
Promozione in arrivo? Sempre più persone rispondono: «No, grazie»
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Rifiutare la promozione, fino a poco tempo fa, sembrava quantomeno una stranezza. Oggi, invece, è una scelta sempre più discussa, soprattutto tra i giovani, che guardano il ruolo da capo e vi vedono più stress, più ore di lavoro e molto poco in cambio. Il fenomeno ha perfino un nome, conscious unbossing, e dietro non c’è necessariamente la mancanza di ambizione
Immaginate di essere convocati nell’ufficio del direttore, che vi comunica che il responsabile del reparto sta per andare via e che il posto è vostro: stipendio più alto, un titolo nuovo, una squadra da guidare. Fino a qualche anno fa la risposta sarebbe stata scontata. Oggi sempre più persone prendono fiato, ci pensano una notte intera e rispondono con un garbato «no, grazie». Il titolo nuovo si legge sul biglietto da visita, il tempo che manca si nota la sera, quando alle otto si sta ancora rispondendo alle email. Chi sceglie di rifiutare la promozione continua a lavorare con impegno: decide soltanto come impiegare le proprie energie, spesso restando esperto di un mestiere invece di gestire turni, ferie, riunioni e malumori altrui.
Un nome preso in prestito da Gwyneth Paltrow
L’espressione conscious unbossing è un gioco di parole su conscious uncoupling, la formula con cui Gwyneth Paltrow annunciò la propria separazione: qui a lasciarsi in modo consapevole, sono il lavoratore e il ruolo da capo. A diffonderla, nel 2024, è stata la società di selezione del personale Robert Walters, che ha intervistato 3.600 giovani professionisti britannici della Generazione Z, cioè nati dalla fine degli anni Novanta in poi. Più della metà, il 52 per cento, ha risposto di non voler diventare un responsabile di livello intermedio, e il 69 per cento ha definito quel ruolo troppo stressante rispetto a ciò che offre in cambio.
Un conto è il sondaggio, un altro il direttore
Il fenomeno ha però dei confini. Nella stessa indagine più di un terzo dei giovani si aspetta di diventare prima o poi un capo, e a escludere del tutto l’ipotesi è circa uno su sei. La rivista Fortune, che ha raccontato la ricerca, fa notare che è difficile sapere cosa accadrebbe davanti a un’offerta vera: dire no in un questionario costa meno che dirlo a un direttore che vi propone un aumento. Un’indagine di Deloitte sui giovani conferma l’umore generale, con appena il 6 per cento che indica il comando come principale obiettivo di carriera. Attenzione, però: i numeri più citati arrivano dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, e non fotografano nello specifico il mercato del lavoro italiano.
Fondatori, specialisti e aspiranti influencer

Chi rinuncia al ruolo da capo non esce dalla corsa: imbocca un’altra strada. C’è chi resta specialista di un mestiere, chi coordina progetti senza gestire persone, chi si mette in proprio. Secondo i dati di LinkedIn riportati da Fortune nel 2024, «fondatore», cioè chi avvia una propria attività, era il secondo titolo professionale in più rapida crescita tra i neolaureati della Generazione Z, e un’altra rilevazione ricordata dalla stessa testata indica che più della metà dei giovani farebbe volentieri l’influencer a tempo pieno, se ne avesse l’occasione. Lucy Bisset, dirigente di Robert Walters, spiega che molti giovani preferiscono mettere tutta la propria personalità nei progetti e coltivare un proprio modo di lavorare, invece di impiegare il tempo a gestire gli altri.
Tre domande prima di rispondere
Se la proposta arriva davvero, qualche domanda concreta aiuta a decidere se rifiutare la promozione o accettarla. Quante ore in più chiede il nuovo ruolo, e di quanto cresce lo stipendio una volta tolte le imposte? Chi vi insegnerà a guidare un gruppo? Secondo una ricerca della società Insperity, riportata dalla Cnbc, solo la metà circa dei nuovi capi, in carica da meno di tre anni, si sente del tutto pronta a guidare gli altri. Infine, cosa succede se dopo qualche mese capite che il ruolo non fa per voi? Sapere in anticipo se è possibile tornare al vecchio incarico rende il sì meno rischioso.





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