
Samantha de Grenet: «Amo un’estate spensierata e leggera, fatta di tuffi e risate»
Samantha de Grenet, dopo una stagione trascorsa come ospite fissa a La Volta Buona, si prepara al meritato relax in famiglia.
È tempo di vacanze e anche Samantha de Grenet comincia ad assaggiare qualche scampolo di estate. «La mia idea di estate perfetta è fatta di bel tempo, risate, amici, famiglia, pranzi e cene insieme, bagni, nuotate e sport. Ma soprattutto deve essere un’estate leggera, serena e spensierata», ci ha detto. Per lei, però, per ora, solo qualche giorno rubato qua e là. «Quando si hanno figli e genitori che diventano grandi, quella spensieratezza assoluta diventa difficile da ritrovare. Da giovani il pensiero era solo per se stessi, oggi le persone a cui vuoi bene vengono prima di tutto».

Se chiude gli occhi e ripensa alle vacanze della sua infanzia, qual è il primo ricordo che le viene in mente?
«La spiaggia di Anzio con mia madre, mio padre, mio fratello e mia sorella. Ricordo il mare mosso e noi che saltavamo tra i cavalloni; ricordo i ghiaccioli dopo pranzo, le battaglie con la sabbia, i vulcani costruiti in riva al mare. Erano anni bellissimi, semplici. Sono cose che, purtroppo, oggi vedo fare sempre meno ai bambini».
Come si può restituire ai più piccoli quella spensieratezza?
«Noi adulti difficilmente possiamo recuperarla del tutto. Possiamo però insegnarla ai nostri figli. Quando si è all’aria aperta bisogna vivere davvero ciò che ci circonda: niente tablet, niente telefoni sotto l’ombrellone. In spiaggia i ragazzi dovrebbero giocare, fare il bagno, divertirsi e godersi quello che hanno davanti agli occhi, non uno schermo».
Ha spesso parlato del bellissimo rapporto con i suoi genitori. Qual è l’insegnamento più importante che le hanno trasmesso e che oggi cerca di trasmettere a sua volta?
«Esserci. Diventare genitori è un privilegio e, quando lo diventi, devi metterci amore, tempo e impegno. Credo che il regalo più grande che mi abbiano fatto sia stato proprio questo: insegnarmi a esserci sempre e a scegliere ogni giorno di esserci».

Suo figlio Brando ormai è un ragazzo. Come è riuscita a conciliare la maternità con una carriera così intensa?
«Sono sempre stata una mamma molto presente. Credo che sia importante la qualità del tempo, ma anche la quantità. Sono stata abbastanza severa, senza esagerare: poche regole, ma da rispettare. Presenza, dialogo e confronto ci sono sempre stati, fin da quando Brando era piccolissimo. Con il tempo ho imparato anche a lasciargli i suoi spazi: lo osservavo da lontano, gli permettevo di conquistare la sua autonomia, ma senza smettere di vigilare».
Oggi studia all’università. È orgogliosa di lui?
«Aveva iniziato Giurisprudenza e aveva anche superato quattro esami con ottimi risultati, ma ha capito che non era la sua strada e ha scelto di cambiare. Oggi frequenta Economia & Management in inglese e sono davvero soddisfatta. È un ragazzo intelligente, affettuoso, attento. Certo, ogni tanto ha i suoi momenti, come tutti i ventenni, ma sono una mamma molto fortunata. Mi rende orgogliosa e felice, ed è la dimostrazione del lavoro fatto da me e da suo padre. Nella crescita dei figli conta anche la fortuna, ma il lavoro quotidiano dei genitori, fin dal primo giorno di vita, fa davvero la differenza».

