
Albano: «Ecco cosa ho imparato da Romina. Loredana? Vi dico se la sposerò»
In questo articolo
Albano Carrisi, a briglia sciolta, ci regala uno sguardo lucido sulla musica, sui giovani e sulla guerra, ma ci parla anche di sé, delle sue radici e dei suoi pensieri più intimi.
Voce ruvida, pensiero diretto, lo sguardo di chi non ha mai smesso di guardare lontano e nessuna voglia di addolcire gli spigoli. Albano Carrisi, che ha attraversato stagioni, confini e generazioni, parla come canta: senza filtri, con immagini forti e una visione del mondo che affonda le radici nella terra e in quell’energia contadina che rivendica con forza. Tra concerti in Italia e all’estero, incontri con i giovani e serate solidali, il cantante pugliese continua a interrogarsi sul presente senza rinunciare alla schiettezza che lo contraddistingue. Con lui si parla di musica, di guerra, di coraggio, di famiglia e di quel legame indissolubile con Sanremo che ancora oggi rappresenta la sua forza.
Una visione acuta di grande saggezza

Ha un calendario fitto di appuntamenti. Che anno è questo per lei, sia artisticamente che umanamente?
«È un anno come tutti quanti gli anni passati e finché non passa l’anno non potrei dirle niente di più, perché i bilanci si fanno sempre dopo».
Lo scorso gennaio ha incontrato gli studenti al Teatro Norba di Conversano. Che cosa rappresenta per lei il confronto diretto con i giovani?
«È sempre un bel momento, perché essendo stato anch’io giovane mi piace scoprire la differenza tra i giovani di oggi e quelli di ieri. I ragazzi adesso hanno computer, telefonini e tutto ciò che ben conosciamo. Ai miei tempi non c’era niente, se non la trasgressione di una sigaretta che mi costò uno schiaffo da mio padre, che ancora ricordo bene. E meno male che me lo diede perché mi servì: ho smesso di fumare il giorno stesso in cui ho iniziato!».
I giovani di oggi vengono spesso criticati perché hanno tutto e non sanno accettare il sacrificio né la fatica. Che cosa ne pensa?
«La colpa non è dei ragazzi, ma di chi li fa diventare così. Questo tipo di nuova “cultura”, permissiva su tutto, è un errore pazzesco. Nella vita devono esserci i “sì”, ma anche i “no”, così come c’è il giorno e c’è la notte. L’importante è che quel “no” sia motivato. Quando ripenso alla mano di mio padre che mi arrivò sulla faccia (e non erano mani di impiegato, ma di contadino, simili a una tavoletta di legno!), mi è chiaro che sarebbe stato solo l’anticipo se avessi continuato. Che regalo mi ha fatto mio padre!».
Lei ha fatto anche una serata a Bari dedicata ai bambini di Terra Santa. Quanto conta oggi mettere la musica al servizio della solidarietà?
«Credo che sia fondamentale. La musica da sempre è stata una specie di tappeto volante sulle emozioni del tempo».
A maggio, invece, sarà in Bulgaria, poi in Germania e Slovacchia. Che rapporto ha con il pubblico estero che la segue da decenni con affetto?
«Mi segue da 60 anni ormai. Sono tanti, no? Sarebbe bello se, quando mi esibisco all’estero, ci fosse la telecamera di una televisione italiana a vedere l’affetto della gente, la reazione del pubblico. Mi stupisco io stesso».
Cosa prova quando stranieri cantano Felicità o Nel sole e conoscono ogni parola?
«È bellissimo, mi capita soprattutto in Russia. Vederli cantare mi riempie di orgoglio, qualche volta conoscono le parole quasi meglio di me! È una gioia, è il trionfo della musica italiana».
Vista la situazione politica attuale, lei non ha paura di continuare a viaggiare così tanto?
«Non ho paura di niente, perché la paura ti toglie la gioia di vivere, la razionalità nel vedere le cose che sono di fronte a te. Avere paura è un po’ come fare lo struzzo, mettere la testa sotto: occorre stare attenti alle cose che succedono, ovvio, ma la paura lasciamola a chi ne ha bisogno, sperando che non ci sia mai. Alla paura antepongo il coraggio di vivere, che è quello che serve veramente in questo momento storico, con questi conflitti. La parola “guerra” deve essere cancellata. Dobbiamo metterci insieme, tutti gli 8 miliardi di persone che viviamo su questa terra, e dire no. La parola guerra, le azioni di guerra devono sparire. Le industrie di armi andrebbero cancellate. La vita è breve, perché dobbiamo avere l’incertezza di andare in guerra? Andare in guerra vuol dire ammazzare un tuo simile».
Dopo tanti anni di carriera internazionale, si sente cittadino del mondo oppure ambasciatore della musica italiana?
«In realtà dopo aver girato così tanto posso dire che pensare che ci siano delle differenze tra i popoli è sbagliato, intanto perché dove siamo nati non l’abbiamo scelto noi. Io sono nato in Puglia, ma non per mia scelta. E questo vuol dire che bisogna essere come gli alberi, che hanno le radici nel terreno, ma crescono sempre in alto».
I potenti del mondo non lo capiscono?
«I potenti del mondo lo sanno bene. Ma antepongono altre situazioni».
Per alleggerire un po’, che pensa di Sal Da Vinci che ha vinto Sanremo e tra qualche settimana rappresenterà l’Italia all’Eurovision Song Contest?
«Ha fatto bene e se lo merita».
Levante ed Eddie Brock avevano fatto sapere che, in caso di vittoria, non avrebbero partecipato all’Eurovision a causa della presenza di Israele. Cosa ne pensa?
«È una sciocchezza. L’israeliano ha diritto di cantare. Non arriva su quel palco mostrando mitra o altre armi… Non c’entra nulla. Sport e musica esulano dalle questioni strettamente politiche».
Sul podio sanremese erano arrivati anche Sayf e Ditonellapiaga: come guarda alle nuove generazioni di artisti e ai nuovi linguaggi musicali, considerando che anche sua figlia Jasmine fa una musica molto diversa dalla sua?
«Ognuno deve essere quello che si sente di essere, indipendentemente da chi è suo padre, da chi è suo nonno o suo zio. Mi risulta che la musica sia sempre stata l’espressione, la fotografia del mondo in cui viviamo. La musica oggi ha bisogno del computer, perché è nato il computer ed è entrato anche nella discografia grazie agli esseri umani. La musica rispecchia la realtà».
E dell’intelligenza artificiale che sta prendendo piede nell’arte, e quindi anche nella musica, che idea si è fatto?
«Te la raccomando! L’unico pregio dell’intelligenza artificiale è che è stato un uomo o una serie di uomini ad averla creata. Ci siamo stancati dell’intelligenza umana?».
Guardando al suo percorso, c’è ancora un sogno artistico che desidera realizzare?
«I sogni non si dicono mai. Devo dire soltanto le realtà. È come una fotografia che va sviluppata, quindi non va mostrata prima. Quando è sviluppata, quindi quando l’avrò realizzato, potrò dire: ecco, questo è quello che pensavo, questo è quello che sognavo, questo è quello che ho fatto».
«Voglio finire la mia carriera a “Sanremo”»

