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Angelica Massera, che sul web racconta con ironia la vita delle madri di adolescenti, ha messo la sua allegria al servizio dei bimbi malati.
Qualche settimana fa, tra i corridoi del reparto di Oncologia pediatrica del Policlinico Gemelli, il rumore più bello è stato quello delle risate. Durante l’inaugurazione della nuova sala giochi “Crearium” resa possibile dalla vendita delle bamboline Baby Pelones e dedicata ai piccoli pazienti, Angelica Massera ha visto da vicino cosa significhi davvero trasformare il gioco in cura: colori, sorrisi, peluche e occhi pieni di coraggio in un luogo dove ogni giorno si combattono battaglie enormi. Un’esperienza che l’ha profondamente segnata, soprattutto da mamma.
Un’esperienza forte ma meravigliosa



Cosa si prova a portare il gioco e il sorriso in un reparto così delicato come l’oncologia pediatrica?
«È un misto di emozioni fortissime. Sicuramente felicità ed entusiasmo nel vedere i sorrisi di quei bambini, ma allo stesso tempo tristezza e angoscia nel vederli in quelle condizioni. È stata una giornata intensa, un mix emotivo molto forte».
In quell’occasione ha visto da vicino la forza dei piccoli pazienti ma anche delle loro famiglie. Da mamma, questo l’ha resa più empatica o più vulnerabile?
«Entrambe le cose. Vedevo quei bambini, ma anche i genitori, e in particolare mamme con bimbi molto piccoli, anche neonati allattati. Ho sentito una forte empatia e mi sono resa conto della loro incredibile forza. Ma la vulnerabilità è arrivata quando, per pochi secondi, mi sono immaginata davvero al loro posto: è stato molto difficile, quasi drammatico».
Che impressione le ha lasciato la forza dei genitori?
«Sono rimasta davvero colpita, in positivo. Spesso pensiamo “io al loro posto non ce la farei”, ma poi capisci che nella vita reale emergono forze che non immagini di avere. È stata una giornata che mi ha lasciato molta riflessione».
Al Gemelli si dimostra quanto il gioco sia cura. Nella sua vita, la comicità è mai stata una forma di terapia nei momenti difficili?
«Assolutamente sì. La comicità è una cura, soprattutto per noi stessi. L’autoironia è fondamentale per non prendersi troppo sul serio. Anche nei momenti bui, se riesci a trovare un piccolo lato ironico, tutto diventa più leggero. Io la chiamo proprio una sorta di “comedy therapy”».
Nei suoi video smonta spesso il mito della mamma perfetta. Qual è la bugia più grande che la società racconta alle donne sulla maternità?
«Che esista la mamma perfetta. Non esiste. Esiste la mamma perfetta per il proprio figlio. Ognuna di noi fa del suo meglio con gli strumenti che ha. La società invece ci vuole impeccabili, ma noi siamo esseri umani: sbagliamo, impariamo e va bene così».
E lei che mamma è? Le è mai capitato che uno sketch nascesse da una vera esasperazione quotidiana?
«Praticamente tutti i miei sketch sono autobiografici. In questo periodo parlo molto dell’adolescenza, anzi, “adolescemenza”, come la chiamo io, perché ho due figli adolescenti. Racconto quello che vivo e molte mamme si rivedono e mi scrivono dicendo “allora non sono sola”. È diventata quasi una community di supporto».
«I ragazzi non sognano più»

A proposito di “adolescemi”: qual è stato il primo segnale che le ha fatto capire che i suoi figli erano entrati in quella fase?
«Quando mia figlia, da bambina sempre sorridente, è diventata improvvisamente muta. Sembrava quasi un incantesimo arrivato con lo spegnimento della candelina del suo tredicesimo compleanno: da un giorno all’altro niente più sorrisi, niente più reazioni. Mio figlio, invece, è più sorridente di lei, ma ha cominciato a fare “l’uomo”, a essere più burbero e scontroso».
Tra porte sbattute e risposte a monosillabi, qual è la sua strategia per non perdere la pazienza?
«Respiro e mi ripeto che passerà. È una fase. Bisogna mantenere la calma, farci rispettare ma senza perdere lucidità. È come una meditazione casalinga».
Rivede mai in loro qualcosa della sua adolescenza?
«Sì, e mi fa sorridere. Io ero una bambina molto attiva, e oggi rivedo certe dinamiche nei miei figli. Però la mia adolescenza è stata anche molto chiusa e complessa. Loro sono diversi, ma ogni generazione ha le sue sfumature».
Rispetto alla sua generazione, cosa è cambiato di più negli adolescenti di oggi?
«Noi eravamo più sognatori. Avevamo MTV, la musica, la cameretta. Oggi invece molti ragazzi fanno più fatica a sognare, forse perché il futuro li spaventa. E questo è un peccato, perché il sogno è una forma di luce».
Che consiglio darebbe a un genitore che si sente disorientato davanti a un adolescente?
«Di aiutarli a scoprire il loro talento senza pressione. Devono provare, sbagliare, fare esperienze. Il nostro compito è stimolare, non sostituirci a loro».
Se potesse avere un superpotere da mamma, quale sceglierebbe?
«Poter risolvere i loro problemi con uno schiocco di dita. Ma so che sarebbe sbagliato: il nostro compito è insegnare loro a risolverli da soli».
In tutto questo, come funziona l’equilibrio familiare con suo marito Simone?
«Siamo una squadra al 50 percento. Ci dividiamo tutto. E siamo diventati anche taxi driver a tempo pieno tra scuola, sport e impegni vari».
E la coppia come resiste a tutto questo caos quotidiano?
«Con fatica ma funziona. Ora che i ragazzi sono grandi abbiamo più spazio per noi, ma è una fase diversa. E ogni fase ha la sua bellezza».
Guardando al futuro, cosa spera che i suoi figli ricordino di questi video in cui ironizza su di loro?
«Spero che un giorno possano dire ai loro figli: “Quando eravamo piccoli ci divertivamo tantissimo con mamma”. Che resti un ricordo leggero, pieno di risate e un po’ di nostalgia bella».





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