
Alessandro Gassmann: «Come Guido, non mi vergogno di mostrare le mie fragilità»
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Alessandro Gassmann ci racconta con entusiasmo la sua nuova avventura: vestire i panni dell’avvocato Guerrieri nella serie ispirata ai romanzi di Gianrico Carofiglio.
In questi giorni è tornato in prima serata con una nuova fiction che lo vede protagonista assoluto. Volto intenso, sguardo ironico, misura e profondità: Alessandro Gassmann veste i panni dell’avvocato Guido Guerrieri, creatura letteraria di Gianrico Carofiglio, nella serie Guerrieri – La regola dell’equilibrio, appena debuttata su Rai 1 e disponibile anche su RaiPlay. Diretta da Gianluca Maria Tavarelli e liberamente tratta dai romanzi Ragionevoli dubbi, Le perfezioni provvisorie e La regola dell’equilibrio, la fiction porta sullo schermo una Bari contemporanea attraversata da scomparse, omicidi e corruzione, ma anche da passioni come la boxe e da amori perduti che continuano a lasciare ferite aperte. Un legal drama in cui il successo professionale convive con crepe intime e verità scomode, proprio come nella vita reale.
«Una fiction “corale” che mi appassiona»

Lei conosceva già Guido Guerrieri attraverso i romanzi? Che cosa ha provato quando le è stato proposto di interpretarlo?
«Conoscevo Guerrieri grazie ai libri e sono stato molto felice e orgoglioso di poter portare in scena questo personaggio, che tanti lettori amano e sentono vicino. Di lui mi affascinano le tante fragilità: è un uomo che non finge di essere invincibile. Guido non le nasconde, non si vergogna di chiedere scusa e di piangere e, al tempo stesso, è un professionista bravissimo, rigoroso, uno che studia e si mette in discussione. Questa combinazione tra competenza e vulnerabilità lo rende molto vero. Inoltre, si circonda di persone che rendono straordinario il gruppo di lavoro, e questo aspetto corale mi piace molto. La serie è drammatica, affronta temi importanti, ma ci sarà anche occasione per sorridere».
In che modo questo avvocato si differenzia dagli altri protagonisti del genere giudiziario?
«In primis grazie al lavoro di scrittura di Carofiglio, che per me è il migliore di tutti: ha una capacità rara di entrare nei conflitti morali senza giudicare. Inoltre, la fiction non avrà un protagonista eroe che salva tutti: è una serie corale nella quale ogni personaggio mostra i propri difetti e le proprie contraddizioni, esaltati benissimo dal regista Tavarelli che ha lavorato come si lavora a un film per il cinema, ma senza dimenticare il mezzo televisivo. Non me ne vogliano gli altri, ma questa, a mio avviso, è quella fatta meglio».
L’empatia è la sua forza, ma anche la sua fragilità. Si riconosce in questo aspetto?
«Io non mi sono mai vergognato delle mie fragilità. Come Guido non le nascondo: se devo piangere o chiedere scusa lo faccio senza alcun problema: non ho un’immagine del maschio con le spalle larghe da dover difendere a tutti i costi».
In un momento storico in cui il senso civico sembra spesso vacillare, quanto sente che il suo impegno personale e la sua idea di cittadinanza attiva la avvicinino a personaggi come Guerrieri, così profondamente legati alla legge, alla giustizia e al confronto delle idee?
«Guerrieri ha un forte senso della legge e della giustizia, ed è questo che mi accomuna a lui. La differenza è che lui la legge la conosce davvero, io no: in materia sono ignorante. Però mi impegno. Dico sempre quello che penso; non sempre ciò che dico è giusto, ma è ciò che sento, e me ne assumo la responsabilità. Questo mi viene riconosciuto e, da sempre, considero fondamentale potermi confrontare con chi ha un’idea diversa dalla mia. Credo sia l’essenza stessa dell’essere cittadini. I personaggi imperfetti che ho interpretato mi hanno offerto proprio questa possibilità: sono uomini che sbagliano, che inciampano, e forse è anche per questo che mi sono così affezionato a loro».
Quella polemica a Sanremo...

Non ha presentato la serie al Festival di Sanremo, dove avrebbe potuto sostenere suo figlio…
«Pare esista una regola che dice che se c’è un cantante in gara non possono andare a Sanremo i parenti del suddetto cantante. Però l’ho seguito con grande attenzione e ho votato per il cantante che aveva la canzone più bella, ovviamente… Cioè Leo Gassmann! Ho tifato e cercato di far votare più gente possibile per il mio cantante pop preferito, cioè mio figlio Leo. Non sono sportivo in questo, lo ammetto. Quando si tratta di lui divento il primo fan».
Le è mai stato proposto di condurre un’edizione del Festival?
«Mi chiesero di presentare quella disastrosa edizione dei “figli di”, che già a me questa espressione fa rabbrividire, ma visto che sono intelligente rifiutai (ride, ndr). Sono orgoglioso di quella rinuncia. Purtroppo, però, c’era un giovane attore alto che un po’ mi somigliava, Danny Quinn. In tanti per strada a Roma ci confondevano e, avendolo scambiato per me, mi insultavano dicendo che avevo sbagliato tutto. E io dovevo sempre difendermi dicendo che io non c’ero. C’era il mio amico Gianmarco Tognazzi, ma io non c’ero per fortuna!».
Che cosa sente di voler ancora realizzare? Manca qualcosa nella sua carriera?
«Manca tutto quello che non ho fatto fino a ora. Un attore deve rappresentare una vita, deve attraversare emozioni, epoche, caratteri diversi. Io ne ho rappresentati relativamente pochi. Il mestiere dell’attore è questo: io fingo di essere altri e spero che la gente ci creda, che si emozioni, che si riconosca. È un mestiere meraviglioso perché ti permette di vivere molte esistenze in una sola. Continuerò a farlo anche più avanti, con la stessa curiosità, cercando sempre di alzare l’asticella con storie che mi mettano alla prova».
Che padre è con Leo Gassmann artista? Gli dà dei consigli?
«Sono molto orgoglioso di mio figlio come essere umano: è una persona che si comporta molto bene e questo mi fa piacere. E sono orgoglioso di lui, sia come attore che come cantante. Come attore non ho consigli da dare perché è una generazione lontana dalla mia. Gli avevo sconsigliato di fare la pellicola su Califano perché molto rischiosa; invece, l’ha fatta con intelligenza e umiltà ed è stato molto bravo, ha fatto un’interpretazione che mi ha davvero stupito e sono stato felice di essermi sbagliato. Io non sarei stato capace di farlo».
Potrebbe esserci la possibilità di lavorare insieme un giorno?
«Mah, chi può saperlo, se qualcuno ci chiama… Siamo due professionisti: se un giorno serviranno in un film un signore oltre la mezza età e un giovane ragazzo di talento… Se ci chiameranno, sì. Però dovranno mettere prima il mio nome! (ride, ndr)».




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