
La scuola delle macerie: il paradosso dei fondi PNRR per l’istruzione
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Il PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si è trasformato da opportunità epocale a boomerang per gli edifici didattici: molti infatti sono stati demoliti e mai rifatti. Sono almeno 185 gli istituti abbattuti in tutta Italia ancora in fase di cantiere e che rischiano di non essere più ricostruiti a causa di truffe e burocrazia.
Altro che tetto degli stranieri per classe, alcune scuole italiane il tetto, quello fatto di cemento e mattoni, non ce l’hanno più. Molti istituti scolastici hanno aperto cantieri di ristrutturazione, grazie ai fondi del PNRR, che non sono stati portati a buon fine. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza doveva essere il più grande piano di modernizzazione strutturale dal dopoguerra a oggi, un’opportunità irripetibile per regalare alle nuove generazioni istituti moderni, sicuri, antisismici e a basso impatto ambientale. In molti territori, tuttavia, quel sogno si è trasformato in un incubo di polvere, cemento frantumato e transenne. La strategia scelta per centinaia di vecchi edifici è stata drastica: demolire per ricostruire da zero.
Una tabula rasa che avrebbe dovuto fare spazio all’avanguardia, ma che si è scontrata con burocrazia, rigidità dei calendari e forse anche qualche truffa. Il risultato è un paradosso drammatico, dove il vecchio non c’è più e il nuovo nemmeno, lasciando intere comunità scolastiche orfane delle proprie mura. 17 i miliardi totali stanziati dai fondi UE e, agli inizi del 2026, solo il 50% degli stessi risultava impiegato con i necessari documenti per la rendicontazione con la scadenza improrogabile del 30 giugno 2026. E i soldi non utilizzati? Perduti. Un vero peccato. Ma c’è qualcosa di peggio di un’occasione perduta, ovvero i tanti istituti scolastici che hanno demolito e non ricostruito.
Molti sindaci denunciano, ma i dati non sono pubblici
Molti sindaci si sono trovati intrappolati tra i ritardi strutturali dei ministeri centrali nell’invio delle progettazioni definitive e le lungaggini delle stazioni appaltanti nazionali. A complicare il quadro è intervenuto il meccanismo dei massicci ribassi d’asta con cui diverse aziende si sono aggiudicate i lavori, salvo poi trovarsi nell’impossibilità di far fronte ai rincari delle materie prime o accumulando inadempienze contrattuali. Così, mentre i mesi passano, i cantieri si bloccano, le ditte minacciano l’abbandono e le scuole rischiano seriamente di restare distese di macerie recintate, monumenti involontari a una transizione tradita.
Quanti sono gli istituti abbattuti e che rischiano di non essere ricostruiti?

Il ministero dell’Istruzione non rende pubblica la mappa delle criticità ma si parla di almeno 185 cantieri di edilizia scolastica che rischiano di non essere chiusi in tempo. Un gruppo di sindaci ha scritto al presidente della Repubblica Mattarella ed è stato invitato alla Camera dei Deputati dalla vicepresidente Anna Ascani. Ha parlato il sindaco di Città di Castello (PG) Luca Secondi: «Abbiamo un cumulo di macerie dove prima c’era una scuola». La Dante Alighieri per la precisione. Il sindaco ha raccontato di aver dovuto rescindere il contratto, per gravi inadempienze, con la ditta che si era aggiudicata i lavori.
Una storia simile quella raccontata da Franco Palù, sindaco di San Polo d’Enza (RE), dove la scuola primaria Renzo Pezzani è stata demolita per costruirne una più moderna e i bambini trasferiti in una frazione vicina. A Pavullo, in provincia di Modena, la scuola media Raimondo Montecuccoli è stata demolita, ma i lavori sono stati così lenti che al momento ci sono solo le fondamenta di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo edificio. Le ragioni sono le stesse del fallimento di molti altri cantieri, anche non scolastici. Una sola ditta ha vinto 22 gare d’appalto in tutta Italia proponendo ribassi del 32% per poi sparire quando la realizzazione di quei cantieri è diventata sempre più improbabile.
Buone notizie per chi non è in target

