
Imma Battaglia: «Sì, mi sono pentita di aver partecipato a “The 50”»
In questo articolo
Con Imma Battaglia abbiamo ripercorso la sua esperienza nel format di Prime Video, ma abbiamo parlato anche dello stato dei diritti civili in Italia, dell’amore e di sicurezza stradale.
Imma Battaglia ha vissuto in prima linea l’evoluzione dei diritti civili in Italia. «La vittoria più grande – ci ha confidato – è stata sicuramente l’organizzazione del World Pride del 2000». Una sfida non facile. L’attivista, infatti, ci racconta: «Proprio in queste settimane è morto il cardinale Ruini, che fu uno dei nostri più accaniti avversari. In quell’anno si creò uno schieramento compatto contro la manifestazione, sollecitato dal Vaticano, da Papa Wojtyła, da Ruini e da Ratzinger. Tutti i grandi eventi furono spostati fuori dal centro di Roma: persino il Concertone del Primo Maggio venne trasferito a Tor Vergata, dove era stato realizzato il grande spazio destinato al Giubileo e, successivamente, alla Giornata Mondiale della Gioventù. Nonostante tutto, il World Pride si fece. Quello è stato il momento che ha cambiato la scena politica italiana sul tema dei diritti. Da lì nacque una nuova consapevolezza e poco dopo entrarono in Parlamento Franco Grillini e Titti De Simone: per la prima volta nella storia italiana sedevano in Parlamento un gay e una lesbica dichiarati. Quello fu un vero spartiacque».
Preoccupata per l’ondata conservatrice

Oggi cosa la preoccupa di più?
«Mi sconforta sentire ancora una politica che utilizza termini offensivi nei confronti della nostra comunità. Penso al generale Vannacci: quel modello culturale mi infastidisce profondamente. Mi preoccupa anche l’ondata conservatrice che arriva dagli Stati Uniti, con Trump, il movimento MAGA e tutta questa offensiva contro la cultura woke, come se si volesse cancellare ogni conquista fatta in questi anni. È una deriva che mi delude profondamente».
Eppure, Vannacci sembra raccogliere un consenso importante. Questo la spaventa?
«Certo che mi spaventa. Mi delude, mi annichilisce, mi lascia atterrita. Detto questo, credo rappresenti comunque una minoranza del Paese. La società italiana, nel frattempo, è andata avanti. Molti chiamano ormai le unioni civili “matrimonio”, anche se giuridicamente non lo sono, e questo dimostra che le persone hanno accettato il concetto di famiglia omogenitoriale, di famiglia allargata, di famiglia arcobaleno. Quelle posizioni sono anacronistiche, ma fanno paura perché il mondo è sempre più polarizzato, più violento e più impoverito. In tempi di paura certe narrazioni trovano terreno fertile».
Basti pensare al duplice omicidio di Camaiore, dove pare che Piero Moriconi abbia ucciso la moglie e il figlio Mirko perché era gay e voleva cambiare sesso…
«Un dramma che mi ha lasciata senza parole. Non avrei mai ritenuto possibile qualcosa di così enorme e doloroso. Credevo che la società fosse più avanti, ma ciò che è accaduto ci fa capire che gli adulti non sono pronti come lo sono i loro figli e che la cultura nazi-fascista che ci sta invadendo sta facendo emergere pensieri distruttivi dando loro spazio. Il padre ha detto “Finalmente mi sono liberato di loro”: non sapeva affrontare la cosa! Mi chiedo: questa tragedia si poteva evitare? Invito tutti, ogni volta che ci si sente incapaci di elaborare e accettare i propri figli per ciò che sono, di rivolgersi agli enti preposti. Esiste, ad esempio, AGEDO, un’associazione di genitori, parenti, amiche e amici di persone LGBTQIA+ che sicuramente avrebbe potuto aiutare questa famiglia. Il mio cuore è con Mirko e con sua mamma. Spero che quest’uomo, invece, possa marcire in galera».
Si è da poco concluso il mese del Pride. Che bilancio fa?
«Penso che i Pride rappresentino la risposta più forte agli integralismi e agli anacronismi. Oggi si organizzano in tutta Italia. Quest’anno, per esempio, si è tenuto anche a Portici, la città dove sono nata. È una città borghese, che forse fino a qualche anno fa sarebbe rimasta sorpresa da un evento del genere, e invece oggi lo ospita. Tutti i Pride sono stati partecipatissimi. Questo significa che la società è più avanti della politica ed è al fianco della comunità LGBTQIA+».
Qual è il diritto che la politica italiana continua a negare o a rimandare e che ritiene più urgente?
«Oggi considero urgentissima una legge contro l’omolesbobitransfobia. Sentire qualcuno ipotizzare perfino di cancellare la legge sul femminicidio è qualcosa di inqualificabile. Di fronte a questi estremismi, una legge che protegga davvero le persone dalle discriminazioni è ormai indispensabile».
Spesso chi sostiene posizioni come quelle di Vannacci rivendica la libertà di espressione contro il cosiddetto politicamente corretto. Come risponde?
«Sono due cose completamente diverse. Nessuno impedisce a qualcuno di esprimere le proprie idee, ma chi fa politica ha una responsabilità enorme nell’uso delle parole. Le parole pesano, spesso feriscono più delle violenze fisiche. Per questo non accetto che tutto venga liquidato come “politicamente corretto”. Qui si parla di rispetto verso cittadini e cittadine italiane. Una cosa è la libertà di espressione, un’altra è negare l’esistenza di una comunità o minimizzare le discriminazioni che quella comunità subisce».
Dal World Pride del 2000 a oggi le sfide sono diverse. Qual è la lezione più importante che ha imparato?
«Che nella vita servono fede, passione e coerenza. Quando credi davvero in ciò che fai, alla fine i risultati arrivano. L’impegno, la costanza e la determinazione fanno la differenza. E anche la conoscenza: senza quella non si va da nessuna parte».
«Non ho ascoltato il mio istinto e ho fatto male»

