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I fischi di Taranto aprono una crepa sul racconto di una Meloni sempre vincente e popolare. Tra il caso Ceuta, lo scontro con la Spagna e il ritorno dei “dublinanti”, la realtà europea presenta alla Presidente del Consiglio un conto più complicato.
Per una sera la narrazione è sfuggita di mano a Giorgia Meloni.
Lo scorso 21 agosto, allo stadio Iacovone di Taranto, durante l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo trasmessi in diretta su Rai2, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato accolto da un’autentica ovazione. Quando è comparsa la Presidente del Consiglio, invece, sono arrivati fischi e “buu”, ripetuti più volte. Non un episodio marginale: la contestazione è stata abbastanza evidente da diventare uno degli elementi più commentati della serata.
Meloni ha risposto dicendo di comprendere le ragioni del dissenso sulla vicenda dell’ex Ilva e assicurando che il governo continuerà a lavorare per Taranto.
Ma quei fischi raccontano qualcosa che va oltre l’ex Ilva.

Da anni la comunicazione politica della Premier insiste sulla figura di una leader forte, rispettata all’estero, interlocutrice privilegiata degli Stati Uniti (almeno fino a quando Trump non l’ha apertamente e ripetutamente attaccata), capace di imporsi nei rapporti con l’Europa e di ottenere risultati che i governi precedenti non avrebbero saputo conquistare.
Ma la realtà non sempre conferma il racconto. Soprattutto quando è in diretta.
Da Taranto a Ceuta: la realtà presenta il conto
Il caso più evidente è quello di Ceuta. Alla fine dello scorso mese di luglio, migliaia di migranti hanno raggiunto l’enclave spagnola dal Marocco, via mare e via terra. L’afflusso è stato enorme e ha provocato morti e una gravissima crisi politica. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha parlato di un attacco alla sovranità territoriale della Spagna.
Ma c’è un particolare che rende la vicenda ancora più inquietante: il comportamento delle autorità marocchine. A quanto pare, le forze marocchine non avrebbero impedito efficacemente che migliaia di persone si dirigessero verso Ceuta. E proprio questo ha alimentato il sospetto che dietro la crisi potesse esserci una scelta politica, o almeno una forma di deliberata pressione nei confronti di Madrid. Non sarebbe una novità. Il Marocco ha già utilizzato in passato la leva migratoria nei rapporti con la Spagna. Nel 2021, un’enorme ondata migratoria verso Ceuta provocò una crisi diplomatica tra Rabat e Madrid.
Questa volta, inoltre, la crisi si è inserita in una partita geopolitica più ampia. I rapporti tra il Marocco e Donald Trump sono particolarmente stretti e Washington ha assunto una posizione favorevole a Rabat sulla annosa questione del Sahara Occidentale. Il quotidiano La Repubblica ha raccontato proprio la crisi di Ceuta anche come possibile “dispetto” del Marocco a Sánchez (di ritorno da una visita ufficiale in Algeria, ostile al Marocco sulla questione del Sahara Occidentale) e vantaggio per Trump. Le ruggini tra Trump e Sánchez, del resto, sono ben note. Ciononostante, non esistono prove concrete che consentano di affermare che Trump abbia ordinato od organizzato la crisi per colpire Sánchez. È una chiave di lettura geopolitica, non un fatto verificato.
Ma veniamo a noi. Cosa ha fatto il governo italiano di fronte alla crisi scatenata dal Marocco nei confronti di un Paese dell’Unione? Se la maggior parte degli Stati membri ha fatto quadrato intorno a Madrid, Meloni ha invece deciso di sospendere temporaneamente Schengen nei collegamenti con la Spagna, reintroducendo i controlli alle frontiere. La Premier ha motivato la decisione con la necessità di tutelare la sicurezza nazionale. Una scelta clamorosa, che ha inevitabilmente trasformato una crisi soprattutto spagnola e marocchina in uno scontro diplomatico anche tra Roma e Madrid.

