
Il piano del Regno Unito contro la misoginia: a scuola si studia il rispetto per le donne
Il Regno Unito aggiorna il programma RSHE per combattere la misoginia e i modelli tossici online tra i giovani. Ecco i dettagli del piano, il confronto con l’Italia, il legame con la radicalizzazione digitale e il dibattito politico in corso.
Il governo britannico ha annunciato una svolta importante nelle linee guida per le scuole secondarie inglesi: tra i banchi si studierà anche il rispetto per le donne! No, non è stata introdotta una nuova materia scolastica autonoma né una legge ad hoc. L’Inghilterra ha invece scelto di potenziare e aggiornare un programma già consolidato e obbligatorio: il Relationships, Sex and Health Education (RSHE).
A partire dall’anno scolastico 2026/2027, il programma integrerà moduli specifici obbligatori per gli studenti tra gli 11 e i 18 anni. L’iniziativa, presentata dalla ministra dell’Istruzione Bridget Phillipson, risponde a dati allarmanti: oltre il 54% degli studenti britannici ha riferito di aver assistito a comportamenti o commenti misogini nell’arco di una sola settimana. L’obiettivo dichiarato è dimezzare la violenza contro le donne e le ragazze nell’arco di un decennio.

Il cuore dell’intervento non si limita all’insegnamento teorico del rispetto, ma affronta la complessità del mondo contemporaneo. Le scuole dovranno guidare i ragazzi attraverso argomenti specifici come:
- Consenso e uguaglianza: comprendere i confini personali e promuovere la parità tra i sessi.
- Minacce digitali: lezioni mirate su molestie online, abusi basati sulla condivisione non consensuale di immagini, sexting e l’uso improprio di deepfake creati con l’intelligenza artificiale.
- Alfabetizzazione pornografica: analizzare criticamente la pornografia online per scardinare la distorsione delle relazioni reali.
- Modelli maschili positivi: promuovere attivamente figure costruttive per contrastare la retorica discriminatoria e decostruire la cultura Incel.

Una delle motivazioni centrali di questa riforma risiede nei meccanismi di radicalizzazione online. Gli algoritmi dei social media (come TikTok, Instagram o YouTube) tendono a creare “bolle di filtraggio” che amplificano contenuti polarizzanti. Figure controverse come i fratelli Andrew e Tristan Tate, ad esempio, hanno costruito imperi digitali basati su messaggi di iper-mascolinità, sottomissione femminile e successo economico tossico. Basti pensare che i due fratelli influencer «re della mascolinità tossica» sono stati arrestati a Miami nelle scorse settimane con l’accusa di stupro e traffico sessuale.
I ragazzi più giovani, spesso vulnerabili o in cerca di identità, assorbono questi modelli normalizzando la “misoginia casuale” nel linguaggio quotidiano. Lo stesso ex premier Starmer ha sottolineato la gravità del problema citando la serie TV Netflix “Adolescence“, incentrata proprio sulla velocità con cui i contenuti estremisti del web possono manipolare la mente degli adolescenti.

L’annuncio del piano ha sollevato un acceso dibattito tra le diverse forze politiche e sociali del Paese. Il fronte governativo e i progressisti sostengono con forza la necessità di intervenire alla radice del problema. Per il Partito Laburista, la scuola è l’ambiente primario in cui decostruire gli stereotipi prima che si trasformino in violenza nell’età adulta. Pur condividendo lo spirito dell’iniziativa, però, alcuni sindacati degli insegnanti hanno espresso preoccupazione per il carico di responsabilità. Molti docenti chiedono una formazione adeguata e fondi dedicati (il governo ha promesso specifici training grants dal 2026) per gestire temi così sensibili in classe senza il rischio di alimentare tensioni. Sebbene il contrasto alla misoginia raccolga un consenso trasversale, inoltre, alcune componenti più tradizionaliste vigilano sui materiali didattici utilizzati. Il governo ha risposto garantendo massima trasparenza: i genitori mantengono il diritto di visionare ogni contenuto o risorsa presentata agli studenti.

Il confronto: cosa si fa nelle scuole in Italia?
Mentre il Regno Unito vanta un approccio ministeriale centralizzato, uniforme e obbligatorio tramite il sistema RSHE, la situazione in Italia appare più frammentata. Tanto per cominciare, in Italia non esiste un'ora di educazione sessuale e affettiva inserita stabilmente nel curriculum nazionale per tutte le scuole. Il contrasto alla violenza di genere si affida spesso a progetti PON, percorsi di Educazione Civica o interventi su base volontaria dei singoli istituti, talvolta in collaborazione con centri antiviolenza locali o associazioni. E le linee guida ministeriali? È vero, ci sono campagne istituzionali o protocolli come "Il rispetto si impara a scuola" che propongono spunti didattici, ma l'effettiva attivazione dei corsi è rimessa all'autonomia scolastica e alla sensibilità dei dirigenti e dei docenti, portando a forti disparità tra diverse regioni e istituti.





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