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Il famoso paparazzo Maurizio Sorge ripercorre i suoi quasi 50 anni di carriera, tra appostamenti e grandi scoop (anche finti…). E su Corona e Belen rivela che…
C’è stato un tempo in cui il gossip non passava dai selfie ma dagli appostamenti, non dai comunicati Instagram ma da settimane passate dietro un’auto parcheggiata. Maurizio Sorge viene da lì. Paparazzo di lungo corso, archivio vivente di scandali veri e costruiti, testimone diretto dell’epoca in cui una foto poteva cambiare una carriera o distruggerla, oggi osserva il circo mediatico con lo sguardo disincantato di chi lo conosce bene. Dalle origini ciociare alla stagione d’oro dei paparazzi, dal rapporto con Fabrizio Corona alle verità scomode sulle “paparazzate finte”, Sorge racconta senza nostalgia né pentimenti un mestiere che non esiste più. Ma che continua a far rumore.
L’ultimo bacio di Cruise e Cruz

È diventato uno dei paparazzi più quotati. Ricorda il suo primo scoop?
«Lo feci l’8 gennaio 2004: l’ultimo bacio di Tom Cruise e Penélope Cruz prima dell’addio. Quello è stato il mio battesimo».
Lei rivendica spesso le sue origini ciociare, definendosi un “contadino orgoglioso”. In che modo quelle radici l’hanno aiutata a restare in piedi in un mondo duro come il gossip?
«Mi hanno aiutato tantissimo. Nei momenti difficili mi venivano in mente i volti di mia madre e di mio padre, non volevo deluderli. Pensavo ai sacrifici dei miei nonni. Poi sono nate le mie figlie, il lavoro diventava sempre più rischioso e mi dicevo: devo stare attento, non mettermi nei casini, lo facevo per loro. Quelle radici ti tengono dritto».
Oggi si definisce un “paparazzo in via di estinzione”. I social hanno cambiato per sempre le regole del gioco?
«I social hanno contribuito, certo. Ma il colpo finale è arrivato con i colletti bianchi, quelli che hanno il potere. Noi li beccavamo a letto con le showgirl e hanno deciso di chiudere i rubinetti alla stampa perché finanziare i giornali significava finanziare noi che documentavamo i loro altarini. Oggi i giornali non hanno più soldi e non puoi permetterti di stare giorni e giorni dietro un’idea senza un compenso. I social fanno il loro: non ha senso stare una settimana alle Maldive per beccare uno scatto, se poi uno si fa il selfie e vanifica il tuo lavoro».
Notizie reali, costruite e rimorsi (quelli mai...)

Che cos’è una paparazzata vera e che cos’è, invece, una paparazzata finta?
«Il paparazzo ha senso solo se può aspettare un mese, due mesi per verificare se una notizia è vera e aspettare il momento giusto per scattare. Le paparazzate finte? Spesso nelle coppie il più sfigato dei due ha più ambizione di apparire: quindi, è lui che chiama il paparazzo. Succedeva quotidianamente».
Ci fa qualche nome?
«Basta guardare le coppie formate da un Vip e un illustre sconosciuto. Altre paparazzate finte si hanno quando durante una cena bastava che due persone si scambiassero la parola per tre volte e ci costruivi un servizio. Ma del resto il gossip è solo un pettegolezzo, niente di più. Molti hanno fatto carriera così. Una volta abbiamo fatto credere che Marco Travaglio e Rula Jebreal fossero a cena da soli, ma in realtà erano con quindici persone a tavola».
Lei ha mai fatto paparazzate finte?
«Se dicessi di no sarei un bugiardo. In vent’anni di carriera l’ho fatto. Erano cose goliardiche, non bugie gravi. Baci creati con giochi di prospettiva, equivoci amplificati. Una volta con Andrea Casiraghi: un nostro collega era caduto e Casiraghi fece per scavalcarlo ma dalla prospettiva delle foto sembrava stesse picchiando qualcuno. Le vendemmo così e le foto fruttarono 110 mila euro. Le agenzie sapevano sempre tutta la verità, ovviamente, ma faceva comodo pubblicare gli scatti con le chiavi di lettura ambigue perché ci abbiamo guadagnato tutti: noi, i giornali, le TV che ne parlavano… ».
Alcuni gossip recenti, come Can Yaman e Diletta Leotta, erano costruiti?
«No, quello era tutto vero. Mi ha creato anche problemi: i fan di Can Yaman mi hanno insultato per mesi, inventavano storie assurde, dicevano che io giravo in macchina con Diletta, mentre non era assolutamente vero. Io li vedevo insieme, non avevo dubbi, era una storia reale».
Nel corso della sua carriera ha immortalato crisi, tradimenti, liti… Ha mai provato rimorso per immagini che potevano far soffrire qualcuno?
«No. Io non costruisco la vita privata di nessuno, la rappresento. Se mi fai vedere qualcosa, perché dovrei provare rimorso io? Io ho due separazioni alle spalle, una storia finita da poco, e mi prendo le mie responsabilità. Ma non mi prendo la responsabilità di ciò che fotografo: i rimorsi dovrebbero provarli quelli che lasciano la moglie a casa e si fanno beccare con un’altra, non io».
L’amicizia viene prima del mestiere