A proposito di suo marito Luca Barbato, la vostra storia è stata fatta di un matrimonio, una separazione e poi un nuovo inizio. Che cosa avete imparato da quel percorso?
«Non ci siamo fatti mancare nulla! Però sono convinta che una coppia debba scegliersi ogni giorno. Il rispetto, la voglia di conoscersi ancora, di confrontarsi e, quando serve, anche di fare un passo indietro per poi ritrovarsi in modo più consapevole, sono fondamentali. Io e mio marito siamo tornati insieme non per nostro figlio, ma perché lo volevamo noi. I figli non possono essere il motivo per cui due persone decidono di restare insieme».
Che cosa significa, concretamente, scegliersi ogni giorno?
«Significa comprendersi, accettare le differenze, riconoscere ciò che non può cambiare e impegnarsi, invece, a migliorare quello che può essere migliorato. Una relazione è una crescita continua. Le coppie che arrivano a condividere un’intera vita insieme non hanno soltanto incontrato l’amore, ma hanno saputo far evolvere quel sentimento. All’inizio ci sono l’attrazione, le farfalle nello stomaco, il colpo di fulmine. Tutto questo può restare, e io provo ancora quelle emozioni quando guardo mio marito, ma con il tempo l’amore deve trasformarsi. Il compagno deve diventare anche il tuo migliore amico, il tuo confidente, la persona sulla quale puoi sempre contare. Quando riesci ad avere tutto questo, hai davvero fatto centro».
Con il senno di poi, pensa che quella separazione sia stata necessaria?
«Assolutamente sì. Se non ci fossimo separati probabilmente sarebbe successo più avanti e forse non avremmo avuto l’occasione di guardarci davvero dentro. Avere un figlio piccolo ci ha obbligati a continuare a frequentarci con rispetto e civiltà, senza dimenticare l’amore che c’era stato e mettendo sempre nostro figlio al primo posto. Lui non doveva pagare le conseguenze delle nostre scelte. Quella separazione ci è servita a crescere, a maturare e a imparare a gestire meglio il nostro rapporto».

Che cosa ammira maggiormente nelle altre donne?
«Ammiro le donne libere, intelligenti, capaci, luminose, quelle che lavorano con passione. Però non difendo una persona soltanto perché è donna. Difendo ciò che ritengo giusto. Se ha ragione un uomo, difendo lui; se ha ragione una donna, difendo lei. Non mi appartiene l’idea di sostenere qualcuno per principio o per appartenenza. Difendo le persone, non le categorie».
Da anni è impegnata nella sensibilizzazione sulla prevenzione oncologica. Qual è il messaggio che sente più urgente?
«Che nessuno deve sentirsi immortale. La prevenzione salva la vita. Oggi la medicina ha fatto passi da gigante e una diagnosi precoce può davvero fare la differenza. Non bisogna avere paura dei controlli: bisogna farli».
Lei ha raccontato la sua battaglia e anche il momento in cui faticava a riconoscersi davanti allo specchio per via dell’operazione (la quadrantectomia), le terapie e la menopausa indotta dai farmaci. Quanto l’ha cambiata la malattia?
«Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che mi ha trasmesso valori solidi e questo mi ha aiutata tantissimo. La malattia non mi ha cambiata come persona, ma mi ha rimesso le priorità nel giusto ordine. Mi ha ricordato che ci arrabbiamo troppo spesso per cose insignificanti. Oggi do importanza soltanto a ciò che la merita davvero».
C’è qualcosa di positivo che quella esperienza le ha lasciato?
«Sì. Quando ho deciso di raccontare pubblicamente quello che stavo vivendo, si è creata una comunità straordinaria di donne, e anche di uomini, che ogni giorno si confrontano con me. Mi scrivono, condividono paure, consigli, esperienze. Chi ha già affrontato un percorso aiuta chi lo sta iniziando. È una rete di sostegno incredibile che dimostra quanto sia importante non sentirsi soli».
Spesso si loda il coraggio e la forza di chi combatte in prima linea la malattia, ma quanto è fondamentale il ruolo del partner, della famiglia?
«La malattia non riguarda solo il malato, ma anche le persone che hai intorno, che soffrono con te. Purtroppo, però, tante donne vengono abbandonate dai mariti perché incapaci di gestire una malattia. Il partner, la famiglia e gli amici sono fondamentali. A volte basta anche solo una presenza silenziosa, qualcuno che ti stia accanto e ti dica senza parole: “io ci sono”. Non sentirsi soli è fondamentale».
E lei tutto questo lo ha avuto?
«Io sono una donna fortunata: vengo da una famiglia unita, ho un marito, un figlio stupendo, dei fratelli, tanti amici. Non sono stata fortunata nell’ammalarmi, ma ho avuto la possibilità di affrontarla in maniera diversa rispetto a tante altre persone. Ci sono due modi per affrontare le difficoltà: o ci si lascia andare alla disperazione, oppure si piange, si sfoga tutto, e poi si decide di combattere. Sarà difficile, sì. Lascerà cicatrici, sì. Ma quando vinci la tua battaglia, quelle stesse cicatrici che ti hanno fatto paura ti ricorderanno che ce l’hai fatta».





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