, come era affettuosamente chiamato dai tifosi, uno degli idoli della curva romanista degli anni ‘90.
E proprio in quell’occasione più di qualcuno, – compresi i produttori-tifosi, tra cui spicca Matteo Rovere, e lo scrittore Sandro Bonvissuto, innamorato “fracico” di Roma e della Roma, scelto per ripercorrere insieme a noi davanti alla cinepresa le tappe della carriera del campione – si è chiesto:
“Ma che fine aveva fatto, in tutti questi anni, Aldair”?

Campione silenzioso
Sì, perché accanto alla “10” del Capitano, Francesco Totti, e alla “5” di Falcao, nel Pantheon della storia calcistica giallorossa più o meno recente spicca la casacca con il numero “6” di Aldair (che pure aveva vestito nei primi anni di carriera a Roma anche il 4 e il 5, segno, forse, anche di un’evoluzione dei ruoli – personali e del calcio di quegli anni in genere, anni in cui il numero, rigorosamente dall’1 all’11, raccontava qualcosa). Il campione brasiliano ha vestito quella maglia per 13 anni, contribuendo alla conquista dello scudetto 2000-2001, di una Coppa Italia e di una Supercoppa.
Ma, una volta ritiratosi dal calcio, la leggenda indelebile aveva lasciato posto al ricordo lontano, e poi, progressivamente, all’oblio.
E dunque, che fine aveva fatto Aldair? Il documentario è la risposta a questa domanda e ci fa scoprire che in realtà Aldair è stato semplicemente “Aldair”, anche dopo l’addio al calcio: magari rimasto in sordina, ma epigono di una vita semplice, fatta di rapporti umani e amicizie sincere e profonde; un passo indietro per osservare tutto meglio, ma pronto a farsi avanti al momento giusto, proprio come quando scendeva in campo.

Un viaggio tra mondi diversi
Con la voce narrante di Claudio Amendola e le testimonianze di giornalisti, artisti e tifosi come Carlo Verdone, e di diversi calciatori ed ex compagni di squadra, il racconto ci accompagna in un viaggio diviso tra la Capitale, dove il difensore ha lasciato un ricordo indelebile per qualità umane e talento, e il natìo Brasile, là dove tutto è cominciato.
E dove ritroviamo oggi un Aldair “ultrasessantenne” (fa quasi senso pensarlo, vedendo le immagini), che alle 7 di mattina va a correre e a giocare a beach volley su una spiaggia di Rio, con un fisico asciutto e in forma più di tanti professionisti di oggi (e sicuramente… più di tutta la troupe che lo è andato a trovare!), accolta con una maglietta sudata e a piedi scalzi sulla sabbia e con un sorriso timido, ma che apre mondi.
E proprio quei mondi il docufilm, con la complice passione di Bonvissuto inizia a scavare, andando alle radici del campione, ma soprattutto dell’uomo. Perché sì, “Alda” lo ritroviamo a Rio, la chiassosa Rio, ma le origini sono radicate altrove, in quel continente nel continente che è il Brasile. «Alda non è carioca, è bahiano. Una volta che arrivi in Brasile ne capisci bene le differenze», ci dice Simone Godano, che del docufilm è stato regista e uno dei motori. E la zona dove il campione è nato e ha vissuto l’infanzia, aggiunge, è «un Brasile differente, come è lo stesso Aldair: niente samba niente canzoni, piuttosto silenzi e calma».

L'uomo, prima del campione
Quello che viene fuori è un documentario “atipico” (termine usato non a caso, scoprirete tra poco), diverso dai tanti docufilm su grandi campioni del calcio e dello sport che abbiamo visto fino a oggi. Un documentario con un’anima complessa.
Un atto d’amore, dicevamo. Ma anche una ricerca profonda, per provare a raccontare la storia, umana prima ancora che sportiva, di uno dei grandi campioni che hanno calcato i campi da calcio del nostro Paese negli anni d’oro del calcio italiano. Anche se poi il ricordo si è perso nel tempo e magari i tifosi di nuova generazione non ne hanno piena coscienza, è difficile spiegare cosa abbia rappresentato per i colori giallorossi in quegli anni. Una certezza. Una presenza silenziosa ma avvolgente. Un esempio di professionalità.