C’è una foto, uno scoop, una situazione di cui oggi, con il senno di poi, si è chiesto se ne valesse la pena?
«Davanti a situazioni che ho ritenuto davvero problematiche mi sono fermato. Ho dato il tempo alle persone di chiarire, poi eventualmente ho consegnato le foto all’agenzia. In alcuni casi ho anche cancellato gli scatti, quando era giusto farlo. È successo soprattutto con personaggi che conoscevo: lì il mestiere si ferma un passo prima».
Nel documentario Netflix su Fabrizio Corona la sua testimonianza ha colpito molto. Perché ha deciso di raccontare quella stagione ora?
«Perché metà dell’archivio di Corona ce l’ho io. L’ho conosciuto nel 2004, abbiamo iniziato a lavorare insieme nel 2005. Per intenderci, all’inizio aveva solo due tatuaggi! Le nostre vite si sono intrecciate spesso. C’era rispetto tra noi. L’ho sostenuto anche quando era in galera, dicendo che era imbecille, ma non un delinquente. Non sono stato io a propormi, però: Fabrizio ha fatto il mio nome e la produzione mi ha contattato».
Fabrizio Corona è stato spesso raccontato come cinico e spietato. È davvero così?
«Lui enfatizza il personaggio, ha sempre alimentato dei luoghi comuni su se stesso. Dopo l’uscita dal carcere, prima di una serata, si trasformava: il suo modello era “Il Padrino”, e prima di uscire indossava le catene d’oro, tirava i capelli all’indietro; il personaggio prendeva il posto dell’uomo quotidiano. Anche la storia delle mutande lanciate dal balcone è stata ingigantita: un ragazzo gli chiese una maglietta, lui disse di sì, poi salito in casa gli spiegò che erano finite e gli propose le mutande. Il ragazzo accettò, gliele lanciò e finì lì. Non è che lanciasse mutande a caso. Le narrazioni su di lui spesso non sono vere, sono costruite. Fabrizio ha sempre enfatizzato il suo ruolo. In realtà era solo un agente dei paparazzi».
Il vero volto di Corona (e anche di Rodríguez?)

