
Violenza contro le donne: cosa serve ancora? Cambiamo paradigma, a partire dalla Scuola
La violenza sulle donne resta un’emergenza nonostante le leggi e il Codice Rosso. Le tutele sono spesso lente e insufficienti. Per fermare davvero la violenza di genere serve un cambiamento culturale profondo, che parta dalla scuola e dall’educazione al rispetto.
Il fenomeno della violenza sulle donne e di quella di genere è una drammatica realtà con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Un dramma che ci restituiscono le cronache e i racconti quotidiani che giungono da ogni media. Ma anche le testimonianze dirette che ciascuno di noi riceve, perché di questo argomento ora – contrariamente a quanto accadeva in passato – si parla. Si discute.
Eppure, ancora oggi, in Italia una donna viene uccisa ogni tre giorni. E sono oltre cento quelle che hanno perso la vita nel 2024. Più della metà per mano di chi diceva di amarle.
La violenza di genere è una ferita che dunque rimane aperta, nonostante leggi e campagne di sensibilizzazione.
Proprio sull’aspetto normativo è utile soffermarsi: perché nonostante possa sembrare “cavilloso”, ogni intervento del legislatore ha una ricaduta sulla vita dei cittadini.
E in effetti sono stati molti gli interventi recenti a livello legislativo, per far fronte e arginare questo fenomeno dilagante.
La svolta sarebbe dovuta arrivare con il Codice Rosso, introdotto nel 2019: il “rosso” richiama il colore del Pronto Soccorso, una procedura d’urgenza per garantire alle vittime di violenza domestica e di genere una risposta immediata da parte delle Istituzioni.
La legge prevede che la polizia giudiziaria – appresa la notizia di reato – debba informare senza ritardo il Pubblico Ministero. E che la vittima si ascoltata entro tre giorni dalla denuncia. L’obiettivo è di ridurre la distanza, spesso fatale, tra la richiesta di aiuto e l’intervento dello Stato.
A distanza di cinque anni dall’entrata in vigore, la realtà mostra ancora diverse ombre. A partire dall’effettivo “pronto intervento”: non sempre infatti gli interventi sono veloci e concreti come auspicato. La teoria normativa, insomma, si scontra con la pratica “operativa”.

Proviamo a spiegarlo meglio: il Codice Rosso ha modificato il Codice penale e quello di procedura penale, imponendo un obbligo di tempestività di intervento e di trattazione dei reati di violenza domestica e di genere. Ma se questo percorso funziona sulla carta, risultando inappuntabile, nella pratica gli uffici giudiziari sono sotto organico, le procedure rimangono lente. I centri antiviolenza faticano a rispondere a tutte le richieste.
Per questo, il Parlamento sta introducendo nuove leggi e correttivi a quelle esistenti, con una lunga serie di audizioni delle Commissioni sulla Giustizia e sul Femminicidio, a cui ho avuto modo di partecipare per l’Associazione SVSL, contribuendo con una serie di proposte mirate. E come me, come noi, tutto il settore dell’associazionismo e del volontariato cerca di contribuire e indicare la via sulla base dell’esperienza sul campo. Quella di chi difende le donne, se le trova davanti, cerca una via di uscita assieme a loro.
Dunque, appare chiaro che – ancora – troppo spesso accade che chi denuncia non trova protezione sufficiente e immediata. Le storie di violenza si ripetono e spesso non vengono fermate: assistiamo a mesi, addirittura anni di minacce, percosse e isolamento che si consumano nel silenzio delle mura domestiche. Spesso in un contesto culturale che si ostina a minimizzare, attribuendo – sì, accade ancora oggi, nel 2025 – la “colpa” alla vittima.
E dunque, se i problemi pratici sono ancora lungi dall’essere risolti, cosa è possibile fare?
Si dovrebbe sicuramente affiancare al miglioramento della legge, una battaglia sul piano culturale e soprattutto educativo. Se è vero che il femminicidio – inteso come uccisione di una donna in quanto tale – rimane l’esito più estremo di un ciclo di violenze spesso annunciato, allora occorre intervenire sui ragazzi, partendo dalle scuole.
E nelle scuole promuovere il rispetto reciproco, l’uguaglianza di genere e la consapevolezza emotiva. Con corsi, con programmi mirati. Con la scelta giusta delle parole e dei modi da usare per parlare agli studenti e per insegnare loro una giusta interazione tra pari.

Finché non verrà insegnato che l’amore non è possesso, continueremo a piangere vittime.
Le misure che rafforzano la tutela penale sono utili ma rischiano di essere isolate dal contesto culturale e di essere solo punitive. Non lavorano sulla prevenzione, perché da sole non possono cambiare una mentalità ancora intrisa di disparità.
Servono investimenti proprio sulla prevenzione, sulla formazione di educatori nelle scuole. E anche nelle forze dell’ordine.
La legge, da sola, non basta. È la società intera che deve cambiare, seminando oggi quello che raccoglieremo tra alcuni anni. Un bimbo delle elementari tra appena dieci anni sarà un giovane adulto: sta a noi e alle nostre scelte fare di tutto per insegnare i giusti valori di educazione e rispetto.
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