
#Rhodegirl e #2016: cosa c’è davvero dietro i trend Instagram del momento?
In questo articolo
Dall’estetica iper-controllata ispirata a Rhode al ritorno virale del 2016: i trend che invadono i social raccontano un bisogno profondo. Il punto di vista della psicologa Elisa Caponetti.
Due trend, una stessa tensione. Da una parte c’è #Rhodegirl, un fenomeno esploso su Instagram che ribalta l’estetica “pulita” e mainstream generando immagini in stile Rhode (il marchio cosmetico di Hailey Bieber) usando l’intelligenza artificiale: una tendenza che somiglia a una campagna pubblicitaria, ma è frutto di algoritmi e scelte collettive e non ufficiali. Dall’altra, i social assistono a un’ondata di nostalgia digitale con il “2016 trend”, dove utenti e creator riscoprono foto, video e stili di dieci anni fa, da Snapchat ai filtri saturi e ai look tipici di metà anni ’10, accomunati dall’hashtag #2016trend.
Due fenomeni lontani per linguaggio e immaginario, ma uniti da una stessa domanda di fondo: perché quando parte un trend tutti, e intendiamo tutti-tutti, si lasciano trascinare così facilmente dalla massa e replicano l’hashtag sui propri profili?
Per la psicologa e psicoterapeuta Elisa Caponetti, i trend non vanno letti come semplici mode visive. «Il fenomeno dei trend non è un semplice gioco di imitazione estetica, ovvero il mero desiderio di copiare un look o un linguaggio di moda, ma una complessa manifestazione di dinamiche psicologiche profonde». L’estetica, spiega, è solo la superficie di un processo più ampio di validazione identitaria.
Seguire un trend per sentirsi parte di qualcosa

Adottare un’estetica condivisa, che sia iper-patinata o nostalgica, risponde prima di tutto a un bisogno di appartenenza. «Adottando l’immagine del gruppo, prendiamo in prestito una sicurezza che da soli fatichiamo a costruire. Quando ci lasciamo trascinare da un’onda collettiva, stiamo in realtà rispondendo a un bisogno primordiale di appartenenza».
Il trend diventa così un collante sociale, uno strumento che riduce l’ansia dell’esclusione. «L’essere umano è un animale sociale e il trend funge da collante: adottare un linguaggio, un’estetica o un comportamento condiviso riduce l’ansia dell’isolamento e il timore di non essere all’altezza». Non è un caso, aggiunge Caponetti, che questo meccanismo abbia anche una base neurologica: «Seguire un trend attiva il nostro sistema di ricompensa; sentirci allineati al gruppo porta al rilascio di dopamina, una gratificazione immediata che rinforza il desiderio di restare sull’onda».
Perché l’estetica “perfetta” rassicura
![#Rhodegirl e #2016: cosa c’è davvero dietro i trend Instagram del momento? 2 Tutte pazze per Rhode! Influencer, vip e gente comune hanno partecipato al trend #rhodegirl. [credit: instagram]](https://www.rivistamio.com/wp-content/uploads/2026/01/rhode-trend.jpg)
Nel caso del trend Rhode-inspired, l’attrazione non sta solo nel brand o nella bellezza delle immagini, ma nella loro capacità di semplificare. L’intelligenza artificiale produce contenuti coerenti, prevedibili, privi di sbavature. Un’estetica che elimina l’imprevisto e restituisce un senso di controllo.
Secondo Caponetti, entra in gioco anche una forma di economia mentale. «La realtà moderna è satura di scelte; i trend agiscono come una bussola che semplifica il processo decisionale». Affidarsi a ciò che è già validato socialmente diventa una scorciatoia cognitiva: «Se la massa si muove in una direzione, la nostra mente la percepisce come una via sicura, la cosiddetta riprova sociale, che ci permette di risparmiare energie psichiche».
Il successo globale di Rhode, il brand di skincare lanciato da Hailey Bieber, rappresenta un caso emblematico per comprendere i nuovi trend nell’era dei social media. Secondo la psicologa Elisa Caponetti, «non siamo più di fronte alla semplice popolarità di un prodotto, ma a un meccanismo psicologico che tocca le corde del perfezionismo, della validazione sociale e dell’esibizionismo identitario». Al centro del fenomeno c’è l’estetica della “Clean Girl”: pelle luminosa, ordine minimale, un’immagine di freschezza impeccabile. «Da un punto di vista psicoterapeutico, l’adesione a questo standard non è un atto superficiale, ma un tentativo di regolazione emotiva. In un mondo percepito come caotico e imprevedibile, adottare un’estetica così “pulita” e controllata offre al soggetto un senso illusorio di ordine interiore. Se la mia pelle e i miei oggetti sono perfetti, allora anche la mia vita è sotto controllo».