Lei lavorava per Corona?
«No: era lui che lavorava per me. Io proponevo il materiale e lui lo vendeva. A volte un’agenzia ti dà una dritta e tu ci lavori sopra, ma il rapporto era quello».
Lei che lo conosce da vicino: l’ha mai visto soffrire per amore?
«Sì, ha sofferto molto per Belén. L’amore per lei non gli è mai passato, anche se ama più se stesso. Eravamo alle Maldive, era dicembre, e sapeva che a gennaio lei sarebbe andata ad Amici, dove poi avrebbe conosciuto Stefano De Martino. Belén voleva un figlio, lui era terrorizzato perché sapeva che avrebbe dovuto affrontare il carcere. Quando è entrato in scena “il ragazzetto”, lei glielo faceva capire apertamente: gli diceva che si stava avvicinando a un altro. Alle cinque del mattino Fabrizio mi chiamava e piangeva, perché sentiva che lei si stava allontanando».
Belén glielo aveva anticipato chiaramente?
«Sì, glielo faceva capire perché lui tentennava. Aveva veri e propri deliri notturni e si sfogava con me. Io non parlavo con Belén, vedevo solo lui soffrire. Una delle ultime volte, dopo l’uscita dal carcere, si sono rivisti: lei, che si era lasciata con Stefano, gli aveva prospettato di tornare insieme, a una condizione precisa, che lui smettesse di essere “Corona”. Ma Fabrizio voleva continuare a essere quel personaggio. Lei sarebbe tornata con l’uomo, non con il mito. Io penso che quella storia, in fondo, non sia mai finita».
Eppure, anche le foto hot con Belén sono state vendute a sua insaputa durante una vacanza alle Maldive e proprio lei ha scattato le foto.
«Subito dopo gli scatti, ci fu la farsa che Fabrizio fece finta di vedermi e mi invitarono a prendere un caffè. Belén, però, giurò di non avermi visto e disse che le foto le aveva fatte un fotografo tedesco… disse un sacco di stupidaggini!».
Ma quindi Belén, a differenza di quanto emerso nella docu-serie, sapeva, o comunque aveva saputo subito che la paparazzata era stata preparata da Fabrizio?
«Io credo che in quell’occasione forse Belén non lo sapesse, ma non poteva non sapere che mestiere facesse Fabrizio. A parte che era già successo a Parigi, anche lì ci furono problemi perché io entrai nella loro camera da letto, la stessa dove avevano soggiornato Lady Diana e Dodi Al-Fayed. Forse faceva finta di non sapere, però dopo mi ha visto, stavo lì, mi ha fatto pure il caffè! Cioè, c’eravamo solo io, loro e tre maldiviani… Ok, si fidava di lui, ma lei era una perfetta sconosciuta e per Fabrizio Corona è diventata la donna più importante d’Italia. Dai, su…».
Secondo lei Fabrizio Corona ha mai avuto rimorsi per il modo in cui ha trattato le donne nella sua vita, visto che ha ammesso di averle usate, vendute, mercificate?
«Fabrizio è fatto così. Si sarebbe venduto chiunque: il figlio, la madre, tutto. Ha un’avidità enorme, non solo di soldi ma di benessere, di visibilità. Si è avvicinato a Lele Mora solo per profitto. Se si è pentito? Non lo so. La sua morale è diversa dalla mia. Io non mi sono fatto otto anni di galera perché do un peso relativo alle cose. Lui evidentemente no».
E lei, oggi, come guarda al modo in cui il gossip ha spesso esposto e giudicato le donne più degli uomini?
«Non sono d’accordo sul fatto che il gossip colpisca solo le donne. Spesso sono loro a mettersi accanto a qualcuno più famoso, a prestarsi agli equivoci. Di solito l’uomo è quello più potente: il conduttore con la showgirl, per esempio. Ci sono eccezioni, certo, ma non è la regola. Noi comunque non facciamo distinzioni e non moralizziamo: raccontiamo quello che vediamo».
Il documentario su Fabrizio Corona ha sollevato molte polemiche, perché realizzato con il sostegno di fondi pubblici. Lei ritiene giusto che i soldi dei contribuenti vengano utilizzati per raccontare – e in parte rilanciare – una figura così controversa?
«È una polemica pretestuosa. Il tax credit funziona in modo completamente diverso da come viene raccontato: prima rispetti tutte le clausole previste dalla legge e solo dopo ottieni uno sconto fiscale. La produzione non è di Fabrizio Corona, lui è semplicemente un cliente. La narrazione è sbagliata e strumentale anche perché la domanda per ottenere lo sconto fiscale era stata fatta quando al governo c’era Draghi, quindi un esecutivo di centro-sinistra. Io sono comunista, ma mi dà fastidio vedere questa parte politica cavalcare una sciocchezza del genere per attaccare l’altra».
Il “Sistema Signorini” e le dinamiche di potere