L'uscita è prevista in tutta Italia
Tante cose è stato Aldair, per la Roma e per il calcio. Ma il documentario come detto racconta non solo l’Aldair calciatore. ma anche la parte umana.
E non a caso l’uscita del docufilm è prevista non nella sola Roma, ma in tutta Italia (qui l’elenco delle sale). Perché, anche se ovviamente il taglio romano e romanista non può che prevalere, questo “brasiliano atipico”, come lo definisce Bonvissuto, è portatore di valori universali e di una storia che merita di essere conosciuta.
«La faccenda sportiva è a parte: questa volta l’uomo supera il campione. Ho incontrato un personaggio letterario», ci tiene a specificare Bonvissuto: «Aldair è un personaggio della grande letteratura brasiliana, del Nordest», il Noroeste delle canzoni e dei racconti e soprattutto dei silenzi.
E proprio il silenzio è la caratteristica distintiva di questo campione. Un silenzio che parla, che prova a dire le cose che non dice lui, brasiliano atipico”, appunto, temprato da genitori amorevoli ma severi e da un’infanzia povera, fatta di campetti polverosi calcati a piedi scalzi e lunghi pomeriggi di attesa lungo il fiume a pescare col padre e con gli amici di sempre.
E fatta di palloni da calcio regalati con grandi sacrifici e bucati al primo tiro. Un episodio successo davvero al piccolo Aldair Nascimento Santos, che appena avuto in dono un pallone dai genitori “vero” lo portò al campetto, dove un compagno gli chiese di poterlo calciare, finendo per lacerarlo, chissà se con la punta del piede, contro il palo o contro la rete o contro un sasso. Fatto sta che, alla sera, la gioia per il regalo ricevuto si era trasformata in vergogna di riportare a casa ai propri genitori un pallone distrutto.

Tra aneddoti, passione e complicità
E per Aldair non è stato facile tornare nei luoghi della memoria, ripercorrere quei giorni lontani, nella sua Ilhéus, in un quartiere, Banco da Vitoria, che è un po’ vicolo, un po’ borgata, un po’ periferia della periferia della periferia del mondo e che oggi lo idolatra come figlio riconoscente – lui che a quel campetto d’infanzia ha dato una recinzione, un prato e nuova vita – dedicandogli persino una via. La chiave che rende magica la narrazione è la capacita di raccontare, e far raccontare, episodi, ricordi, luoghi, perfino i silenzi. Bonvissuto si pone nei confronti di Aldair, e di tutti i suoi legami in Italia e in Brasile, “con lo spirito dell’amico di calcetto”, come scherzosamente dice lui stesso, a cui si può raccontare tutto, creando una naturale empatia, col campione e con lo spettatore.
Un approccio condiviso dal regista: «L’obiettivo era che si dimenticassero della telecamera», rivela Godano, e questo impianto emerge, lungo tutti gli 80 minuti di documentario, che scorrono via veloci, lasciando sete di sapere ancora altro. Perché nessuno “conosce” veramente Aldair. «Abbiamo fatto 5 mesi di giro del mondo con lui, poi altri 3-4 mesi di montaggio del girato, ma io una parola per definire davvero Aldair non ce l’ho», chiosa Godano. Anche perché un personaggio che fa del silenzio la sua cifra stilistica non è facile da raccontare.

La musica "der" Piotta
A contribuire a farlo ci pensa anche la musica. Il docufilm è impreziosito dalla colonna sonora firmata da Piotta, Francesco Santalucia e Stefano Ritteri, con un brano inedito di Piotta come theme song, disponibile su tutte le piattaforme digitali dallo scorso 13 maggio, dal titolo, ovviamente Aldair, con lo stesso Pluto che partecipa ai cori. «Quando ho dovuto decidere come chiamare la canzone», rivela Piotta, «ho capito che non potevo che chiamarla così: c’è tutto in quel nome…».
Potrebbe rimanervi un dubbio: il docufilm, in tutta questa ricerca dell’uomo e del campione, spiega perché Aldair è chiamato “Pluto” dai tifosi romanisti?
In parte sì, e lasciamo a chi andrà a vederlo il piacere di scoprirlo.
Ma solo in parte… Perché, come detto, nessuno conosce veramente Aldair.





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