Flavio Gismondi: «Lupin mi ha aiutato a dare un nuovo senso al mio dolore»
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A tu per tu con Flavio Gismondi, che si divide tra una impegnativa tournée nei panni del ladro più famoso di tutti i tempi e il ruolo di Gianluca Palladini in Un posto al sole. Riapparso nel 2025 nella storica soap di Rai3 (dove si sente in famiglia), l’attore romano resta però un “animale” da musical e con il suo Arsenio dà il meglio di sé.
Dopo oltre dieci anni dal suo esordio in Un posto al sole, la storica soap di Rai 3, Flavio Gismondi è tornato a incrociare lo sguardo di Gianluca Palladini, un personaggio che ha segnato profondamente l’inizio del suo percorso artistico e che continua, a intermittenza, a riaffacciarsi nella sua vita. Nel frattempo, l’attore è cresciuto, ha cambiato pelle, ha attraversato il teatro musicale, l’insegnamento, la scena itinerante, fino a vestire oggi i panni di Arsenio Lupin in uno spettacolo che per lui si è rivelato particolarmente importante.
Un posto al sole, dieci anni dopo: tra nostalgia e maturità
Gianluca Palladini è entrato in Un posto al sole nel 2011: che rapporto ha oggi con questo personaggio?
«È stato emozionante riprenderlo in mano dopo tanto tempo e vedere come anche lui fosse cresciuto e cambiato, così come sono cambiato io. Ero curioso di scoprire che persona fosse diventato. È un personaggio più maturo, diverso dall’inquietudine della giovinezza, ma conserva quella nostalgia e quella malinconia che lo caratterizzano e che oggi a me non appartengono più. È come se avessimo preso due strade diverse».
Tornare sul set di Un posto al sole, ritrovare i suoi colleghi, è stato come sentirsi di nuovo a casa?
«È un set che accoglie sempre, difficilmente ti senti un ospite. È una famiglia, e i trent’anni di complicità costruiti nella serie si avvertono in senso positivo. È come diceva una bellissima canzone: “Sembra di non essersi mai detti addio”. All’inizio ero preoccupato, mi chiedevo se sarei stato in grado di ricordare tutto, poi ho scoperto che Gianluca era dentro di me. È sempre stato dentro di me».
Come è cambiato invece Flavio Gismondi rispetto a quegli anni?
«Ero molto irrequieto, dubbioso, insicuro, pensavo poco al futuro. Fa parte dei vent’anni. Oggi, rispetto ai miei vent’anni, sono una persona più consapevole, più matura, con obiettivi chiari, soprattutto rispetto al mestiere e al valore che posso dare».
Dopo tanti anni, riconosce ancora in sé qualcosa del ragazzo che era?
«Da un lato sono diventato un altro, ma quella specie di fiamma, quella liberazione interna che dà armonia e senso di vibrazione perenne, quella “electricity” di cui parla Billy Elliot quando racconta la danza, quella cosa c’è ancora. Non se n’è mai andata».
Passare dalla soap al teatro musicale richiede energie e linguaggi diversi: preferisce stare davanti alla macchina da presa o sotto i riflettori del palco?
«La differenza è soprattutto di metodologia. Come insegno ai miei ragazzi in accademia, la recitazione è una sola, cambia solo il piano espressivo. Mi sento a casa in entrambi i contesti. Il teatro mi ha dato più opportunità, questo sì, e sul palco ho una dimestichezza maggiore, ma non sento quel gap tra i due mondi, solo tecniche e piani diversi».
Nel segno di Lupin: identità, ferite e rinascita sul palco
Il teatro itinerante impone una vita nomade: quale città l’ha sorpresa di più durante il tour di Lupin – Il Musical?
«Firenze. Il pubblico ci ha accolto in modo incredibile, con risate bellissime e una partecipazione continua. È uno spettacolo in atto unico e abbiamo sentito un’attenzione e un coinvolgimento fortissimi. Mi ha davvero sorpreso».
C’è un rituale che l’accompagna prima di andare in scena, soprattutto in uno spettacolo così fisico?
«Metto un tappo di sughero in bocca e ripeto le battute, lavorando sulla scansione per migliorare la mobilità della mandibola e la chiarezza delle parole. Poi faccio stretching, per avere piena consapevolezza del corpo».
Arsenio Lupin è un ladro gentiluomo, elegante e ironico: cosa l’ha sedotta di più di questo personaggio?
«La sua capacità di trasformismo e la naturalezza con cui porta in scena il suo universo, popolandolo di personaggi diversi e rendendoli credibili».
Cosa avete in comune?
«Mi accomuna a lui soprattutto l’essere orfano. Il mio è Lupin II: il primo è quello dei romanzi, il terzo quello del cartone. Il mio Lupin affronta un problema di identità che conosce bene chi vive la disgrazia di perdere un genitore, un dolore che io conosco bene, avendo perso mio padre da piccolo. È stato come rivivere quella ferita e darle un nuovo senso: il teatro esorcizza, aiuta».
Recitare Lupin l’ha aiutata davvero a rielaborare?
«Sì. Non è più l’evento traumatico di allora, ovviamente. Il tempo passa, accadono cose, anche belle. Questa ricongiunzione identitaria, che ho cercato forse in modo inconscio, rivederla e riviverla in un personaggio mi ha aperto un mondo, mi ha regalato slanci positivi».
Se potesse “rubare” una qualità a Lupin da portare nella vita reale, quale sceglierebbe?
«La sua disinvoltura. Nella vita non sono così disinibito come lui».
Da attore, quanto la diverte cambiare pelle e quanto invece la spaventa?
«Mi diverte moltissimo, è qualcosa che facciamo continuamente. Mi preoccupa quando i personaggi che porto in scena sono tanti e tutti insieme, perché il rischio è dimenticare chi sei in quel momento. Con la stanchezza può capitare di reagire, ad esempio sul set di Un posto al sole, come farebbe Lupin e viceversa. Può succedere a volte».
Quando avviene, invece, il passaggio da Flavio a Flavio Gismondi?
«Flavio Gismondi è completamente pronto al servizio del personaggio. Faccio ciò che serve, anche cose che Flavio non farebbe o che mi inibiscono».
E quando frequenta gli eventi mondani è Flavio o Flavio Gismondi?
«Cerco di essere Flavio, perché credo che debba parlare la professione, non la persona. Non devo indossare maschere se lavoro bene».

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