
In ricordo delle sorelle Mirabal, attiviste e dissidenti politiche nella Repubblica Dominicana del dittatore Trujillo, assassinate il 25 novembre 1960, si celebra globalmente la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. A Roma si è tenuta sabato scorso la manifestazione “Non una di meno” con 150 mila partecipanti di ogni età, ma tantissime sono le iniziative previste su tutto il territorio nazionale. C’è chi sceglie di restare in silenzio, chi invita a fare rumore come Elena, sorella di Giulia Cecchettin, ventiduenne trucidata dal suo ex. C’è chi, come il papà Gino Cecchettin, cerca di spiegare come si può non solo sopravvivere al dolore, ma renderlo funzionale nella costruzione di qualcosa di bello, come il libro Cara Giulia e una fondazione che porta il nome di sua figlia con l’intento di aiutare chi è a un passo dal baratro ma può ancora salvarsi.
I dati, seppure in leggero calo, sono ancora allarmanti. Il 3° rapporto dell’Osservatorio sulla Sicurezza della Casa Censis-Verisure conta 25.260 casi di maltrattamenti contro familiari e conviventi. 6.231 casi di violenza sessuale e 117 femminicidi descrivono un’emergenza continua. È soprattutto la casa, il focolare domestico, che troppo spesso si trasforma in una prigione di paura e violenza e dove nei casi più estremi si verificano più omicidi. La ricerca sottolinea inoltre come il 69,2% delle chiamate al numero verde antiviolenza 1522 riguardi violenze avvenute all’interno delle abitazioni, confermando che la violenza di genere si consuma spesso tra le mura domestiche, per mano di persone di cui le vittime si fidano. Un contesto che amplifica il senso di vulnerabilità e rende ancora più difficile chiedere aiuto.

C’è da chiedersi, nel mondo occidentale, cosa sia rimasto del movimento #metoo, nato nel 2017 contro quel mondo spregiudicato e maschilista messo a nudo da un’inchiesta del New York Times. «Mentre il movimento si focalizzava solo sulla violenza, ha fatto perdere di vista le altre forme di sopraffazione», sostiene la giornalista statunitense Susan Faludi. «Ai tempi di Ronald Reagan ripetevamo che l’America è solo due giudici indietro dal rimettere in discussione l’aborto e ci dicevano che gridavamo “al lupo!” e invece avevamo ragione». «Aver dato troppe cose per scontate – continua la Faludi – ha permesso a Donald Trump di erodere le nostre conquiste in campi come sanità e lavoro e nominare ben tre giudici alla Corte Suprema. Il risultato è che ci vorrà tempo e molto impegno solo per tornare dove eravamo prima».
I cittadini del Paese più potente del mondo hanno votato un uomo che è l’incarnazione di quel patriarcato nostalgico che vuole le donne “come una volta”, che stavano in casa perché non avevano scelta, non erano emancipate, autodeterminate e padrone del loro corpo. E noi? Per la prima volta dal 2 giugno 1946 abbiamo una donna a guida del Consiglio dei Ministri, ma come Elsa Morante che voleva farsi chiamare “scrittore”, Giorgia Meloni chiede di essere chiamata “il presidente”, avallando un mondo declinato ancora al maschile.
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