Mentre i trend passati puntavano sul “fare insieme”, Rhode privilegia il «mostrarsi agli altri» come forma di validazione: persino la celebre cover del telefono pensata per incastrare il gloss serve non solo a idratare, ma a essere esibita in un selfie allo specchio. «L’oggetto diventa una moneta sociale: possederlo ed esibirlo comunica l’appartenenza a un’élite estetica e garantisce una gratificazione istantanea attraverso i “like”, che fungono da surrogato digitale dell’approvazione sociale».
Da questa prospettiva, allora, dietro alla maschera del trend possiamo celare una forma di narcisismo intrinseco che nasce dal volerci mostrare perfetti a tutti i costi, anche a costo di snaturarci completamente per essere, sì, perfetti, ma grazie all’intelligenza artificiale e a uno stile e a dei connotati che non sono nostri, bensì altro da noi.
Ma questo circuito ha un lato oscuro: il perfezionismo sociale. «L’esibizionismo della perfezione impone uno standard quasi irraggiungibile. La costante esposizione a immagini di “perfezione naturale” può generare un profondo senso di inadeguatezza. Il confronto non avviene più con i propri pari, ma con un’icona globale mediata dallo schermo. Il rischio è che la cura di sé smetta di essere un piacere privato per trasformarsi in una performance pubblica ansiogena, dove il minimo difetto viene percepito come un fallimento dell’immagine che proiettiamo nel mondo».
Infine, Caponetti invita a riflettere sul confine tra desiderio e bisogno: «Come psicologi, è importante guidare le persone a distinguere se l’acquisto di un oggetto virale nasca dal piacere di prendersi cura di sé o dalla necessità di colmare un vuoto identitario. La vera bellezza, psicologicamente parlando, risiede nella capacità di abitare la propria unicità, senza restare intrappolati in un riflesso digitale che richiede una perfezione costante e, in ultima analisi, estenuante».
Il ritorno al 2016 e il mito della semplicità perduta

Il revival del 2016 va letto in questa stessa chiave, ma con una direzione temporale opposta. Per capire perché quell’anno sia diventato un punto di riferimento emotivo, Caponetti invita a guardare al contesto tecnologico di allora. «È stato l’anno dell’esplosione di fenomeni come Pokémon GO e del consolidamento delle Instagram Stories. Strumenti che non hanno solo creato nuovi trend, ma hanno modificato il confine tra mondo fisico e digitale».
In quel periodo, spiega, la tecnologia era ancora associata alla scoperta. «Offriva una sensazione di meraviglia prima che subentrasse la saturazione digitale che avvertiamo oggi». Partecipare ai trend significava sentirsi parte di un’esperienza collettiva globale, continua e condivisa, una sensazione che oggi molti percepiscono come perduta.
Il 2016 che oggi viene celebrato, però, non è quello reale. «Il motivo per cui guardiamo a quei momenti con una malinconia così densa risiede nell’Effetto Positività o memoria selettiva», spiega Caponetti. «Il nostro apparato psichico opera una pulizia del passato: dimentichiamo le fatiche e tratteniamo solo i picchi emotivi».
La nostalgia diventa così un meccanismo di difesa. «Il presente è incerto e caotico, mentre il passato è un territorio chiuso e rassicurante: sappiamo come è andata a finire, non può più ferirci». Rimpiangere i trend di ieri significa rifugiarsi in una versione idealizzata di sé, percepita come più integra e meno frammentata.
In questo senso, il 2016 non viene ricordato per ciò che è stato, ma per ciò che rappresenta simbolicamente. «Diventa una retrotopia: la costruzione di un futuro ideale che però collochiamo nel passato». È un segnale, secondo Caponetti, di un’inversione profonda: «Se un tempo l’utopia era proiettata nel futuro, oggi idealizziamo il “già stato” perché il futuro viene percepito come una minaccia».
Crisi economiche, instabilità lavorativa, emergenze globali alimentano questa dinamica. Ma la nostalgia, avverte, nasconde una trappola: «Ci spinge a guardare nello specchietto retrovisore mentre stiamo guidando. Se idealizziamo troppo il “com’eravamo”, rischiamo di perdere la capacità di dare un senso e una direzione a chi siamo oggi».
Cosa raccontano davvero i trend?
Elisa Caponetti, dunque, non ha dubbi; che si tratti di immagini generate dall’IA o di ricordi digitali di dieci anni fa, i trend che invadono i social raccontano la stessa fragilità: il bisogno di sicurezza, appartenenza e semplificazione in un mondo percepito come instabile. Non sono solo mode, quindi, ma segnali culturali. E ignorarli significa perdere una chiave di lettura essenziale del nostro presente.




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