
Fortunato Cerlino: «La verità delle cose si intuisce soltanto a occhi chiusi»
Fortunato Cerlino, noto al grande pubblico per il ruolo di Pietro Savastano in Gomorra, ha diretto il suo primo film Avemmaria: un’opera intima e autobiografica di cui ci parla con il cuore.
Abbiamo incontrato Fortunato Cerlino in Sicilia: la sua opera prima da regista, Avemmaria, uscita lo scorso 25 giugno, è stata scelta come film di apertura del Baarìa Film Festival 2026. Per decenni, Cerlino ha lavorato dando corpo e voce alle visioni di altri registi, da Matteo Garrone a Roman Polański. Adesso, però, ha deciso di passare dall’altra parte della barricata.

Quando si è seduto dietro la macchina da presa per la prima volta, di quale abitudine ha dovuto spogliarsi?
«Arrivavo già da esperienze di regia teatrale, quindi quel “vizio” lo conoscevo già. La macchina da presa, però, è un’altra cosa: un linguaggio completamente diverso. Sul set ho sempre avuto una grande curiosità per la regia, perché mi interessava capire come nasce una narrazione. Il cinema mi ha folgorato subito. Poi è arrivato il momento giusto e mi sono messo alla prova. L’attore e il regista sono due mestieri distinti, come un direttore d’orchestra e un singolo strumento: il primo deve avere sempre la visione dell’intera sinfonia, delle entrate, dei silenzi, delle assenze. È un altro modo di pensare».
La sua opera prima è un lavoro intimo e autobiografico, ambientato nella periferia napoletana degli anni Ottanta. Cosa c’è alla base di questo film? È un’opera nata per ricordare o per liberarsi?
«Alla base c’è un romanzo che ho pubblicato con Einaudi nel 2018, Se vuoi vivere felice, in gran parte autobiografico. Nasce da materiali scritti quando sono diventato padre per la prima volta della mia figlia maggiore, Delfina, che ora ha otto anni. In quel periodo sentivo il bisogno di interrogarmi sul bambino che ero stato e sull’infanzia che avevo vissuto. Non era un tema nuovo per me, ma sentivo la necessità di affrontarlo in modo più strutturato. Ho scelto la forma della confessione, un dialogo con il bambino che sono stato, annullando il tempo e lo spazio: gli facevo domande, gli restituivo risposte, difendevo alcune sue fragilità. Era un modo per creare spazio alla vita che arrivava, per diventare un padre e non restare un figlio incompiuto».
Il film ha aperto il Baarìa Film Festival. Che effetto le ha fatto inaugurare una rassegna così legata al territorio e alla storia del cinema?
«Mi onora molto. Conosco quel territorio, ci sono stato spesso. Vengo dal teatro, ho girato l’Italia e con il Sud ho avuto diversi incontri importanti. È una parte del Paese che amo profondamente, perché è un Sud “mondo”, con identità fortissime. Il tema scelto quest’anno, quello delle isole, mi è sembrato molto intelligente: isole culturali, identitarie, ma anche interiori. Un modo per ripensare il futuro a partire da ciò che siamo stati. Ho voluto che questo film avesse un battesimo in un luogo vivo, culturalmente ed emotivamente forte. Il Baarìa mi è sembrata la cornice giusta».

C’è un pizzico di quella nostalgia o di quel realismo magico tipico di Tornatore nel modo in cui ha guardato alla sua infanzia attraverso gli occhi del piccolo Felice, protagonista del film?
«Il film è un viaggio dentro un sogno. È costruito come una forma di realismo magico, perché parte dall’idea che l’immaginazione possa incidere sul destino delle persone. Non nel senso banale del “i sogni cambiano la vita”, ma come processo complesso, che richiede lavoro e consapevolezza. L’immaginazione non è fuga, ma uno strumento per indagare il reale. Quello che vediamo è solo la superficie: sotto c’è sempre un’altra trama. La verità, in fondo, si può intuire solo a occhi chiusi».
Il titolo Avemmaria evoca subito una dimensione religiosa, ma nel film assume significati più ampi: speranza, maternità ferita, sacro e profano. Che cos’è per lei la fede oggi?
«È una domanda complessa. Il titolo, scritto con due M, ha già una dimensione popolare, quasi napoletana, e non strettamente religiosa. La Madonna nel film diventa ciò a cui ci si aggrappa come possibile salvezza. A Pianura, dove è ambientata la storia, si parlava davvero della costruzione di una “piccola Lourdes”: per me fu un’idea potentissima. Era un territorio segnato dalla camorra, chiamato il Far West, e io ho visto anche la morte da bambino. L’idea che qualcosa potesse arrivare da fuori a salvare tutto è diventata centrale. Nel film questo si traduce in simbolo: la Madonna è anche la luna, ciò che sta in alto. Ma ciò che sta in alto va raggiunto, altrimenti diventa un peso. Io ho un senso del sacro molto profondo, ma più che di fede parlerei di osservazione: l’infinito è sopra di noi ogni giorno. L’immaginazione, in questo senso, è già una forma di spiritualità».
Attore, scrittore, regista: cosa le ha dato la regia che la scrittura e la recitazione non le avevano ancora permesso di esprimere?
«Scrivo da sempre, fin da bambino, come forma di registrazione dei sogni. Ma scrivere significa anche progettare qualcosa che deve diventare corpo. Il teatro e il cinema sono proprio questo: il luogo in cui la parola si incarna. Ho sempre creduto nella forza della narrazione e nella catarsi. L’immaginazione ha effetti reali, persino sul piano biologico: esistono studi che dimostrano come ciò che immaginiamo possa produrre reazioni simili a quelle dell’esperienza reale. Per questo la fantasia è una componente concreta della realtà».