Una buona novella emersa dal Tavolo dell’Associazione Nazionale Dirigenti Pubblici: le scuole che non hanno raggiunto i target o rispettato i vincoli interni possono ora effettuare la rendicontazione intermedia sulle attività effettivamente svolte, anche se le risorse impegnate sono inferiori al 50% anticipato dall’Amministrazione. Un Dpcm ripartirà le risorse non impegnate, svincolando i limiti interni dal livello di singola scuola a quello nazionale.
E la centrale di committenza dei lavori pubblici Invitalia che dice?
Che non può fare nulla, perché «le attività per la progettazione e per la realizzazione degli interventi sono di competenza dei soggetti attuatori e delle stazioni appaltanti». Tradotto, vuol dire che il ruolo di Invitalia termina con l’assegnazione dei finanziamenti.
Il prezzo altissimo pagato da ragazzi e famiglie

Nel frattempo, il prezzo più alto di questa paralisi lo pagano i ragazzi, gli insegnanti e le famiglie, scaraventati tutti in una precarietà didattica che ricorda i periodi emergenziali post-terremoto. Le aule tradizionali sono state sostituite dai locali delle parrocchie, che hanno generosamente aperto i propri spazi per ospitare banchi e lavagne. Altrove, l’attività didattica ha colonizzato le mense scolastiche degli istituti vicini, riducendo gli spazi di socialità e costringendo a turni estenuanti.
Chi è stato meno fortunato si ritrova a fare lezione all’interno di moduli prefabbricati parcheggiati nei piazzali dei mercati o nei campetti sportivi di periferia. Strutture che, per quanto moderne o climatizzate, restano scatole di metallo prive di laboratori, palestre e di quelle infrastrutture sociali necessarie a fare di un edificio una vera comunità educante. Il rischio reale è che si crei una generazione di studenti di serie B, penalizzati non dalla mancanza di investimenti, ma dall’incapacità del sistema di tradurre le risorse economiche in opportunità concrete.
Una governance che sta facendo acqua

Il silenzio delle istituzioni centrali e il rimpallo di responsabilità tra il governo e gli enti locali non fanno che alimentare il disorientamento. Se da un lato i sindaci denunciano di essere stati lasciati soli a gestire contratti capestro e ditte inadempienti, dall’altro le strutture centrali ricordano che la responsabilità dell’attuazione spetta ai territori. Una dialettica sterile che non offre risposte a chi, ogni mattina, deve varcare la soglia di un prefabbricato.
La grande scommessa del piano di ripresa rischia così di infrangersi contro lo scoglio di una burocrazia che ha privilegiato la velocità della distruzione rispetto alla pianificazione della rinascita. Demolire un edificio scolastico richiede pochi giorni; ricostruirlo nel rispetto di standard elevati, in un mercato edilizio saturo e con il fiato sul collo delle scadenze internazionali, richiede una governance che l’Italia dimostra ancora una volta di faticare a esprimere.
Una beffa che potrebbe costare cara

La vera beffa del piano che prevedeva la sostituzione di oltre 200 vecchi istituti scolastici risiede nel paradosso delle ditte fantasma, un problema che unisce l’Italia in un unico grande cantiere bloccato. Molti Comuni hanno demolito i vecchi edifici fidandosi dei bandi gestiti dalle centrali di committenza nazionali. Tuttavia, parecchie imprese vincitrici (spesso grazie a forti ribassi d’asta) sono fallite o sono sparite subito dopo l’arrivo delle ruspe. Al Nord spicca il peso dei ritardi burocratici e dei costi dei prefabbricati sostitutivi, mentre al Sud (dove si concentra oltre il 40% dei fondi per i nuovi istituti) la carenza di tecnici comunali impedisce di arginare i fallimenti delle ditte. Adesso per i cantieri non chiusi in tempo, i Comuni rischiano persino di dover restituire i soldi delle demolizioni.





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