
Un nuovo bombardamento verso l’aeroporto internazionale di Sana’a, la capitale dello Yemen, e l’intenzione di non volersi fermare. L’esercito israeliano avanza su più fronti e dopo 577 giorni di guerra ha deciso di invadere ancora Gaza per una occupazione “di lungo periodo” che cambia registro alla guerra in corso. La nuova svolta del conflitto, inaugurata con un nome biblico, Carri di Gedeone, sembra essere più dura e, secondo il premier Benjamin Netanyahu, «Questa volta non saranno solo incursioni, questa volta conquisteremo altri territori e li occuperemo per un lungo periodo». Dopo aver conquistato già parte del nord della Striscia, la nuova operazione ha preso di mira gli abitanti palestinesi nel Sud di Gaza, verso Rafah e il confine con l’Egitto, stremati dalla mancanza di cibo e viveri. L’invasione di Gaza ha, secondo i piani, l’obiettivo di sconfiggere Hamas e liberare gli ostaggi, ed è una operazione che impegnerà migliaia di soldati, un avvertimento che si concretizzerà tra una decina di giorni, se non vengono liberati gli ostaggi, e dopo il viaggio di Donald Trump in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati che termina il 16 maggio.

Le tensioni si avvertono anche negli altri Stati: continua infatti lo scontro contro i ribelli Houthi, alleati dell’Iran, che hanno annunciato un blocco aereo totale nei confronti di Israele, mentre l’Iran, principale antagonista di Israele nella regione, ha già annunciato di poter usare un nuovo missile balistico. In un clima infuocato, il Piano Netanyahu, cambia la guerra, per una occupazione massiccia che preoccupa l’Unione Europea e le Nazioni Unite, irati dallo spostamento di massa della popolazione palestinese promessa dal leader israeliano: in molti saranno costretti a lasciare la parte nord, spostandosi verso il centro. Questo dopo più di 60 giorni di blocco totale degli aiuti umanitari verso il popolo palestinese, un blocco che, secondo le promesse, dovrebbe terminare con la fase dell’occupazione, ma che oggi ha creato uno sterminio dovuto alla fame. In attesa dell’avvio dell’operazione, l’esercito israeliano continua la sua opera di distruzione, prendendo di mira aeroporti, città portuali e infrastrutture cruciali per Gaza. Ancora prima dell’attacco, Israele controlla già quasi un terzo della Striscia, con una presenza militare fissa nel nord, in alcune aree centrali e lungo i corridoi strategici di Netzarim e Morag. La popolazione intanto viene costretta a spostarsi, e con la nuova avanzata non potrebbe tornare nelle proprie terre.

Se le parole del leader israeliano spaventano gli organi internazionali, non sono da meno quelle dei ministri del suo governo e i suoi alleati: «Non ci ritireremo neppure se ci sarà un’intesa per i rapiti. Israele deve far sua la parola occupazione», ha detto Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze. A lui fa eco Eyal Zamir, capo di stato maggiore: «Distruggeremo Hamas e allo stesso tempo i comandanti sono convinti che la pressione militare spingerà i terroristi a rilasciare i sequestrati. Sarà un’invasione massiccia». Intanto in 18 mesi di guerra i palestinesi uccisi superano le 52mila unità e la situazione peggiora di giorno in giorno, considerando che le scorte sono finite e il blocco degli aiuti sta stremando il popolo palestinese.
A te l'onere del primo commento..