Cambiando discorso, di recente ha partecipato al reality The 50 insieme a Eva Grimaldi. Ha raccontato di essersene pentita. Perché?
«Mi sono pentita soprattutto di non aver ascoltato il mio istinto. Conosco me stessa e so di non essere una persona fatta per quel tipo di televisione. Sono abituata a pesare le parole, gli atteggiamenti, a riflettere prima di parlare. Ritrovarmi in un contesto così distante dal mio modo di essere mi ha messo profondamente a disagio. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Non sono capace di costruire scenette o dinamiche artificiali. Non sono un’attrice, non è il mio linguaggio».
Una donna di scienza, matematica e attivista come lei in mezzo a dinamiche da reality. Ha cercato di portare un messaggio di spessore in quel contesto o ha capito che ci sono luoghi in cui il dialogo costruttivo è semplicemente impossibile?
«Più che in un reality, mi sono trovata dentro uno scontro che non avevo scelto e che non comprendevo. C’era questa presunta contrapposizione tra influencer e personaggi della televisione, una guerra che non mi apparteneva. Io credo nel confronto democratico, non nelle tifoserie. Mi sono ritrovata dentro una competizione della quale ignoravo completamente le regole. Si è visto, infatti. Ero profondamente a disagio, perché non sono capace di indossare maschere».
Fiera della sua compagna di vita

Nel programma si è vista anche una Eva Grimaldi molto protettiva nei suoi riguardi…
«Sì, anche questo mi ha messo a disagio. Eva è una donna straordinaria, mi ama profondamente e ha reagito con grande istinto di protezione. Ma io non mi sono mai sentita attaccata. Il mio disagio era tutto interno, mio personale. Non c’era bisogno di difendermi, anche perché non stavo vivendo quella situazione come un attacco. Il problema non erano gli altri, ero io, che non mi trovavo a mio agio».
È così anche nella vita quotidiana?
«Sì, Eva è sempre così. È una donna molto protettiva, nel momento in cui percepisce anche solo lontanamente un possibile attacco nei miei confronti, si attiva immediatamente. È parte del suo carattere».
Per quanto lei sia molto poco televisiva, Eva, invece, lo è tanto. Infatti è tra i naufraghi della nuova edizione de L’Isola dei Famosi. Come convivono i vostri mondi?
«Io soffro un po’ questa situazione, devo essere sincera. Il suo desiderio più grande è quello di recitare. Lo fa già a teatro, con grandi sacrifici e un impegno costante, ma naturalmente vorrebbe potersi esprimere anche in televisione e al cinema. Eppure, sembra che, quando si parla di donne, il campo resti ancora ristretto: spesso vengono considerate solo se giovani, e su di loro pesano ancora molti pregiudizi legati all’età e alla bellezza. Lei, però, è una donna che punta all’indipendenza e vive il lavoro con serietà assoluta. Accetta anche prove difficili, che la mettono alla prova profondamente, con lo stesso rigore con cui affronterebbe un film importante, perché è prima di tutto una professionista molto seria. Io la ammiro profondamente: non ho la sua forza. È una donna di una determinazione straordinaria. La stimo per la capacità con cui riesce a mantenere un equilibrio dentro un lavoro segnato da una precarietà davvero indicibile, quasi vergognosa».
Lei le avrebbe suggerito di non farlo?
«No, noi abbiamo dei confini molto chiari. Io non entro mai nelle sue scelte professionali e lei non entra nelle mie. Ci rispettiamo completamente»
Eva ha il coraggio di mettersi a nudo senza filtri e questo è un grande valore…
«Prima era più chiusa, oggi invece ha trovato una sua autenticità. Con me ha avuto il coraggio di essere semplicemente se stessa. Eva è una persona piena di vita, di ironia, di energia. È una donna divertente, profonda, capace di grande leggerezza nella vita quotidiana. Con lei si vive con allegria e complicità».
Le lacrime (trattenute) e la rabbia per l’incidente

Nella vita privata la chiama Eva o Milva?
«La chiamo Eva. È il nome a cui sono abituata. Per me è sempre stata Eva, ma non ho mai fatto distinzione tra Eva e Milva. Sono la stessa persona».
Quando è partita per le Filippine, come vi siete salutate?
«Con grande amore, con abbracci fortissimi e con le lacrime trattenute. Io sento molto la sua mancanza. Eva riempie la casa, la sua assenza si sente in ogni angolo. In questo momento probabilmente sono più io a soffrire questa distanza».
Alcuni giorni fa è stata vittima di un incidente: la sua auto si è fermata improvvisamente in autostrada a 120 km/h. Cosa ha provato in quei momenti?
«Terrore: se ci fossimo trovati nella corsia di sorpasso di sicuro non ce l’avremmo fatta. Ho provato anche immensa gratitudine per gli angeli che mi hanno protetta, facendo sì che per caso mi trovassi nella corsia di destra. Ma ho provato anche rabbia: non è possibile che un motore si blocchi così all’improvviso. Poteva essere una strage, per via dei possibili tamponamenti a catena. Lo scorso anno in Calabria c’è stato un incidente mortale dovuto proprio al blocco del motore di un’auto. È un problema molto serio, che a volte viene messo a tacere, ma sono contenta di aver acceso i riflettori su una situazione che si sta verificando sempre più di frequente».





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