
Pedro è il mio regista preferito, e questo ci voleva per farmi uscire dalle coperte di un sabato freddo e piovoso per arrivare al cinema del centro commerciale. Archiviati i tempi della magia spagnola, Almodóvar è entrato in una maturità espressiva un po’ depressa, esterofila, ma sempre molto suggestiva. Il film è una citazione esplicita di Hopper, noto pittore statunitense, e ne usa le immagini affilate, nette. I colori e le luci. Un film molto americano. Per parlare di eutanasia, un tema caldo e attuale, usa due grandi attrici: Tilda Swinton e Julianne Moore, che come ci si aspetta sono all’altezza del compito.

Una malata terminale di cancro chiede a una vecchia amica, che non vede da tempo, di accompagnarla negli ultimi giorni di vita, avendo deciso di autogestire la sua morte senza consegnarla al disastro fisico e psicologico della malattia. È un film realistico, che ci fa calare nei panni possibili dell’una o dell’altra. Che faremmo noi al loro posto? Probabilmente lo stesso, con un po’ di coraggio. Memorabile lo scontro tra Julianne e il poliziotto che la interroga dopo la morte dell’amica (accompagnare all’eutanasia è un reato negli Stati Uniti, come da noi). In poche battute si rappresenta il raffronto tra una visione religiosa e impietosa e una realistica e amorevole.

La mia personale conclusione: solo chi vive il dolore può decidere per se stesso. Il resto è prepotenza. Da vedere, è molto meno triste di quanto si potrebbe pensare. Magari dopo aver bevuto un bicchiere di vino, giusto per sicurezza.
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