Nonostante le censure, Fabrizio Corona ha promesso una nuova puntata. C’è qualcuno che lo protegge? Qualcuno ha ipotizzato addirittura che possa esserci, dietro di lui, una “regia occulta” che voglia colpire Marina Berlusconi per impedirle di scendere in politica come leader di Forza Italia…
«È una sciocchezza. Dietro Fabrizio Corona c’è solo Fabrizio Corona. È ossessionato dalla memoria del padre, che è stato umiliato e messo da parte, e combatte anche per quello. Ha azzannato quest’osso e non lo molla. Ha materiale, informazioni, e fa la guerra. I numeri parlano: GF ha fatto un milione e mezzo di spettatori, lui arriva a dieci milioni di visualizzazioni. C’è un delirio mediatico a suo favore e lui lo alimenta. Non c’è niente di ideologico: è tutto lì, nel personaggio e nella sua ossessione».
Veniamo al cosiddetto “Sistema Signorini”, di cui si parla molto oggi, come un tempo si parlava del “Sistema Lele Mora”. Secondo lei sono due facce della stessa medaglia o due modi diversi di esercitare potere, influenza e controllo sulle carriere e sulle vite private?
«Il potere funziona allo stesso modo ovunque. Anche il pizzicagnolo che ha la commessa al bancone esercita un potere, perché chi dà il lavoro crea una forma di coercizione. In ogni ambiente chi ha potere lo esercita, nel bene e nel male. La televisione è più promiscua perché girano soldi e visibilità, e la gente è disposta a fare cose che altrimenti non farebbe, ad accettare anche soprusi, se ci sono. Le chiacchiere le ho sentite anch’io: in TV, nel cinema, nel teatro. Ovunque esista un ruolo di potere. Ai tempi di Lele Mora ho parlato con ragazzi che lo ammettevano apertamente: uno, figlio di un personaggio noto, mi disse che “faceva il carino” perché voleva diventare famoso. Gli chiesi se fosse fidanzato e mi rispose: “Sì, ma che c’entra? L’importante è arrivare”. Io sono cresciuto diversamente: che tu sia etero, gay o poliamoroso non importa. Lo scandalo è quando ti presti a qualcosa che non sei solo per convenienza. Non esistono carnefici totalmente carnefici e vittime totalmente vittime. E questo vale per tutti i casi, anche nel caso del “MeToo” tirato fuori da Asia Argento in poi. Se vai alle nove di sera a fare un provino in una camera d’albergo, sai benissimo dove stai entrando».
Lei ritiene che certi meccanismi fossero noti e accettati da tutti, o che qualcuno abbia fatto finta di non vedere?
«Erano noti e facevano comodo a tutti perché giravano molti soldi. Mi è capitato più volte di sedermi nei talk show e di guardarmi intorno: nel parterre c’erano perfetti sconosciuti, uomini e donne. Evidentemente il risultato di qualche situazione poco chiara. Come quando guardavi GF Vip e di “Vip” ce n’erano ben pochi. Questo dice tutto».
In questo sistema è comparso anche il nome di Pierpaolo Pretelli. In una telefonata registrata a sua insaputa da Fabrizio Corona, lei lo ha definito un “marchettaro”. Perché?
«Era un appellativo generico, non legato all’approccio fisico. Probabilmente se avessi saputo di essere registrato sarei stato più attento alle parole e avrei usato un altro termine. Parlavo di una forma di prostituzione mentale, che può nascere da una soggezione. Ho usato quel termine, ma avrei potuto usarne anche altri».
Pretelli l’ha chiamata dopo le polemiche?
«No. Posso solo dire che mi dispiace. Non mi è simpatico, abbiamo avuto un confronto acceso nello studio di Barbara d’Urso e in passato l’ho criticato pensando che stesse recitando, ma era una mia opinione. Ho però grande rispetto per la sua compagna Giulia Salemi, che è una bella persona. Se dovessi chiedere scusa a qualcuno, probabilmente lo farei prima a lei che a lui. Detto questo, chiedo scusa anche a lui».

La storia del bambino “in prestito”
Nonostante il legame di amicizia, Maurizio Sorge non nasconde un lato di Fabrizio Corona piuttosto marcato: per soldi è disposto a tutto! Persino a sostituire suo figlio con quello del suo autista. Come accadde quando firmò un contratto con una casa di moda per un servizio con Carlos e, quando la sua ex Nina Moric gli vietò di portarsi il bambino, per non perdere il compenso si fece accompagnare dal figlio dell’autista, presentandolo come il suo e chiedendogli di chiamarlo papà: «Ricordo l’imbarazzo del piccolo, ma fu divertente», ha raccontato Sorge.





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