Il prossimo anno conduttore e direttore artistico di Sanremo sarà Stefano De Martino: un commento?
«Pensavo sarebbe stato Albano! Sto scherzando, ovviamente».
Lo farebbe?
«No, grazie! Stefano è uno che ci sa fare, è simpatico. Napoli non delude mai, i suoi figli lo dimostrano: basta guardare a De Martino e a Sal Da Vinci».
Assodato che non sarà il direttore artistico del prossimo Sanremo, presenterà un brano?
«Onestamente ci sto pensando. Io ho la “sanremite acuta”, ne vado anche orgoglioso, perché per me Sanremo non è il Festival che tutti quanti vivono. Per me è stata la fonte dove è nata la voglia di cantare. È stata quella kermesse che da bambino mi ha regalato ogni anno una ventina di canzoni da cantare, e questo è accaduto anno dopo anno. Fino al giorno in cui Domenico Modugno vinse con Nel blu dipinto di blu e io, assistendo a quel momento speciale, ho detto: ci voglio arrivare anch’io a Sanremo. Ci sono arrivato eccome. Io amo Sanremo e voglio chiudere la mia carriera di lottatore delle sette note lì, nel Festival di Sanremo».
La pensione, però, è ancora lontana…
«L’età non è più quella dei vent’anni: ho quattro volte vent’anni».
Eppure, l’energia è quella che tanti ventenni non hanno.
«Grazie a Dio, è vero. Forse è la mia tempra contadina, l’essere nato figlio di contadini. Non è stata una scelta, lo sappiamo. Ma è un’origine che difendo con orgoglio, perché so cosa significa crescere con quell’energia addosso. La terra è sinonimo di forza. È quella “Signora” che ogni giorno dà da mangiare a 8 miliardi di persone e davanti alla quale bisogna inginocchiarsi per raccogliere qualcosa. La terra è vita. E ti insegna, attraverso gesti semplici e concreti, anche l’umiltà del vivere. La terra è sacrosanta. E quando vedo per strada mucchi di plastica, materassi abbandonati, rifiuti ovunque, mi chiedo come si possa arrivare a tanto. Gli animali non fanno questo e invece certe persone, che si comportano peggio degli animali, non si vergognano di schiaffeggiare la propria madre. Perché la natura è nostra madre. E ogni gesto di incuria è uno schiaffo dato a lei».
Di recente, sua figlia Romina, ospite a Verissimo, ha annunciato la fine della relazione con il padre di suo figlio Axel Lupo: come vive, da padre, questi momenti delicati nella vita dei suoi figli?
«Mi conceda il lusso di non rispondere a questa domanda».
In famiglia, comunque, vi sostenete nei momenti difficili. Che padre è?
«Nel bene e nel male io sarò un padre che sarà sempre, assolutamente sempre, presente. Nei momenti positivi e non positivi della vita».