Il protagonista Felice usa l’immaginazione come uno scudo. Quanto c’è della sua infanzia in lui?
«Non è uno scudo, è l’opposto. È uno strumento di indagine. La realtà, così com’è, mi è sempre apparsa incompleta. L’immaginazione non serve a fuggire, ma a completarla. Tutto ciò che ho messo nel film nasce da questa esigenza: non evasione, ma comprensione».
Nel finale del film c’è una dedica alla maestra Giulia. Chi è stata per lei?
«È stata il mio primo punto di riferimento. Ci sentiamo ancora oggi. È stata la prima a rompere un’idea chiusa del destino, quella per cui chi nasce in un certo modo non può cambiare. Lei ha visto qualcosa e l’ha coltivato, ha parlato con mia madre, ha difeso i miei sogni quando volevo fare il cantante. Le devo la prima vera apertura del mio orizzonte».
Per anni il pubblico l’ha associata a personaggi forti e oscuri. Questo film, invece, mette al centro vulnerabilità e infanzia. Un modo per mostrare un’altra parte di sé?
«Spero non ci sia mai stata confusione tra i personaggi e me. Don Pietro Savastano di Gomorra, ad esempio, non è mai stato una parte di me e proprio la distanza mi ha permesso di comprenderlo fino in fondo. Non ho mai avuto imbarazzo nel guardare quel male, perché non mi apparteneva. Credo che il male spesso nasca da una ferita, da un amore storto, ma questo non lo giustifica. L’artista deve avere uno sguardo ampio, capace di attraversare anche l’ombra. Bisogna guardarla in faccia e cercare di capire da dove nasce».
A proposito, sul set ha ritrovato Salvatore Esposito, che interpretava Genny Savastano in Gomorra…
«Ritrovare Sasà è stata un’esperienza meravigliosa. Abbiamo un legame fortissimo, io, lui, Marco D’Amore, Maria Pia Calzone… Quando ho progettato questo film non avevo dubbi sul fatto che dovessi affidargli questo personaggio perché oltre a essere un attore straordinario, è un uomo che ha una profondità incredibile. Tra noi c’è tanto affetto, siamo come una famiglia e ci supportiamo l’uno con l’altro».
Napoli negli anni Ottanta era durezza ma anche creatività vulcanica: pensiamo a Massimo Troisi, a Pino Daniele… Oggi cosa ha perso e cosa ha guadagnato quella città?
«Napoli è una città difficile da incasellare. È un portale, una città verticale: si può andare solo in alto o in basso. È una città metafisica, dove tempo e spazio si piegano. Ha una vocazione fortissima per la narrazione e per il teatro della vita. È una città in cui tragico e comico convivono continuamente, perché parlano della stessa cosa: dello sguardo sul mondo».
Nel film, Felice adulto sta per diventare padre e scava nel passato, come ha fatto lei nel suo libro. Oggi, in un mondo che sembra aver smarrito i punti di riferimento, cosa significa per lei essere “padre”?
«Essere padre oggi è una responsabilità enorme. È un tempo in cui sta cambiando l’essere umano stesso. C’è una profonda insoddisfazione, perché abbiamo costruito un modello basato sul possesso più che sul senso. Anche chi ha tutto spesso resta inquieto. Siamo dentro una transizione: da un mondo dell’avere a un mondo che dovrà tornare al contenuto. E questo passaggio sarà inevitabilmente complesso».
Oltre a recitare, dedica molto tempo all’insegnamento. Ai ragazzi che sognano questo mestiere in un mondo dominato dalla gratificazione istantanea dei social, che cosa cerca di trasmettere?
«Cerco di far capire che tutto questo ha poco a che vedere con il nostro lavoro. L’arte non è ego, o almeno non dovrebbe esserlo. È servizio. Chi sale su un palco lo fa per gli altri. Il successo è un effetto collaterale, non un obiettivo. Questo è un mestiere fatto di fatica, di perdita, di disillusione. Se si cerca il successo, si sbaglia strada».
Spesso gli artisti dicono che si inizia a recitare per fuggire da se stessi. Lei oggi recita per scappare da qualcosa o per trovare qualcosa?
«Non ho mai recitato per fuggire, ma per arrivare. Nella vita quotidiana recitiamo, indossiamo ruoli e copioni senza accorgercene. L’attore, paradossalmente, è uno dei pochi che può smettere di fingere. L’arte è il luogo in cui la menzogna cade».
E oggi cosa sta cercando?
«Sto cercando di arrivare alla mia natura più autentica. Di non dimenticare che sono un corpo finito con un’idea di infinito in testa. Tutto ciò che faccio nasce da qui. È una ricerca continua, quasi antropologica. Alla fine, la domanda resta la stessa: chi sono, cosa sto facendo e perché».





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