
Riccardo Betteghella di Casa Surace: «Da nord a sud, l’Italia è unita da tante piccole tradizioni»
In questo articolo
La mitica Casa Surace compie dieci anni e Riccardo Betteghella ci invita a teatro con La riunione di condominio, una commedia corale che è una metafora del nostro Paese.
Dieci anni di video virali, milioni di follower e una comunità affezionata che si riconosce nelle loro storie di vita quotidiana, tra “pacchi da giù”, nonne leggendarie e fuorisede nostalgici. Casa Surace festeggia il traguardo del primo decennio di attività portando la propria comicità dal web al palcoscenico con La riunione di condominio, uno spettacolo che ad aprile e maggio attraverserà l’Italia da nord a sud. Una commedia corale e interattiva che usa l’assemblea condominiale come metafora dell’Italia di oggi: un luogo dove differenze, caratteri e abitudini si scontrano… ma dove, alla fine, si trova sempre un modo per convivere. A raccontarci come nasce questo nuovo capitolo è Riccardo Betteghella, portavoce del collettivo.
«Uno stratagemma comico perfetto»

Come è nata l’idea dello spettacolo?
«In questi anni abbiamo fatto tanti incontri con i fan, eventi all’università e piccoli spettacoli dal vivo, ma volevamo creare qualcosa che lasciasse un segno più forte rispetto a un video di trenta secondi sui social, che magari tra mille contenuti rischia di perdersi. All’inizio pensavamo a un film o una serie TV, poi abbiamo optato per lo spettacolo teatrale, anche perché molti di noi hanno un passato a teatro».
In che senso la riunione di condominio è metafora dell’Italia?
«La riunione di condominio è uno stratagemma comico perfetto perché chiunque ne ha sentito parlare o ne ha vissuta una e sa quanto possano essere assurde e divertenti. Però per noi è anche il simbolo di una piccola nazione: nel condominio si incontrano persone diverse, chi vive al primo piano e chi all’ultimo, chi frigge e dà fastidio a chi sta sopra, chi ha abitudini diverse dagli altri. È un po’ quello che succede in Italia tra nord e sud, tra città e paesi, tra generazioni diverse. L’idea è proprio questa: far ridere ma anche raccontare come, nonostante le differenze, alla fine si può trovare un punto di incontro».
Che differenza c’è tra fare comicità sul web e farla in teatro?
«Il web è casa nostra: siamo nati e cresciuti lì. Però negli anni il modo di fare comicità sui social è cambiato molto. Prima potevi fare un video orizzontale di sei minuti costruendo una storia; oggi devi girare in verticale e nei primi cinque secondi devi già catturare l’attenzione. Questo premia l’idea lampo ma può essere limitante quando vuoi costruire un racconto. Il teatro, invece, ti permette di usare un linguaggio comico più ampio. E poi la risposta del pubblico dal vivo è impagabile: fai una battuta e senti subito la risata, non devi aspettare i commenti oppure i like».
La vostra comicità nasce dalla quotidianità. Come scegliete le situazioni da trasformare in sketch?
«Dall’interazione con il pubblico. Spesso, soprattutto all’inizio, lanciavamo domande ai fan, per esempio: quali sono le cose che rappresentano di più la vita di un fuorisede? Dai commenti nascevano molte idee. Poi ovviamente c’è la nostra esperienza personale: chi ha studiato a Bologna, chi ha vissuto a Milano o all’estero. Tutte queste esperienze ci hanno lasciato ricordi e situazioni che, se raccontate nel modo giusto, diventano subito molto comiche».
Nonna Rosetta, la nonna di tutti

Nei vostri video giocate molto sulle differenze tra Nord e Sud. Quanto c’è di vero e quanto di esagerato?
«Alcune cose sono ingigantite per far ridere, ma abbiamo scoperto che spesso la realtà è proprio così. Abbiamo raccontato del compleanno al Nord dove ognuno paga per sé, pensando fosse solo uno stereotipo… poi ho scoperto che succede davvero. Oppure i matrimoni al Sud: nei nostri video esageravamo con la cascata di salumi o con gli spaghetti che arrivano alle due di notte dopo la torta. E invece mi è capitato davvero di partecipare a matrimoni dove, dopo il buffet dei dolci, ricominciavano antipasti, primi e secondi».
Avete mai ricevuto commenti o critiche sul fatto che i vostri sketch possano rinforzare stereotipi, soprattutto in questi tempi di politicamente corretto?
«Quando raggiungi un grande pubblico le critiche arrivano sempre. Però noi abbiamo sempre cercato di usare gli stereotipi per smontarli o per lanciare un messaggio. Il nostro intento non è mai stato discriminare, ma ridere delle differenze. L’unico vero problema che ricordo riguarda il vecchio format Il Terrone Fuori Sede: per alcuni brand la parola “terrone” era diventata un problema, quindi abbiamo preferito eliminarla, anche se la usavamo in senso positivo».
Cosa può dirci dell’iconico “pacco da giù”?
«Anche quello è nato dai racconti dei fan. Tra le cose tipiche del fuorisede c’era proprio il pacco che arriva da casa: non è solo cibo, è un gesto che ti fa sentire più vicino alla famiglia. Da lì abbiamo deciso di trasformarlo in un progetto concreto: usare il “pacco da giù” per far conoscere prodotti di piccole aziende del sud che spesso non hanno visibilità sul mercato nazionale. Dentro ci sono prodotti tipici ma anche oggetti simbolici, come la statuina di Nonna Rosetta».
A proposito di Nonna Rosetta: che cosa ha rappresentato per voi?
«All’inizio era semplicemente la nonna di uno dei ragazzi del gruppo, poi è diventata un personaggio amatissimo, quasi la nonna di tutta la community. Quando è venuta a mancare abbiamo sentito di perdere una parte della nostra identità e abbiamo voluto ricordarla con il “Ragù Day”, una giornata dedicata al ragù e alla scarpetta, proprio come faceva lei».
Ormai sono una famiglia

Casa Surace racconta un’Italia che unisce. Cosa può davvero avvicinare Nord e Sud?
«Le tradizioni e la famiglia. Tutta l’Italia è piena di piccole tradizioni simili tra loro. La cosa più bella è quando raccontiamo un’usanza di un paesino del sud e un ragazzo del Veneto commenta dicendo: “Anche mia nonna faceva così”. Nonostante le differenze, ci sono tante cose che ci uniscono».
Se Casa Surace fosse davvero un condominio, chi sarebbe il vicino più difficile e quello più simpatico?
«Il più difficile probabilmente sarei io: interpreto il milanese perché, anche se sono napoletano, sono quello più pignolo e amante della tranquillità. Il più simpatico invece probabilmente sarebbe Daniele Pugliese, quello che urla “carbonara!”: nella vita è davvero così, molto esuberante».
Fuori dal set che rapporti avete?
«Siamo una famiglia. Come in tutte le famiglie andiamo d’accordo ma ogni tanto discutiamo. Però alla fine restiamo uniti e andiamo avanti insieme».
Perché dovremmo venire a vedere lo spettacolo?
«Perché non è solo uno spettacolo da guardare: il pubblico diventa parte della riunione di condominio. Gli spettatori possono intervenire, dire la loro, partecipare alla storia. In tanti ci hanno scritto negli anni dicendo che avrebbero voluto partecipare a un nostro video. Ecco, questo spettacolo è un modo per farlo dal vivo».






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