Essere nonno, che emozione è?
«Fantastica. Nelle scorse settimane sono stato a Zagabria, dove vive mia figlia Cristel, alle 6.30 è venuta mia nipote Cassia per svegliarmi. E poi ci siamo abbracciati. È bellissimo, ma non posso non pensare a quei bambini di Gaza che camminano tra le macerie. L’essere umano deve eliminare la parola guerra dal vocabolario. I politici hanno l’obbligo di promuovere il sostantivo “vita”. La vita è breve e l’idea di dover affrontare anche una guerra è assurda».
Dove trova oggi la sua serenità?
«Al mattino, quando mi sveglio, guardo a Est, dove nasce il sole. È quella la mia certezza. Se il sole nasce ogni giorno, io voglio rinascere ogni giorno. Poi la notte, prima o poi, arriverà anche per me… ».
Il più tardi possibile, speriamo. La morte la spaventa?
«Non ho paura di niente. Quando vuole, lei venga pure. Non ho paura di niente. San Francesco la chiamava “sorella”. E aveva ragione. Se un giorno vorrà avvicinarsi anche a me, non so né come né dove, ma non sarà certo la paura a fermarmi. Io sono pronto. La guardo negli occhi, senza tremare. Perché la vita si affronta così: a testa alta, fino in fondo. Poi di sicuro la prendo a cazzotti, del resto l’ho già fatto».
Cambiando discorso. Pare che lei abbia detto: «Con Romina è stata una storia di sacrifici, non ha sense of humour». È davvero così?
«No, non sono parole mie, sono state riportate male. Io ho detto il contrario, che Romina mi ha insegnato il senso dell’umorismo, che io non sapevo neanche cosa fosse».
Avrebbe detto anche: «Loredana Lecciso? Magari la sposerò». Conferma questa dichiarazione?
«Non è il mio sogno sposarmi. Già l’ho fatto una volta ed è andata come è andata. Non impazzisco per il matrimonio. Essere sposati mentalmente è la cosa che conta e tra noi il matrimonio mentale c’è. Per quello cartaceo, vedremo!».

Un documentario su papà Albano
Romina Carrisi debutta come autrice con un progetto speciale e profondamente personale: un film documentario dedicato a papà Albano. L’obiettivo è raccontare non solo l’artista che ha conquistato i palcoscenici di tutto il mondo, ma soprattutto l’uomo, partendo dalle sue radici a Cellino San Marco, in un viaggio intimo tra memoria, famiglia e musica, che svelerà il volto più autentico di colui che è, a tutti gli effetti, un’icona italiana.




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