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Chiara Caselli
CinemaInterviste

Chiara Caselli: «Non ho paura del tempo che passa»

Sonia Russo
Sonia Russo
Novembre 7, 2025

In questo articolo

  • Una storia toccante e attuale
  • Lavorare con il corpo e con lo sguardo
  • L’importanza di un approccio “umile”
A tu per tu con Chiara Caselli, protagonista del cortometraggio Luce nella crepa, che denuncia la difficile realtà dei caregiver nella nostra società.

Chiara Caselli attraversa i linguaggi con la determinazione di chi non si accontenta mai di un solo sguardo. Attrice, regista, fotografa, da sempre sceglie ruoli e progetti mossa più dall’intuizione che dal calcolo. Attualmente è la protagonista di Luce nella crepa, il cortometraggio di Anselma Dell’Olio dedicato ai caregiver, e lo scorso settembre è stata in giuria al Lucca Film Festival. In lei si intrecciano la curiosità insaziabile e la capacità di chi sa guardare oltre, davanti e dietro l’obiettivo.

Una storia toccante e attuale

Chiara Caselli
Chiara Caselli (57 anni) è nata a Bologna il 22 dicembre del 1967 sotto il segno del Capricorno.

Luce nella crepa tocca corde intime e universali. Cosa ha provato nel raccontare questa storia per certi versi dolorosa e complessa?
«Per me è stato un grande privilegio poter entrare in un mondo che non conoscevo. Il motore della storia è questa donna meravigliosa, Anna Mancuso, che ha vissuto in prima persona l’esperienza di accudire il fratello che, nella sceneggiatura, diventa una sorella. Io interpreto Anna, la protagonista che si prende cura della sorella malata di tumore e, quando il mio personaggio chiede qualche giorno di ferie in più per stare accanto alla sorella come caregiver, l’azienda rifiuta e a lei non resta altro che licenziarsi. È una condizione che chi si prende cura quotidianamente di un malato conosce bene: i caregiver non hanno protezione. Anna Mancuso ha voluto creare qualcosa che sensibilizzasse su questo tema, perché oggi, con la sua associazione Salute Donna, lavora anche sulla tutela legale dei caregiver. La speranza è che possa ottenere dei risultati, come è già riuscita con l’Oblio oncologico, un diritto che permette alle persone guarite da un tumore di non dover fornire informazioni sulla propria pregressa malattia per accedere a servizi lavorativi, finanziari, assicurativi e procedure di adozione, dopo un certo periodo dall’interruzione delle cure e in assenza di recidive».

Il cinema può essere strumento di lotta sociale?
«Come spettatrice non amo i film che hanno palesemente un messaggio. Deve essere intrecciato nella trama, nel tessuto cinematografico. L’arte non deve essere per forza uno strumento di lotta, ma può diventarlo».

Lavorare con il corpo e con lo sguardo

Riservatissima dal punto di vista personale, sappiamo che ha avuto una relazione durata cinque anni con l’attore Stefano Dionisi e che ha un figlio di nome Teo, che ha cresciuto da sola da quando aveva tre anni e che studia psicologia. Oggi si definisce “mediosola”, cioè single, ma non proprio del tutto...
Riservatissima dal punto di vista personale, sappiamo che ha avuto una relazione durata cinque anni con l’attore Stefano Dionisi e che ha un figlio di nome Teo, che ha cresciuto da sola da quando aveva tre anni e che studia psicologia. Oggi si definisce “mediosola”, cioè single, ma non proprio del tutto...

Ha lavorato con Antonioni, Gus Van Sant, Cavani, i Taviani: maestri diversi che l’hanno scelta e apprezzata come interprete. Qual è l’eredità più profonda che le hanno lasciato?
«Il gusto della curiosità continua. Ogni film è un’isola che impari a conoscere e a costruire insieme al cast artistico, al team tecnico e al regista, che è il vero timoniere della nave».

Nel cinema italiano e internazionale ha attraversato mondi molto differenti. Oggi, cosa cerca in una storia o in un regista prima di accettare un ruolo?
«È sempre stata l’intuizione a guidarmi. Deve esserci qualcosa da scoprire. Naturalmente c’è anche l’aspetto economico, perché dobbiamo vivere e mantenere le nostre famiglie, ma dal punto di vista artistico quello che cerco è sempre la possibilità di imparare qualcosa di nuovo».

È passata anche alla regia. Con Molly Bloom e Per Sempre ha mostrato una voce autoriale precisa. Cosa trova dietro la macchina da presa che non trova davanti?
«Sono due modi diversi di raccontare. Da attrice lo fai con il corpo, da regista lo fai invece attraverso lo sguardo».

E come nasce questo sguardo, che lei mette a frutto anche nella fotografia? 
«L’ho scoperto poco alla volta, ma credo che mi accompagni sin dall’infanzia, quando mi portavano agli Uffizi e il mio sguardo si è imbevuto di pittura classica, nelle linee e nei colori. Dentro ogni foto od ogni opera da regista c’è poi l’espressione del mio mondo interiore».

L’importanza di un approccio “umile”

Chiara Caselli: «Non ho paura del tempo che passa»
Chiara Caselli è stata senz’altro una delle attrici più amate degli anni ’90, quando si è imposta come volto intenso e magnetico del cinema italiano grazie a film come “Nel nome del padre”, “Le amiche del cuore” e “Il cielo è sempre più blu”. La consacrazione internazionale è arrivata con “Al di là delle nuvole" di Antonioni e Wenders, accanto a John Malkovich e Sophie Marceau.

In Interiors ha lavorato sulla soglia tra intimità e mistero. Cosa cerca quando preme il pulsante della macchina fotografica?
«Dipende. A volte quello che cerco nasce sul momento, a volte è un processo che si sviluppa poco a poco. Di sicuro cerco qualcosa di coerente con quella linea che sto inseguendo, anche se fino alla fine non sai davvero che forma prenderà il tuo lavoro».

Nelle scorse settimane è stata in giuria al Lucca Film Festival. Come si pone, di solito, davanti ai lavori degli altri, da regista, attrice e fotografa?
«Con grandissima umiltà e attenzione. So benissimo quanto lavoro, tempo e dedizione ci siano dietro a un film, indipendentemente dalla qualità finale. Sono estremamente rispettosa del lavoro altrui. E sono molto felice di aver potuto fare questa esperienza».

Crede che oggi i festival abbiano ancora il potere di cambiare la vita di un film e di un autore?
«
Penso di sì. Vincere un premio a un festival è senza dubbio un valore aggiunto».

Lei è un’artista che ha attraversato mondi, ma anche una donna che si confronta con il tempo, con le fragilità, con i desideri. Come convive Chiara persona con Chiara artista?
«Chiara persona e Chiara artista sono un tutt’uno. Quanto alle fragilità e alle difficoltà, be’, io credo che tutti debbano conviverci. Le difficoltà ci sono, le vivi, le affronti. A volte le risolvi, a volte no, ma si va avanti». 

E il tempo che passa le fa paura?
«No, ci dobbiamo convivere. Non possiamo lottare contro il tempo che passa». 

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