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C’è un posto in Giappone dove i veri padroni di casa hanno quattro zampe, baffi e occhi che sembrano specchiarsi nell’oceano. Si chiama Aoshima, è un’isola remota del sud del Giappone, situata a 13 km dalla costa di Ozu, nella Prefettura di Ehime, ed è conosciuta in tutto il mondo come “l’isola dei gatti”. Qui il tempo sembra essersi fermato: i vecchi pescherecci sono ancorati al porto, le case conservano la memoria di un villaggio ormai quasi svuotato, e tra le stradine silenziose a dare vita al paesaggio sono soprattutto loro, i mici, che si muovono con la grazia di attori consumati.
Un tempo quest’isola era abitata da quasi mille pescatori. I gatti furono introdotti per tenere lontani i topi dalle imbarcazioni, ma con il progressivo spopolamento umano – oggi restano appena quattro abitanti anziani – i felini hanno preso il sopravvento, trasformando Aoshima in un regno sospeso tra realtà e fiaba. Se in passato si contavano oltre duecento gatti, oggi ne restano circa ottanta, molti dei quali anziani, ma il loro fascino resta intatto e continua ad attirare visitatori da tutto il mondo.
In passato, si stimava per un rapporto gatto-uomo tra 6:1 e 10:1. Oggi quel rapporto è molto più squilibrato, quasi 36:1.

Ogni giorno l’isola è visitata dagli appassionati di gatti che dalla terraferma si recano ad Aoshima in traghetto per omaggiare i suoi residenti. Arrivare qui significa vivere un’esperienza fuori dal tempo. Non ci sono bar, negozi né alloggi turistici: l’unico rumore che accompagna i passi è il miagolio curioso di un gatto che ti osserva da un muretto o che ti si struscia alle gambe come per reclamare attenzione. Ogni incontro è un piccolo spettacolo, e per chi ama la fotografia è impossibile non lasciarsi tentare. I gatti si prestano a ritratti spontanei, rubati tra vicoli stretti, all’ombra di una veranda o sotto il sole che si riflette sull’acqua del porto. È questo il segreto che fa di Aoshima, che non è solo una “cat island”, ma anche una meta da sogno per chi pratica street o travel photography e per la ritrattistica: ogni scatto diventa una storia, ogni volto felino una tela da incorniciare.
Il fascino dell’isola, però, convive con un senso di malinconia. I gatti che restano sono custoditi dall’amore dei pochi abitanti, vere e proprie “cat mama” che ogni giorno li nutrono con patate, barrette energetiche e onigiri (polpette di riso e alghe), e li accudiscono, mentre programmi di sterilizzazione hanno bloccato nuove nascite. Il futuro di Aoshima, così, è incerto e visitarla oggi significa coglierne la poesia fragile, fatta di silenzi, di gesti lenti e… di occhi di gatto che sembrano raccontare la memoria stessa dell’isola.
Passeggiare qui è come muoversi in un set naturale dove gli attori principali sono i mici che si aggirano indisturbati sull’isola, colonizzando ogni angolo e ogni anfratto. C’è chi ti accompagna lungo la strada, chi ti osserva dall’alto di un tetto, chi sonnecchia accanto a una finestra spalancata sul mare. Tutto parla di loro, eppure l’atmosfera non è mai artificiale: è pura, autentica, un incontro ravvicinato con un mondo che vive secondo ritmi propri.
Visitare Aoshima non significa soltanto viaggiare, ma regalarsi un’esperienza sospesa, da portare via con sé in forma di ricordi e fotografie. È un luogo che invita a rallentare, ad ascoltare e a guardare davvero, lasciandosi sorprendere dalla magia che solo un’isola di gatti può offrire.

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