
Michele Riondino: «Il cinema italiano? Ha solo da insegnare al mondo»
In questo articolo
Celebrato come miglior attore al Premio Internazionale Cinearti La Chioma di Berenice per il ruolo di Antonio Vivaldi nel film Primavera, Michele Riondino ci offre il suo sguardo sullo “stato di salute” del nostro cinema, ci parla dei ruoli del cuore e di quelli che lo aspettano.
Dare corpo a un mito senza tempo richiede non solo tecnica, ma una profonda sensibilità emotiva. Una sfida vinta magistralmente da Michele Riondino, premiato come Miglior Attore alla 27ª edizione del Premio Internazionale Cinearti La Chioma di Berenice promossa dalla CNA. Il riconoscimento celebra la sua magistrale prova attoriale in Primavera, opera in cui l’attore tarantino presta il volto ad Antonio Vivaldi, muovendosi tra il rigore della composizione e le ombre di una Venezia settecentesca. Questo premio sottolinea la simbiosi perfetta tra l’attore e l’alto artigianato cinematografico che da sempre La Chioma di Berenice valorizza. Lo abbiamo intervistato dopo la premiazione tenutasi alla Casa del Cinema di Roma per parlare di questo nuovo traguardo, della metamorfosi dietro la maschera del “Prete Rosso”, celebre soprannome storico di Vivaldi, e della sua personale idea di cinema.
La sua dedica e la sua riconoscenza

Partiamo dal premio che ha ricevuto. A chi lo dedica?
«Come ho detto anche nel videomessaggio di ringraziamento, questo è un premio che condivido con chi mi ha permesso di fare un lavoro apprezzabile. Se il nostro lavoro viene riconosciuto è soprattutto grazie alla dedizione delle maestranze e di tutti i reparti che lavorano sui set. Per questo ha un valore speciale: è un premio assegnato proprio da chi quel lavoro lo conosce da vicino. Lo condivido con tutti i reparti del film Primavera di Damiano Micheletto».
Tra i temi del film Primavera c’è il potere salvifico dell’arte. L’arte ha salvato anche lei?
«Nel film i personaggi subiscono il fascino e il potere dell’arte, ma non è necessariamente salvifica. Per Vivaldi e Cecilia è anche una condanna: amare qualcosa di immateriale può significare isolarsi dalla società. Sono due anime sole che si incontrano proprio nella loro solitudine. Per quanto mi riguarda, non so se l’arte mi abbia salvato la vita, ma certamente mi ha permesso di vivere la vita che ho sempre desiderato».
Quanti sacrifici le è costato questo percorso? Penso alla precarietà del mestiere e al confronto continuo con critiche e giudizi.
«Questa è l’altra faccia della medaglia. Chi fa il mio mestiere dedica una vita allo studio e alla preparazione. Quando il lavoro arriva, sembra quasi un regalo del destino. Poi però bisogna fare i conti con la realtà: la cultura è un settore che andrebbe considerato a tutti gli effetti un’industria. È un comparto che rende il nostro Paese importante nel mondo, perché l’Italia si fonda sulla sua bellezza culturale e artistica. Il nostro è un lavoro intermittente, è vero, ma quando riusciamo a svolgerlo è un bene per tutti: per chi lo fa e per chi ne fruisce».
Le guerre di potere e il clima di odio

Com’è lo stato di salute del cinema italiano?
«Dal punto di vista creativo è molto vivo. Abbiamo sceneggiatori, registi e attori preparati e appassionati, ma anche maestranze straordinarie: fotografia, costumi, trucco, parrucco, macchinisti. Il cinema italiano ha solo da insegnare al mondo. Purtroppo, però, il settore deve fare i conti con guerre di potere e logiche politiche che finiscono per condizionare il nostro lavoro. Siamo spesso vittime di una politica che sembra ormai diventata una guerra tra bande».
Che clima politico si respira oggi?
«Non c’è bisogno che lo dica io: è sotto gli occhi di tutti. Si arriva a uccidere per un posto sotto l’ombrellone, si accoltellano persone che nemmeno si conoscono. Non stiamo vivendo un bel momento e c’è chi continua ad alimentare questo clima di odio con grande consapevolezza».
È preoccupato per il futuro delle sue figlie?
«Sì, molto preoccupato».
E nelle nuove generazioni ripone fiducia?
«Sì, molta. Tutta la fiducia che ripongo nei giovani è la stessa che non ripongo nelle generazioni precedenti, compresa la mia».
Se Andrea Camilleri fosse ancora vivo e avesse assistito agli ultimi eventi politici, compresi quelli che riguardano Donald Trump, cosa avrebbe detto?
«Probabilmente si sarebbe lasciato scappare qualche sana parolaccia e avrebbe rimproverato anche la nostra classe dirigente. Avrebbe fatto quello che ha sempre fatto quando era tra noi. Sono contento per lui che non debba vedere quello che accade oggi».
Montalbano, Florio e gli altri

Qual è il personaggio a cui è rimasto più legato?
«Non ce n’è uno soltanto. Ogni personaggio rappresenta un momento preciso della mia vita e porta con sé tutto lo studio necessario per interpretarlo. Certo, alcuni mi hanno dato molto: Il giovane Montalbano, ad esempio, mi ha regalato una grande riconoscibilità e soprattutto mi ha permesso di conoscere Andrea Camilleri e di diventargli amico. Poi c’è il protagonista del mio film Palazzina Laf, che mi ha consentito di esprimere cose che altrimenti non avrei saputo dire. Anche Vincenzo Florio de I leoni di Sicilia mi ha dato tanto: mi ha riportato in Sicilia, mi ha fatto ritrovare quella lingua meravigliosa e conoscere il regista Paolo Genovese. Ogni personaggio ha lasciato qualcosa».
Ce n’è invece uno che l’ha delusa?
«No, certo che no».
Lei è una persona molto riservata, ma ha scelto un mestiere che la espone inevitabilmente alla popolarità. Come vive questo rapporto?
«Lo vivo bene, a patto che dall’altra parte ci sia qualcuno che capisca che non tutti siamo egocentrici o narcisisti. Mi piace stare sulle mie, passare inosservato quando posso. Se qualcuno mi riconosce e me lo dice con discrezione, lo apprezzo moltissimo. Apprezzo molto di più la discrezione di chi mi saluta sottovoce che non l’enfasi di chi vuole a tutti i costi una foto o un selfie».
Ha nuovi progetti in arrivo?
«In autunno usciranno due film molto importanti. Il primo, Zustissia, racconta la vicenda dell’ingiusta detenzione di Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo condannato all’ergastolo e riconosciuto innocente dopo trentatré anni di carcere. Il secondo, È andata così, è il nuovo film di Gianni Zanasi: una commedia acida, brillante e molto interessante. Sono questi i progetti che vedranno la luce nei prossimi mesi».





A te l'onere del primo commento..