Belve gentili: perché il sadismo di Francesca Fagnani è così rock
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Francesca Fagnani ha appena concluso l’undicesima edizione della sua trasmissione di interviste, Belve, e già ci manca. Fedele all’insegnamento di Nostra Signora delle interviste cult, sua Maestà Franca Leosini, sforna poche puntate all’anno, giuste per far venire l’appetito senza sentirsi mai sazi.
Partiamo da lei, l’intervistatrice: un misto di gentilezza e cattiveria, bellezza e professionalità, condita da una bella romanità da farcela sentire una di noi. Passiamo poi alla scelta degli intervistati: un sapiente mix di grandi personaggi e starlette, artisti di vario genere e diverso successo, donne e uomini con una netta prevalenza delle prime. Le belve della trasmissione sono le donne infatti, gli uomini arrivano solo successivamente e sempre in numero minore. E consideriamo questa scelta cosa buona e giusta, visto che molto più raramente gli uomini sono interessanti da intervistati.

La scelta delle scene è sapiente e un po’ sadica come la nostra Fagnani: le sedie sono delle trappole infernali nate per essere scomode, sgabelli sui quali a memoria solo la magnifica Carla Bruni è riuscita a stare eretta ed eterea come sempre, senza sembrare un gatto arrampicato con le unghie. Il salto mortale del carrello della telecamera, per il quale ormai abbiamo capito gli intervistati debbano firmare uno sgravio di responsabilità alla Rai in caso di danni o di decesso, non ha senso alcuno se non quello di rappresentare il passaggio dalla sicurezza della propria privacy alle fauci magnifiche della Fagnani intervistatrice. Una sorta di lasciate ogni speranza o voi che entrate.

Il pubblico, visibile solo all’ingresso e all’uscita dell’intervistato, non partecipa in modo evidente ma c’è, esattamente come noi dai nostri divani.
L’agendina fetish della conduttrice, una copertina rossa alla quale vengono attaccate le pagine degli appunti sull’ospite, sembra il breviario di un prete confessore, ma invece delle preghiere riporta implacabile la lista dei peccati, soprattutto quelli dichiarati dall’intervistato in tempi passati e poi troppo rapidamente dimenticati. In fondo, ogni intervista è una confessione più o meno estorta, alla quale l’intervistato si sottopone volontariamente.
E infine loro, gli ospiti, che io mi sentirei di dividere in due macro-categorie: quelli che si tengono stretto il loro personaggio e ci restano incastrati, senza offrire nulla di più del solito, (qui vi abbiamo parlato dell’intervista a Teo Mammucari) e quelli che scelgono di mostrare un pezzo della loro verità, e che ne escono sempre vincitori. Anche se dichiarano dipendenze, passate o presenti, più vizi che virtù, difetti o sessualità disinvolte. Anzi, più rivelano la loro fragilità e più ci stanno simpatici questi ospiti.

Due fili rossi nella trasmissione, uno divertente e uno raggelante. La simpatica civetteria della conduttrice che si fa dichiarare l’attrazione di quasi tutti gli intervistati, uomini e soprattutto donne, gioco leggero e divertente che serve a rompere qualche noiosa barriera. E poi una domanda rivolta a quasi tutte le donne intervistate, che riporta alla luce storie di abuso da parte di uomini, più o meno gravi e segnanti. Ecco, quest’ultimo punto deve ricordarci che dietro ogni donna che incontriamo ci può essere una sopravvissuta, andata avanti nonostante le ferite. Che le belve non sono le intervistate ma stanno nascoste nell’ombra e quasi sempre se la cavano. E sta a noi fare in modo che siano sempre meno e che si sentano meno feroci.

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