La reazione di Madrid è stata durissima. Sánchez ha contestato la decisione italiana di sospendere Schengen, arrivando a definire la scelta di Roma «da ignoranti». Il Premier spagnolo ha chiesto l’intervento dell’UE, denunciando una risposta «egoistica» e «illegittima» alla crisi di Ceuta. Dopo il rifiuto italiano di revocare immediatamente i controlli, Madrid ha risposto introducendo a sua volta controlli alle frontiere per chi arrivava dall’Italia.
E l'Europa presenta il conto
Nel frattempo, mentre Meloni rivendica una politica di fermezza e la capacità di imporre la linea italiana in Europa, gli altri governi stanno iniziando a chiederle di applicare fino in fondo quelle stesse regole europee che l’Italia ha contribuito ad approvare. Stiamo parlando del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, adottato nel 2024 quando Meloni era già presidente del Consiglio e votato a favore dall’Italia, che è entrato in applicazione il 12 giugno 2026.
È proprio sulla base di queste nuove regole che Germania, Svizzera, Austria, Svezia, Finlandia e Paesi Bassi — con altri Paesi che si stanno aggiungendo — stanno riattivando le procedure per trasferire in Italia i richiedenti asilo considerati di competenza italiana.

Sono i cosiddetti “dublinanti” (termine derivante dal Regolamento di Dublino): persone che hanno fatto ingresso nell’Unione Europea attraverso un determinato Paese (in questo caso il nostro) e che, dopo essersi spostate in un altro Stato membro, presentano lì una domanda di asilo. Se, secondo le regole europee, la responsabilità resta dell’Italia, quello Stato può chiedere a Roma di riprenderle in carico. Non si tratta di rimpatri nel Paese d’origine, ma di trasferimenti da uno Stato europeo all’altro.
Va sottolineato che tra i Paesi che hanno chiesto il ritrasferimento in Italia dei richiedenti asilo, non compare la Spagna. Per Madrid, infatti, la linea è privilegiare i meccanismi europei di solidarietà piuttosto che ricorrere a trasferimenti o misure bilaterali. Bella lezione di fair play.
Il governo italiano intanto respinge l’idea del “boomerang” e rivendica il nuovo Patto come uno strumento che tutela anche gli interessi italiani. Del resto, quelle regole non sono state imposte all’Italia contro la sua volontà. L’Italia le ha votate quando al governo c’era Meloni.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha provato a ridimensionare la questione ricordando che, finora, in Italia sono arrivati soltanto tre dublinanti. Ma il problema non è soltanto quanti siano arrivati oggi. È il segnale politico: l’Europa che Meloni racconta come spesso pronta a cedere alle richieste italiane è anche l’Europa che oggi chiede a Roma di rispettare le regole che Roma stessa ha contribuito ad approvare.
In sintesi: la fotografia di Taranto
I fischi dello Iacovone non dimostrano che Meloni abbia perso il consenso degli italiani. Uno stadio non è un sondaggio e una contestazione non può essere trasformata automaticamente in una fotografia dell’intero Paese. Ma dimostrano che esiste una distanza tra la rappresentazione ufficiale di una Premier sempre forte, sempre popolare e sempre vincente e una realtà non filtrata nella quale il consenso può essere contestato apertamente. A Taranto, poi, il contesto non era casuale. La città vive da anni il dramma dell’ex Ilva, uno dei dossier più difficili per il governo. E proprio su quel territorio sono arrivati i fischi.
Poi c’è la politica estera: Meloni sceglie lo scontro con Madrid sulla sospensione di Schengen, mentre la crisi di Ceuta sembra avere radici soprattutto nella complessa partita tra Spagna e Marocco e nei rapporti geopolitici che coinvolgono anche Washington.
Infine c’è l’Europa, dove sempre più Paesi stanno chiedendo all’Italia di rispettare le regole sui trasferimenti dei richiedenti asilo.
Non è necessariamente il “fallimento” della politica di Meloni. Ma è qualcosa che si discosta dalla fotografia di una leader che vince sempre. E che più si avvicina alla realtà di un pubblico che non è più disposto ad applaudire a prescindere.





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